Esce oggi per Gabriele Capelli editore Il movimento elementare (pagg. 152, 17,50 €) il nuovo romanzo in versi di Fabiano Alborghetti.
Dico “nuovo” perché l’autore si è già confrontato con quello che potremmo definire una “idea poematica” del testo. Lo ha fatto con modalità differenti in L’opposta riva (2006) e Registro dei fragili (2009) per poi arrivare a strutturarsi in un flusso narrativo nel 2017, con Maiser, dove si raccontano sessant’anni della «storia comune di un uomo normale» e della sua famiglia, dal secondo dopoguerra fino ai primi lustri del nuovo millennio.
Proprio a Maiser sembra lrgarsi Il movimento elementare, dove la storia è sempre quella di un padre e di una famiglia. Ma qui la voce che narra è quella di un figlio, l’unico capace di affrancarsi dall’impronta di un destino che accomuna le generazioni e le seppellisce. Senza per questo dimenticare «ciò che è stato l’impianto di una famiglia sbagliata/le molte mancanze».
Basato quindi sulla storia vera, personale dell’autore, Il movimento elementare si pone nel solco di una poesia che vuole esplorare l’autobiografia in modo oggettivo, come viene usata da Annie Ernaux nei suoi lavori, fondendola con un contesto sociale e storico in cui siamo coinvoti tutti.
Così nei quattro capitoli in cui è diviso il libro, si attraversa l’evoluzione psicologica e morale di un padre (e non solo), insieme però agli eventi che incidono, trasformano una intera società dal 1940 al 2020.

Quello che colpisce nella poesia di Alborghetti, è il trovarsi davanti a un testo in cui la tensione all’autobiografia non si trasforma in sentimentalismo crepuscolare, né in facile retorica degli affetti. Il dettato resta teso (forse vigile), asciutto, a tratti affilato. La pietas si avverte per il portato “giornalistico” di cui sono carichi gli eventi, praticamente mai perché strategicamente insufflata fra i versi.
Una sobrietà testuale questa, che non vuole essere (e non è) cinismo esibito, bensì capacità di mettersi all’interno di quanto si racconta, senza che la materia tratta dal bagaglio delle esperienze private travolga in prima battuta il narratore.
Iniziato nel 2020 e terminato nel 2025 dopo ben undici stesure, questo magnifico poema è un involontario altare al padre, al come l’uomo si possa raccontare senza gloria eppure senza bisogno di infierire. Bastano gli accadimenti a riempire di senso la vita di un uomo e di chi gli sta attorno.
È però anche un altare al figlio, al personaggio che dice io, che resta come pura voce («Il corpo del figlio scompare») cui spetta il compito di raccontare le vicende presenti nei canti, che ne ammette il peso, che finalmente rompe il cordone ombelicale con la famiglia, che nella massima trasparenza afferma «Io diserto». E mantiene fede alla sua volontà di essere altro, di non farsi catturare dal movimento elementare, dal «tornare dove tutto è iniziato». Tranne che per farne storia esemplare e non catena.
Sergio Rotino
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Un cambiamento:
a sedici anni mi trovo un lavoro
non più studente ma salariato.
Divento tutto ciò che lui ha fatto
divento ciò che lui è già stato
incarno ciò che lui sa, si riconosce
(e – sotto sotto – il pensiero inespresso:
che prima o poi gli avrei assomigliato
doveva accadere, accade ora
non è mai troppo tardi.
Che siano i tempi dove occorre studiare
è un tonnellaggio che non gli sfiora il pensiero.
Io, in quegli anni son troppo perso
per sapermi orientare).
Leggere resta il mio vero ancoraggio
leggendo trovo nella vita il coraggio
ma per la scuola non sono proprio portato
ciò che viene insegnato
io non lo capisco. L’alternativa? Il lavoro
(in realtà dipingo da anni, avrei voluto diventare un pittore
a distanza di quasi vent’anni anni sarò invece scrittore.
Ma quello è un tempo di sogni che non si sanno sognare
c’è altro che preme, che chiede di poter diventare.
E allora:
che lavoro sia. Farò ammenda
in ciò che per ora è chiamato futuro. Ricostruirò
dopo, dalle macerie, e sarà il lavoro più duro).
Tra i tanti mestieri avrei forse voluto diventare un barista
per la camicia bianca, il papillon, forse anche un gilet
ma c’è già troppa lista d’attesa
e son troppe le braccia che cercano impiego.
Nel poco che offre il mercato
vengo assunto per lavorare in cucina
salumeria-gastronomia (il negozio è di lato)
le mie mansioni: il tuttofare, il fattorino
ma soprattutto il lavapiatti
quello è il vero mestiere
lungo le lunghe giornate il mio dovere
lo sguattero
dovendo pulire dovunque
cucina, cantina, vetrina, le celle frigo
(che son così grandi che vengo inghiottito).
E sfruttato, se guardiamo la paga
ma mio padre è orgoglioso, rinato, illuminato perfino
“perché guadagni anche tu”.
Impara dalla gavetta, ripete
benedetta è la strada di chi fa andare le mani.
Poi fa confronti col figlio del benzinaio
col figlio del prestinaio
con ciò che lui è stato
maniche rimboccate, danaro, le bocche sfamate.
Quando torno a casa la sera
i capelli e i vestiti sono intrisi di unto, di odori
(di mia madre i malumori
perché deve tutto lavare
anche questo, adesso, mi tocca fare.
Poi sospettosa: non sarà che hai toccato
qualcosa di contaminato? Černobyl’
le radiazioni, la nube tossica
che spande in Europa.
Mia madre
che dalla tivù impara, non filtra, capisce a metà
crede a ogni allarmismo
al banditismo morale del primo che passa
questa volta ha forse ragione.
A mio padre, invece, basta che io faccia andare le mani
che torni al lavoro ogni domani che viene
perché è così che si fa;
alle rare rimostranze che esprime mia madre
risponde “ma va”
e l’argomento si chiude.
Le mani nude ed esposte al lavoro:
è tutto ciò che per lui conta
e un figlio che adesso lavora cancella l’onta
di ciò che finora ha creduto imperfetto.
L’effetto di tutto questo lo scoprirò, ma da solo
e solo fra molti decenni. Sarà troppo tardi
per rimediare
per riuscire, da solo, a sanare quei danni).
Gli unici pro, aldilà del disastro:
in casa c’è un secondo stipendio
è questo che conta e si decide le parti:
qualcosa per me, per le mie piccole spese
per fare miscela o per andare a ballare
il resto va consegnato, per sostenere la casa
“per tutto ciò che abbiamo fatto per te”.
Il giorno di paga
ho appena il tempo di gustarmi l’idea
che c’è una nuova bolletta che va pagata
una rata che non va saltata
un pezzo mancante del grande intero
un chiaroscuro, ma perlomeno
è appena prima del nero. Mio padre
mi guarda con occhi diversi
ora che sono operaio
lui che poco ha studiato, eppure è arrivato
mi guarda e vede il lavoro, il decoro
mi guarda e vede il denaro
che te ne fai dello studio
la dignità più sincera ha le mani sporche di grasso.
La busta paga: è lei che cambia il passo
ma non c’è ancora niente
che possa cambiare lo sguardo.
Parole poche, spiegazione nessuna
l’oggi
è definitivo, è il sedativo.
Gli equilibri alimentati (e alimentari) sono fatti così.
Siamo una famiglia, ma di sconosciuti
accostati dal caso.
Emerge, talvolta, qualcosa di buono
una quota assegnata di serenità. Eppure…
La verità biologica non è bastante
e chi cerca salvezza sarà un disertore.
*
Io diserto
un settembre dei miei diciott’anni.
In realtà non ne ho ancora diciotto
manca ancora del tempo, non tanto
ma tecnicamente, per legge, io son minorenne
eppure: io esco di casa e non torno mai più.
Il mestiere permette di fare da soli
pur andando a tentoni.
Frantumi. Frattaglie. Le tregue.
Non basta nutrirsi, l’avere un tetto.
Non basta far finta di niente
in quel niente che raggruma la nostra famiglia.
Troppe ormai le frizioni
eccessive le costrizioni in cui – volente o nolente –
mi trovo anche io.
Mio padre è interdetto, non crede all’evento
non è contento (ci metterà anni
per farci i conti).
Mia madre impone di parole sessioni
esige ragioni per volere capire, vagliare, sondare
ma tant’è. Nessuno è mai pronto
a respirare un addio.
Sulla soglia, due figure stremate
una dispersa umanità lacrimare.
In mezzo è lo sprofondo
un terreno alluvionale, doline
un crollo forse già detto (e fin troppe volte).
Il corpo del figlio scompare.
Loro restano lì.