Un paio di volte l’anno, tengo dei corsi di scrittura. In una di queste classi, c’era Fabio.
Era già stato pubblicato, stava anche frequentando un corso di poesia alla scuola Holden ed era venuto per capire alcune delle regole della prosa. Era un esperimento, il suo. Durante le lezioni sono emerse due cose, sopra ogni altra: che Fabio rimaneva poeta, che anche quando cercava di esprimersi in una maniera diversa, più discorsiva, rimaneva fedele a questa sua peculiare natura e, soprattutto, che rimaneva qualcosa di nascosto, dietro i suoi silenzi, e dentro i suoi testi, qualcosa di taciuto che lo logorava.
Mi manca il fiato è qualcosa di più di un titolo. È un’ammissione.
A differenza di altri poeti che ammiro come Durs Grünbein, come Roberto Bolaño, non c’è racconto nelle poesie di Fabio Pacifico.
La sensazione che ho provato è stata quella di avere davanti un verso mutilato, tronco, dove ogni possibile germoglio, ogni fiore retorico è stato reciso. Ci rimane il ramo contorto, la radice dura.
Non ci sono titoli, i componimenti sono brevi, quasi del tutto privi di punteggiatura, versi che cominciano come all’improvviso, con la minuscola, come se ci fosse un inizio da un’altra parte, come se il discorso fosse più lungo e tu puoi averne solo una parte.
Esiste una distanza, io credo, tra Fabio, i suoi pensieri, le parole che gli arrivano e quelle che riesce a infilzare sulla pagina.
Ciò che rimane sono detriti di un pensiero, di un sentimento.
finalmente, scrive Fabio a pagina 22, la sofferenza/ adrenalinico pensiero costante/ guardo e riguardo/ cerco di creare zona di comfort/tentazione insana, ma serena/luce sul viso/mi mancavi sudorazione giovinezza/brivido da sfioramento/irraggiungibile del sarebbe stato/ turbamento per una goccia di eccitazione
La cito per intero questa poesia, perché quanto asserivo possa attaccarsi a qualcosa, perché sembrino meno fumose le parole scritte. Potrei citare altri versi, versi come:
condividere, scoprire/ battere, stringere, mordersi/ titubare, abbandonarsi/ calcolare per potersi lasciare andare/ sciare e nuotare/ ma anche correre e sbraitare…
e resterebbe, comunque, quella sensazione che Fabio ci stia dicendo qualcosa strappandolo al silenzio in cui, questi pensieri, sarebbero più felici di stare, dove però non possono più rimanere e allora lui li scrive. Il foglio diventa tavolo autoptico, sdraiato e nudo ci sta il suo dolore e questi versi sono il modo che Fabio Pacifico ha escogitato per guardarci dentro. Non ci sono foglie, gabbiani, tramonti. Non ci sono bar, non ci sono distese di neve o mari sconfinati. Non ci sono Albatros.
Per alcuni versi, Fabio Pacifico è la cosa più lontana da Mariangela Gualtieri, da Michele Sovente.
Questi versi emergono da un pozzo profondissimo e ciò che ci arriva è ciò che rimane.
Sono come lo shuttle che quando parte ha tutti i pezzi e poi, nella parabola infuocata perde ciò che non gli serve, ciò che si è esaurito e poi, nello spazio più profondo, ciò che rimane è l’essenziale perché ci conservi l’umano.
Pierangelo Consoli
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Fabio Pacifico, Mi manca il fiato, Transeuropa Edizioni 2025, Pp. 64, Euro 15