Il Dracula di Bram Stoker venne pubblicato nel 1897: è questa la data a cui risale l’affermazione della figura del vampiro in letteratura. Eppure, prima di quello che sarebbe diventato il classico dei classici della vampirologia, altri autori si erano misurati con racconti o romanzi che avevano per protagonisti vampiri o, anche vampire. Nel 1872, infatti, era salito alla ribalta il Carmilla di John Sheridan Le Fanu e, nel 1845, era comparso Varney il vampiro di James Malcolm Rymer. Ma la letteratura “ante Dracula” ha altri importanti capisaldi, in alcuni casi decisamente trascurati. È il caso de La vampira, romanzo del barone Ètienne-Léon de Lamonthe-Langon, dato alle stampe nel 1825. Lo pubblica per la prima volta in Italia la casa editrice Oblivium, per la cura di Enrico De Luca, con il titolo La vampira. Ossia la vergine d’Ungheria, e le tavole di Massimiliano Modica ispirate alle illustrazioni originali del libro, nella collana “Redivivi”. Nato sull’onda del successo riscosso da Il vampiro di John Polidori, il romanzo può essere considerato come il più antico racconto sui vampiri in lingua francese, a firma di un autore estremamente prolifico, che ampio spazio riservo ai racconti del mistero e del terrore.
La protagonista de La vampira è una mancata sposa, morta suicida, che ritorna in vita per vendicarsi di uno spergiuro, iscrivendosi a pieno titolo nel grande filone della letteratura “di consumo” dell’epoca, introducendo però la figura della vampira, insieme alle credenze e alla vulgata con i quali si individuavano queste terribili figure liminali e sanguinarie. “I Vampiri sono principalmente celebri in Ungheria, Moravia, Epiro, e nelle isole della Grecia”, scriveva nella prefazione Lamonthe-Langon, ricordando che “sono noti fin dalla più remota antichità”. L’autore, infatti, si dilunga nella prefazione ricostruendo una sorta di storia dei vampiri, portando diversi esempi di casi vampirici verificatisi tra Ungheria, Turchia e Boemia, rievocando caratteritiche e poteri straordinari di queste “creature” sospese tra vita e morte, prima di introdurre la storia dell’ungherese Alinska.
Ne La vampira confluiscono in maniera sottilmente avvincente tutte le tematiche e le situazioni proprie della narrativa vampirica, ma declinate in maniera sempre “lieve” e “sottile”, mai all’insegna del facile effetto orrorifico, per un percorso di lettura sempre più avvincente e coinvolgente, fino alla drammatica conclusione.
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Da quel momento Alinska parve raddoppiare la sua selvatichezza; usciva dalla sua camera solo per i pasti; si sedeva a tavola, dove a malapena prendeva cibo sufficiente a sostentare la sua esistenza. Invano la si pregava di mangiare di più, rifiutava ostinatamente i migliori piatti; si accontentava d’un po’ di carne, che succhiava, poiché sembrava non amare punto i vegetali. La calma di cui godeva nel suo appartamento era interrotta solo dalle visite quotidiane dei bambini. Si mostrava sempre buona con loro, piena di premure; li lusingava, parlava loro con tenerezza, eppure talvolta posava su di loro sguardi indefinibili.
Da due settimane che abitava al castello, la sua condotta era sempre la stessa. Raoul, che vegliava costantemente su ogni sua mossa, non aveva potuto scorgervi nulla di sospetto. Invano si era alzato a ogni ora della notte, non aveva fattoalcuna scoperta che le fosse sfavorevole: così, suo malgrado, cominciava a credere d’averla giudicata male, e, a poco a poco, allentava la sua costante vigilanza.
In quella stessa epoca, Eugène mostrò alcuni sintomi di malattia che preoccuparono sua madre. Il bambino non si lamentava di nulla in particolare, eppure si vedeva il colore svanire dalle sue gote, e tutto il suo corpo deperire. Diventava estremamente debole, camminava a fatica, e non sopportava la luce del giorno. Al contempo aumentava vivacemente l’attaccamento che provava per la straniera; non poteva lasciarla; si abbandonava a violenti scatti di collera, quando si cercava di separarlo dalla sua amica; vagava incessantemente attorno a lei, con un movimento al tempo stesso inquieto e soddisfatto, e passava lunghe ore sdraiato tra le sue braccia.
Tali dimostrazioni affettuose erano accolte con indifferenza da Alinska. Era verso il bambino, come verso tutti gli altri nella casa, vale a dire d’una freddezza eccessiva. Non lo respingeva; acconsentiva a tenerlo con sé, ma appariva insensibile alle sue premure; evitava persino di guardarlo, posando su di lui solo uno sguardo spento, privo d’espressione. Tuttavia acconsentiva a curarlo; lo incoraggiava a prendere i lievi rimedi che gli si somministravano, e in quei momenti, se non osservata, recava sulle labbra un sorriso sardonico che non esprimeva né interesse né pietà.
Madama Delmont scriveva lettere su lettere al marito, per comunicargli dello stato di marasma in cui era caduto il loro figlio. Gli esponeva le sue inquietudini, supplicandolo di porre fine a un’assenza che diventava troppo penosa. Gli aveva già narrato l’evento occorso in campagna (l’incendio della casa isolata), e che al castello la sventurata straniera aveva trovato un ritiro.
Delmont, nelle sue risposte, condivideva le angosce di Hélène. Prometteva di non tardare a mettersi in viaggio; tutto gli faceva sperare in un accordo imminente tra sua sorella e il marito di lei; e, non appena la loro riconcliazione fosse avvenuta, si sarebbe affrettato a lasciarli. Aveva prestato poca attenzione alla storia dell’incendio: ne parlava solo di sfuggita, e per approvare, pienamente, la condotta tenuta dalla moglie in quella circostanza.
Concludeva le sue missive con voti ardenti per la guarigione del caro Eugène. Ma il cielo non sembrava esaudire i desideri d’un padre. Il bambino perdeva sempre più il suo vigore, e la freschezza del suo incarnato. Già il suo respiro era affannoso, e la testa vacillante ricadeva sulle spalle, nonostante gli sforzi per mantenerla nella posizione naturale. Tale cambiamento fatale costernava madama Delmont.
Era in parte rassicurata dall’abilità d’un dottore che abitava in una comune vicina, che veniva regolarmente ogni giorno a osservare i progressi di quella singolare malattia. Non riusciva a individuarvi nulla di preciso: il bambino soccombeva a un marasma di cui s’ignorava la cagione. Appariva sofferente, e manteneva in mezzo alla sua debolezza un appetito che cresceva in proporzione al male; si lamentava sempre d’avere una fame che a stento poteva placare: era soprattutto al mattino, quando ancora non aveva lasciato il letto, che il bisogno di cibo si faceva più acuto. Chiedeva allora le pietanze più sostanziose, e le divorava come se fossero trascorsi giorni senza poter soddisfare quell’appetito impellente.