ESTRATTO Gordiano Lupi, Sogni e altiforni

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Un libro che racconta una storia d’amore, un romanzo che parla di calcio e nostalgia, il sapore di un tempo perduto che però non dimentica il presente in cui è inserito, non potrebbe, anche se questo presente sta sullo sfondo. Sogni e Altiforni di Gordiano Lupi e Cristina de Vita, affronta lateralmente anche questo tema, come ricorda Stefano Tamburini nella prefazione al romanzo: “E sullo sfondo restano anche le contraddizioni di un’epoca difficile, quella dei nostri giorni, in tante realtà come Piombino. È la storia di tante comunità che hanno sempre potuto contare su una grande industria, su un lavoro sicuro e che adesso pagano un tributo pesante a errori di programmazione e di visioni. Comunità che vivono anche tensioni politiche che sono sempre pronte a riemergere in ogni paragrafo”. Un’epoca difficile che ha appunto un odore, l’odore del potere, un odore di muffa e di vecchio che il protagonista non riesce a sopportare: “È l’odore del potere. Un potere tanto più duro quanto più si fonda sulla libertà, diventata ebbrezza e abitudine. Invecchiando comincio anche a sentire l’odore del potere. Mi sembra d’impazzire”.
In tutto questo resta però il passato, affacciato e sublimato dal mare: “Resta il rimpianto, questo lo so bene. Resta una vita. Restano i ricordi. Il presente è quel che mi circonda, isola infinita e profumata. Restano l’incanto e le onde frastagliate del mio mare. Non è poco. È tutto il mio passato”.
Un passato che non incastra, tuttavia, come ricorda Tamburini: “La bellezza del romanzo che comincerete a
leggere girando questa pagina va oltre la storia che racconta: è la nostalgia che fa battere forte il cuore senza mai restare prigionieri del passato. Ed è l’atto d’amore più grande di questo romanzo”.
Pubblichiamo, qui sotto, le prime pagine di Sogni e Altiforni, seguito di “Calcio e acciaio. Dimenticare Piombino”.
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Vivere con i ricordi ti riempie il cuore di una struggente felicità. Vivere di ricordi no. Vivere di ricordi fa morire in fretta. Purtroppo quel che mi accade adesso è vivere di ricordi, senza scorgere un brandello di futuro. Osservo all’orizzonte il gigante addormentato, un ciclope stanco che non cede alle lusinghe di Ulisse, non ha più voglia di ascoltare, ricorda solo un passato splendore che non può tornare. Un mostro silente, taciturno e affranto, giorno e notte, senza quei falsi tramonti, quel pulviscolo nero che un tempo avvelenava le vie del centro, uno spolveri-
no che era pane e fumo, vita e lavoro, come dicevano i vecchi. Il mio pane è stato il calcio per tanti anni, mi ha permesso di vivere in una villa sul mare, un sogno che ho conquistato rinunciando a un altro sogno, a un amore abbandonato sul lungomare di Trani. Ricordo mio padre che si faceva scandire la vita da una sirena lancinante, sei due – due dieci – notte, sinfonia del tempo perduto, antica civiltà paleoindustriale. Adesso che il mostro è
silente resta il nostro mare soffuso di ricordi ed è troppo facile perdersi nei rimpianti per le stanze silenziose della mia casa di mare.
Tarik se n’è andato, con la sua famiglia, ha preso il volo verso altri lidi, com’era giusto che fosse, ripercorrendo le strade fatte di sogni del vecchio allenatore. Ogni tanto telefona da Torino, dice di ricordarsi di me, ringrazia perché ho creduto in lui, ormai la Juventus è il sogno realizzato. Ma pure una famiglia ritrovata, riunita, suo figlio e sua moglie finalmente in Italia, come uomini liberi, senza problemi economici. E io sono rima-
sto solo, con mia madre, senza sogni da coltivare, perché Cinzia non poteva accontentarsi delle briciole del disamore, continuando a illudersi che il suo calciatore dimenticasse il passato per vivere il presente. Cosa devo dirti, piccolo ramoscello d’amore perduto? Forse che sono come un fiore d’agave spinosa che svetta verso il cielo, nato sulle ceneri d’una pianta, costretto a vivere cibandosi di rimpianto. Cosa devo dirti se non che non riesco ad amare un’abitudine, sostituendo il sogno con una parvenza, abbandonandomi alle possibilità del non vissuto. Sei sempre stata più forte di me, cara Cinzia, con la tua vita fatta di certezze, tra mille desideri insoddisfatti, con la tua scuola che non sarà la scuola che volevi ma ogni mattina incontri i tuoi ragazzi per spiegare la vita con le parole dei poeti, una vita che forse non sei ancora riuscita a capire. Ma, in fondo, chi può dire di capire la vita?
La solitudine è il leitmotiv dei miei giorni, come dice il poeta bisogna avere braccia forti e buona salute per la solitudine, compagna silenziosa e ingombrante, mai fastidiosa ma confortevole, ti tiene stretta tra le sue braccia come un guanciale di Morfeo. Non devi aver bisogno di nessuno, devi bastare a te stesso, confondendo i ricordi del passato con il niente assoluto del presente. Resta il calcio, resta mia madre, resta una casa di mare, resta un tramonto che rasserena lo sguardo ogni volta che spalanco il finestrone che si affaccia sulla scogliera di Salivoli.
Vivere il presente ricordando il passato sarà il mio destino, con il timore di vivere di ricordi, lasciandosi morire giorno dopo giorno, sprofondando nelle sabbie mobili del rimpianto.