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Fabio Guarnaccia anteprima. Zen Bang Love

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Pum. Un colpo. Una legnata sulla schiena. Il dolore che arriva. Si sveglia impaurito. Il Maestro in piedi davanti a lui con in mano un bastone piatto con una scritta in giapponese per il lungo. Ride. «Non si dorme qui! Sveglia, coglione!»”.

È in libreria Zen Bang Love di Fabio Guarnaccia (Mondadori 2026 pp. 240, € 19,00).

Una storia di visioni e di amore. Di gente confusa. Di sentimenti e di confini. Dove l’ansia non conosce il limite:

«Scavo mille pozzi. Tutto intorno a me è come un campo bombardato. Da nessuna parte trovo quello che cerco.»

La storia di un mondo new age che ha perso il fascino della novità senza acquisire l’attrattiva della tradizione. Un mondo che galleggia nello scetticismo dove a tratti si contaminano le visioni rock e zen:

E se dallo yoga togli lo yogi ti rimane una ginnastica buona per regolare l’intestino, per andare a cagare con la testa in giù!”.

O l’illuminazione dissacrante del Maestro:

Già ai tempi di Deshimaru c’erano tutti questi corsi di zen macrobiotico, zen e yoga, zen e meditazione, zen e shiatsu, zen e mindfulness, tutte troiate!”

Con gesti che valgono più di mille parole:

Lei gli mette una mano sul petto e lo spinge sul materasso, poi con la gamba lo scavalca, gli siede sopra e comincia a strusciarsi avanti e indietro finché non gli viene duro, a quel punto gli abbassa i boxer, lo prende in mano, si scosta le mutande e se lo mette dentro. Ha gli occhi chiusi, la testa rivolta indietro, con le mani si stringe le tette, finché viene con un gemito gutturale, di dolore, che impedisce ad Attilio di andare avanti. Smonta e si sdraia, non dicono nulla, un silenzio che adesso rimbomba nella testa.”

O attraverso la sacralità dei rituali: “Prende il fazzoletto a quadretti blu e bianchi, lo apre in due e cerimonioso raccoglie il suo liquido seminale, per poi richiudere il tutto con cura e porgerlo in dono a Sandra”.

Corse, incomprensioni, fughe e rincorse. I protagonisti si attraggono e si respingono in un’atmosfera sospesa e lenta come i libri di Silvio D’Arzo.

La voce dei protagonisti si alterna a quella del narratore che a volte sembra osservare le scene come un documentarista.

L’autore regala un’opera sull’inattuabilità delle relazioni. E soprattutto dell’amore: così impossibile da renderci pronti a tutto.

Carlo Tortarolo

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È sera e ancora ripensa alla sua voce. Una voce molle, stanca, appena sussurrata, proveniente dalle profondità umide della terra, una voce che ha la consistenza di un lombrico, la voce che è strisciata fuori anche dal telefono, quella voce che non prometteva nulla di buono, ma che aveva ignorato tanta era la gratitudine di sentirla ancora. Una voce priva di desiderio, di dolcezza, di riconoscimento, svuotata, che non sembra nemmeno più la sua, è questa voce che ora gli toglie le forze. Una voce che ne attiva mille altre dentro Attilio, voci che gridano, che si danno sulla voce, che rimbalzano da un ramo all’altro della sua mente spersa e offesa. L’offesa, tra le voci, è quella più dura a far tacere, tra tutte la più stridula, strizzata, isterica, una voce con le braccia lunghe che sbatte infantilmente sui fianchi e rimprovera, offende a sua volta, ripete, sempre ripete le stesse miserie, una voce che dà voce al risentimento: lui che non ci ha pensato due volte a venir fin lì, lui che da giorni non pensa ad altro che a lei, lui che non chiedeva molto. Ma cosa pensava? Cosa si aspettava? Pare evidente che Sandra non stia bene (nella sua voce non c’è più “fhfhfh”). Che Sandra sia anche Anna. E che Anna sia anche chissà chi altre, quali altre voci. Non c’è da stupirsene, ma come si fa a non stupirsene? Mangia una pizza solo a un tavolino zoppo senza neanche guardare il telefono. Guarda piuttosto gli altri, affascinato da quelle famiglie che hanno percorso l’Europa centrale per farsi le vacanze sul Delta. Tutte quelle ore di guida, con i carrelli della tenda, il gommone, le biciclette per arrivare qui. Poi si mette sulla verandina della casetta con qualche birra, e attende paziente. Le cicale di colpo, come al suono di una sirena, hanno smesso di frinire, quel che andava fatto è stato fatto. Ora tocca ai grilli, turno di notte, più quieto, rilassato. Nell’oscurità compare Sandra vestita proprio come prima. Attilio la fa sedere, le apre una birra, le chiede se ha mangiato. Non ha mangiato, ma non ha fame. Si offre di prenderle una pizza, lei ribadisce che non ha fame e gli dà una carezza sul braccio per calmarlo. «Stiamo qui un po’, ti va?» sussurra. Attilio acconsente.

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© 2026 Mondadori Libri S.p.A., Milano), foto (credit Luca Trevisani)

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