Il poetino che arpeggia le sue frigide lasse seduto al tavolino di un bar o lo scribacchino che legge le sue novellette in piedi su una ribaltina davanti a un pubblico di fannulloni fanno da contraltare agli scemi del villaggio che in molti oggi reclamano come filosofi.
Quella che in questi tempi svaligiati si fa passare per filosofia, poco più di cinquant’anni fa sarebbe stata soltanto vomito di ubriachi. Convertitasi al marketing, ridottasi a intrattenimento festivaliero e a disciplina da diporto, la filosofia è ormai un innocuo passatempo. Meglio il sudoku.
Soltanto mezzo secolo fa c’erano filosofi il cui pensiero piegava le travi dei tetti e le cui parole erano più taglienti della durlindana di Orlando. Oggi, invece, questa risciacquatura di bottiglie viene venduta per vino d’annata, acqua di sentina spacciata per pregiato champagne.
Il pop che un tempo certa filosofia affrontava a viso aperto per sminuzzare criticamente le moine della modernità si è presto trasformato in popsofia, una congerie di pensierini confezionati per soddisfare i bisogni elementari del rozzo popolino. Qualcosa di simile a ciò che Céline pensava dell’amore: «l’infinito abbassato al livello di un barboncino». È questa grezza minutaglia, infatti, che viene smerciata all’ingrosso o al dettaglio ai saloni, alle feste e ai mercati del libro insieme a gadget pacchiano e apposito merchandising.
Un tempo i sapienti erano detti “terribili”. Persino Socrate si schermiva di fronte alla sfolgorante superiorità filosofica del maestro “venerando e terribile”, aidóios kái deinós (Platone, Teeteto, 183e), incarnato da Parmenide. Ma oggi, come scriveva Colli, «[…] i filosofi sono agnelli!» (Filosofia dell’espressione). Basta che aprano bocca per udire il loro straziante belato a metri di distanza. Rannicchiati nell’Antro Coricio dell’università, scaracchiano i loro vischiosi muchi pseudo-sapienziali aspettando in panciolle il giorno della pensione.
Fuori dall’accademia, intanto, altri si fanno il culo. Studiano per l’erotico piacere di scavare l’insondabile, scrivono perché vi sia traccia dell’incompiuto e pensano perché è soltanto per quello che sono venuti al mondo. I libri di costoro sono piccoli monili, delicate porcellane che però rigano il piano dei mobili. Non ambiscono a costruire grandi sistemi, non vantano vendite da best seller e spesso sono impaginati con il coraggioso investimento economico di piccole case editrici. Ma per fortuna costituiscono un minuscolo deterrente all’atroce stupidità dei nostri tempi o la stretta passerella sotto la quale si apre la forra del banale.
Due di questi esemplari sono i piccoli trattati di Marco Lanterna intitolati Peisithanatos. Trattato della buona estinzione e Metafisica cancerosa e altre leggi di filosofia abiotica. Saggi brevi nei quali finalmente si legge una filosofia senza scrupoli, sconti promozionali e vane allusioni. Qui la filosofia di Lanterna spolpa la vita come l’anatomopatologo disseca e svuota un cadavere, recide i nervi e arriva all’osso senza concedersi pause o tentennamenti. Sì, perché è proprio la vita che questo filosofo extra-accademico prende di petto con i suoi saggi di filosofia abiotica, una filosofia, cioè, che fa a meno dell’uomo e della vita, anzi, è per sé stessa «fuor della vita, senza più vita».
Ma attenzione, non c’è nessun abbandono della coscienza in questa filosofia abiotica, nessuna schopenhaueriana noluntas, nessuna farsesca apologia della morte e nemmeno uno spietato invito al suicido. Quello che Lanterna fotografa con inquadratura grandangolare e osserva come la sentinella di un gigantesco panopticon è l’uomo nella condizione della sua più frusta inutilità o, per dirla con Julius Bahnsen, di «autocosciente nullità».
Il Persuadimorte (questo il significato di peisithanatos, termine il cui conio si attribuisce al filosofo Egesia di Cirene) accarezza l’idea – o propone una swiftiana modesta proposta – dell’estinzione autonoma dell’uomo e di ogni forma di vita che accampi pretese sul pianeta Terra. Niente cataclismi, ecpirosi o apocalittici finali da film hollywoodiano, semplicemente egli «Vuole la fine di tutto: ellissi piuttosto che eclissi, luce nera d’un sole ombra. Dei singoli suicidi o degli aborti della porta accanto, dei genocidi una tantum o delle estinzioni improvvide non sa che farsene, non ne gioisce e nemmeno ne piange». Egli anela semplicemente che si muoia «[…] tutti insieme in un solo fiat […] Altrimenti è solo un fare spazio a nuovi viventi che si comportano, con miglior agio, peggio dei vecchi». Questo, nella sostanza, è il manifesto del Persuadimorte.
La corrente pessimistico-nichilista in cui questo saggio si immerge di certo non è nuova e addirittura farebbe pensare ad altri libri, che condividono con
questo la stessa aspirazione emendatrice della razza umana, scritti da predecessori del calibro di Zapffe, Benatar, Ligotti, Cioran o persino il nostro Leopardi. Lo stesso Lanterna ne è consapevole e lo dichiara apertis verbis dicendo: «Il Persuadimorte ridice con nuova intensità tante verità vecchie di secoli, cento volte dette e ripetute, sebbene mai ascoltate né messe a profitto». La novità di Lanterna, però, è che egli lo dice oggi, nell’epoca dell’ottimismo tecnologico, dell’euforia sanitario-vaccinistica, dell’impegno missionario eco-ambientale, dell’esaltazione per le forme artificiali di intelligenza. Nel momento epocale, cioè, in cui gli uomini sembrano interessati esclusivamente a rimodellare il proprio corpo, a immunizzarsi, a rincorrere cure, terapie e ogni tipo di rimedio farmaco-chirurgico per prolungare il più possibile (non importa in quali condizioni fisiche e a quale prezzo) la vita. Inoltre Marco Lanterna lo fa, ore rotundo, con uno stile e una prosa raffinati da dotto esegeta, da fine glossatore, che amplificano, se ce ne fosse bisogno, la fredda lucidità del suo pensiero.
La temerarietà di Lanterna, tuttavia, non si esaurisce con il Trattato della buona estinzione ma infierisce con Metafisica cancerosa e altre leggi di filosofia abiotica che, per certi versi, ne costituisce il prosieguo e l’assunto. Qui è la malattia, anzi il cancro, la malattia per eccellenza, che tiene banco. Credo che mai la filosofia si sia interessata al cancro come quella abiotica di Lanterna e mai si sia spinta a pensare l’irragionevole eventualità di un tumore. Se da un lato vi è una sterminata e lacrimevole letteratura testimoniale sul cancro, dall’altro la totale assenza di pensatori accorti alla sua valenza metafisica. Afferma Lanterna: «La filosofia non viene minimamente intrigata da codesta malattia genetica, cioè insita nell’impasto della Vita; non la medita, trattandola alla stregua di un accidente, d’uno sfallo, qualcosa che vellica appena la superficie: quasi fosse una bava di vento che incurva le forme più deboli o aggettanti della Vita. Ma così non è». Perciò appare bizzarro e curioso «che nei filosofi sopraggiunga la stessa forma di negazione del cancro […] che si nota nelle persone comuni».
Studiare il cancro metafisicamente significa trattarlo alla stregua di un ente di un certo riguardo. Anche a Dio, ente per eccellenza, fu riservato lo stesso trattamento. Soltanto che in una ventina di secoli Dio ha dovuto subire caterve di discussioni, analisi, prove e controprove della sua esistenza, mentre al cancro, diciamolo, basta qualche esame di laboratorio e una risonanza magnetica per rivelarsi in tutta la sua ferale maestà o, come sinteticamente dice lo stesso Lanterna, «Il cancro non si dimostra, si rappresenta».
Il saggio, denso come la pece, è accompagnato da altri quattro testi di filosofia abiotica. Essi sono definiti leggi giacché, come ammette l’autore, il genere saggio è «ormai sclerotizzato e/o scolarizzato». Come dargli torto! Una di queste leggi è addirittura un manifesto contro l’osannata resilienza ed è intitolata, ovviamente, Irresilienza. Ora, si legga soltanto questo passaggio per capire di cosa stiamo parlando e si goda per la franca grazia di questa scrittura: «chi scrive è […] uno degl’individui meno resilienti sulla faccia torva della terra; uno che ha permesso che il dolore di lutti, amori e altri crac esistenziali, non solo l’invadesse, ma vi attecchisse con i suoi bossi ligustri, formando una boscaglia fitta mostruosa e inestricabile di sterpi, di spinose e contorte robinie, di orridi e inghiottitoi senza fondo».
C’est tout!
Vincenzo Liguori
* * *
Marco Lanterna, Peisithanatos. Trattato della buona morte, Liberilibri, Macerata 2021, pp. 168 – EAN: 9788898094882
Marco Lanterna, Metafisica cancerosa e altre leggi di filosofia abiotica, La scuola di Pitagora, Napoli 2024, pp. 120 – EAN: 9788865429570