Non so più cosa dire su Ezio Sinigaglia. Non so più cosa aggiungere. Di sicuro è l’autore di cui ho letto più libri negli ultimi cinque o sei anni.
Ogni volta che devo cominciare a scrivere un libro, leggo qualche pagina di Ezio Sinigaglia. Prima era Bolaño, ma adesso no. Mi serve perché il suo lavoro sulla lingua, la sua capacità di alleggerirla, di deformarla, di trovare sempre nuove forme, è illuminante.
Come altre volte aveva fatto, questo splendido scrittore che invito a cercare in libreria, che invito a scoprire, parte da un piccolo pretesto di trama per costruire un racconto. Così per Numeri immaginari, ultimo libro pubblicato da Tetra,
Perché Ezio Sinigaglia non ha bisogno, per costruire le sue trame, di mille personaggi, di far accadere chissà quante cose. Non necessita di grandi colpi di scena. Tutto, in Sinigaglia, si risolve nel linguaggio.
Numeri immaginari è l’agile storia di Mirko, un ragazzo di vent’anni costretto in città, in pieno agosto, per via del servizio militare. Lo sconta vicino casa perché si deve laureare. Lavora in ufficio, comincia la mattina, il pomeriggio torna a casa. I suoi genitori sono in vacanza e così le sue due ragazze. Mirko conduce una duplice e separata vita amorosa: quella ufficiale con una coetanea, l’altra ufficiosa con una donna più grande, sposata.
Nello stesso palazzo, il professor Manfredo Verbis. Un uomo più grande, maturo, che vive al piano di sopra, da solo. Una sera, tornando a casa, Verbis si accorge di Mirko. Sta fumando e sembra che lo stia aspettando. Ci sono delle incongruenze, degli elementi, piccoli, che a Verbis non tornano.
Lui è un matematico, è una persona pratica, speculativa e quindi analizza la situazione, la valuta. Mirko entra nell’ascensore con lui, arriva al suo piano e non scende. Così vanno a casa di Verbis, per bere qualcosa, per parlare.
La storia è tutta qui, del tutto pretestuosa, come altre volte è accaduto nei libri di Sinigaglia. Quando l’antefatto è compiuto, quando la situazione si è creata, comincia veramente il libro, comincia cioè lo spettacolo pirotecnico della lingua.
Seduti sullo stesso terrazzo, i due uomini inscenano un dialogo teatrale, una farsa con la quale cercano di mostrare e, al contempo, nascondere i loro desideri.
Sinigaglia costruisce un dialogo vorticoso e il lettore non capisce chi, precisamente, sia la vittima e chi il rapace, se sia il giovane Mirko a condurre Verbis verso l’abisso soffice del desiderio o sia il maturo insegnante a solleticare il ragazzo invitandolo a uscire allo scoperto.
Questo scrittore amante dei gialli e dei misteri si diverte, qui molto più che in altre sue prove, a creare dei meccanismi verbali. Si avverte la scioltezza della mano, il gusto di Sinigaglia per la battuta e il sorriso sornione mentre scrive.
Ne emerge un piccolo amuleto contro la noia di questi tempi pieni di libri tutti uguali, di memoir tragici e farraginosi, di libri sociali, aperti, di cui si dice sempre che sono coraggiosi e sinceri. Stufo di tutte queste confidenze, ritrovo in questo autore colto, capace, che mischia il gioco linguistico di Lewis Carroll e la morbosità di Gombrowicz, uno scrittore che vorrei fosse più letto, più amato, tutto il gusto della lettura.
Pierangelo Consoli
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Ezio Sinigaglia, Numeri immaginari, Tetra 2025, Pp.140, Euro 8