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Fabrizio Coscia. Suicidi imperfetti

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La norma è raccontare la vita, ma il tormento è diventato mettere su pagina la propria vita, memoriale di ferite lancinanti o cicatrizzate, in un plot preconfezionato: ferita del fanciullo/a, colorita di una o più violenze sessuali, viaggio di formazione, in compagnia di tre/ quattro figuri, uno/a dei quali omosessuale, un po’ di indagine gender fluid. Araba fenice, rinato/a dalle ceneri.. centocinquanta/ duecento pagine, tra manierismo e qualunquismo.
Quando il dolore preme, sfalda, scompone il già scomposto, risucchia nel vortice dell’abisso nietzschiano, non c’è rinascita, né sole né vento, né onda che lo lavi via. Allora non soccorrono gli amici né c’è il conforto della pagina scritta, del brano composto, del nocchiero dipinto, del marmo scolpito.
Esso irrompe e devasta dal basso, si fissa in petto e si impone alla mente. Il suicidio, la soluzione finale, di questo mestiere di vivere e di questo vizio assurdo. Una domanda ricorre: si poteva evitare?
Come e perché morirono quelli che sono rubricati come suicidi, malati?
Entrare in questa dimensione richiede l’audacia impenitente di chi non teme il confronto col mostro del nostro Occidente: la Morte.
Ed è qui che si colloca la chirurgia d’urgenza di un intellettuale poliedrico: Fabrizio Coscia, suicidi imperfetti, Editoriale Scientifica Napoli 2024.
Tutti i suoi contributi, in qualsiasi spazio dimorino, da I sentieri delle Ninfe a Nella notte, il cane, ai suoi editoriali, ai saggi critici, ti lasciano l’incanto pungente di una scrittura che interroga e scuote, talora lenisce.
Siamo davanti a suicidi più o meno noti, da David Foster Wallace, a Cesare Pavese,Paul Celan, Marilyn Monroe, Zweig, Rachel Bespaloff, , Emilio Salgari, Paul Ree, Virginia Woolf… diciannove ritratti di donne e uomini, di latitudini diverse e diverse condizioni ed età, legati dal culto dell’ arte , della musica, della letteratura, uniti in un solo destino: la morte volontaria, non rinviabile, ma necessaria e urgente, come la chirurgia dell’autore napoletano.
Ho sentito, viaggiando nell’’ Ade, la necessità di un libro come questo, che guardasse dentro i pensieri, le devastazione, i vissuti tormentosi di chi ieri come oggi sceglie o è determinato verso il gesto estremo.
Si rivolge non solo ai citati in esergo, ai maledetti trattati/evocati, ma anche a me, a ciascuno di noi, che forse ha pensato che la morte sia preferibile a stare qui dentro il più grande paradosso: la vita. In fondo la contraddizione è quanto di più intimo all’Umano: vivere a scadenza, morire un giorno x sconosciuto, ma predefinito.
Se Nietzsche non si fece fuori fu per la debolezza abissale che non gliene diede la forza, altri, come Woolf, scesero nell’ abisso e si spinsero fino al fiume Ouse, prima che le ultime forze cedessero alla psichiatrizzazione del ricovero, come Il suo Septimus, della Signora Holliday, indossando stivali di gomma, ultimo legame con la vita. Perciò ciascun suicidio ha tracce di imperfezione: un’ultima lettera con qualche ripensamento, un brano musicale, una cialda, un elemento di vita.
Il suicidio ci interroga da sempre, da quell’Aiace sofocleo all’ultimo giovane rotolato sotto il treno di una piccola/grande stazione, del 2026. Se lo psichiatra ne dichiara la malattia e lo rubrica sotto la formula della depressione maggiore, il letterato/filosofo lo interroga e ne coglie gli infiniti nessi con semi della vita.
I farmaci nulla possono, di fronte le storie segnate, ferite, tagliate a sangue, i suicidi qui novellati, con la cura del tratto formale e il bisturi senza giudizio, indagatore del dramma, erano quasi tutti “curati” , ma tutti destinati.
Anzi, la “cura” disumana con cui fu trattata Maryl divenne forse il trauma più profondo. Ricorreva costante nel suo pensiero, disfatto da tempo da farmaci e superalcolici, l’immagine del contenimento forzato, le mura sbilenche senza finestre, l’inganno di chi si fidava. La recita che incarnava nel Cinema per un po’ la tenne in vita, il gorgo la risucchiò. In fondo, da sempre.
Intima si rende la connessione, di stretta e necessaria sopravvivenza tra chi pratica le arti, non per vezzo, ma per sincera qualità, con la morte.
Attraverso il libro di Fabrizio Coscia si conferma la mia intuizione: le anime grandi sanno di morte, da vive. Con essa dialogano, ingaggiano una battaglia, la sentono viscerale, ineluttabile spada di Damocle: le arti, distrazione e impegno, letto di Procuste, col corpo tagliato o allungato, stornando il Destino.
Siamo tutti destinati, come Achille, prefigurazione di morte giovane, pur eroe e proprio per questo, come la Antonia Pozzi, i cui semi di morte sono piantati o dispersi in quasi tutte le liriche.
Se qualcuno si fece fuori all’apice della fama, come Zweig, altri scoprirono, nella povertà economica e nel lutto della moglie, la vanità delle sue opere creaturali, come Emilio Salgari. Grande visionario, parco viaggiatore, trasfigurazione del Reale, estensore del delirio narrativo alla stessa famiglia. La morte ne rivelò la “maschera nuda”.
L’espressione artistica diventa talora un’ obbligata alternativa alla vita “vera”, una postura dell’Ideale, un pensiero ricorrente, una ricordanza o estremo inganno. Se ha salvato Leopardi, non altrettanto ha fatto con Paul Celan, Rachel Bespaloff. Nemmeno discutere con Omero e la Resistenza degli Eroi, di contro la lettura dell’Iliade, o la forza, di S. Weil, neppure la fama curò le ferite di una donna senza Patria.
E come poteva non morire Cesare Pavese, da sempre spaccato tra il mondo infantile sognato di Santo Stefano e l’intellettuale di pregio, nella Torino affamata di Amore? Come saziare l’arcaico bisogno di una donna, sintonizzata con l’umbratile e timido uomo, orfano precoce di padre e di madre severissima? Rabdomante e cercatore di tracce femminili, sceneggiatore improvvisato per l’ambizione dell’ultimo amore, pressato dalla solitudine, cedette alla morte l’anno dello Strega 1950
La fama e gli allori non saziano la fame di vita autentica; sono orpelli e accessori.
Ringrazio Fabrizio Coscia: mi ha riaperto le ferite mai davvero cicatrizzate, mi ha portata sulla soglia della Nekuia dell’Odissea, mi ha fatta viaggiare nell’ Inferno dantesco, come premonizione di vite martoriate, trovando in quelle morti specifiche la ragione ultima di vite connesse alle arti e da queste giustificate.
Siamo interconnessi non con i social, ma con queste vite, giustificate dal vizio assurdo di dover morire.
Pensare alla morte ci richiama in vita. Per quanto già Epicuro si affrettasse a delinearne l’equazione con Nulla, questa è insulsa come il dolore.

Giovanna Albi 

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