Due lustri dopo Storia di Carla, suo esordio nella narrativa, Federica Iacobelli torna a proporre un romanzo rivolto al pubblico degli adulti.
Cambia però scenario, proiettando i suoi personaggi (un gruppo di ragazzini e qualche adulto) dentro il macrocontenitore della Storia, ma facendoli agire in quella che lei stessa definisce una “storia piccola”.
Elementi che sembrano apparentare (paragone da prendere comunque con cautela) Il paese dei matti (edito da Bompiani nel 2025) a un altro universo narrativo: quello visivo di Yasujirō Ozu.
Il regista giapponese posizionava la macchina da presa quasi a terra creando un punto di vista eccentrico. Così facendo, ne ricavava una bidimensionalità delle inquadrature, e una messa in scena “rigida” che portava con sé la ritualizzazione del quotidiano.
Una scelta estetica, precisa, che si percepisce anche in questo nuovo lavoro di Iacobelli pervaso da un senso di immobilità della scena, capace di scavarla in profondità andando alla ricerca di un senso delle cose, che prima o poi entrano in campo.
Il guardare dal basso, il costruire quindi un lento descrivere di quanto si fa catturare dall’inquadratura (e di quanto vi appartiene, anche se esterno a essa), sta nella posizione del personaggio principale, quello che muove il racconto, che “guardava in alto da più di metà della sua vita”, ma poi cambia attitudine e preferisce (preferisce?) non scollare gli occhi da terra.
Lei, il personaggio principale, si chiama Gianna, ed è una bambina di appena cinque anni.
Sta al suo sguardo scandagliare un territorio decisamente sconosciuto visto che, con l’intera famiglia, viene spostata dalla città a un paesino della campagna emiliana nel maggio 1944. Luoghi questi ultimi ritenuti più sicuri dai bombardamenti. Lei e i suoi parenti sono quindi degli sfollati.
È in questo preciso momento storico che Iacobelli ambienta Il paese dei matti. Periodo tenuto ai margini della vicenda, a fare da cornice perché, come detto, non è la parte che interessa all’autrice.
A interessarle è il “quanto” accadrà in quel luogo, dove sorge un castello da fiaba diventato sanatorio per disturbi mentali. Interessa il cosa accadrà fra i personaggi, nel loro entrare e uscire dalle scene.
E il loro continuo interagire può senza dubbio far parlare di romanzo corale, anche se la sorpresa più bella resta Gianna, il suo muoversi tra la realtà e un mondo che le appare come meraviglioso, come ricco di scoperte. Un vero e proprio pure wonder americano, potremmo dire.
A questa bimba, più che a qualunque altro dei personaggi, spetta il compito di mostrare e legare fra loro i temi cardine del racconto: la guerra, la marginalità, la salute mentale.
Proprio il suo sguardo dal basso la porta a scavalcare quei limiti fisici e ancestrali che gli adulti si sono dati da tempo.
Per Gianna non vi sono barriere, ma universi da scoprire; universi la cui anomalia sta tutta negli occhi di chi guarda, e giudica. Per lei non vi sono i matti del castello e dall’altra parte gli altri: vi sono unicamente persone con cui entrare in comunicazione.
Sostenuto da un ventaglio di indizi legati anche ai titoli dei vari capitoli, Il paese dei matti riprende e sviluppa eventi presi in prestito «dai ricordi di persone vere», appartenenti cioè alla famiglia della sua amica e collega Giovanna Bo.
Da lei parte la proposta di trasformare “una storia familiare” in script per un film di animazione. A Iacobelli – sceneggiatrice per il cinema, il teatro e la televisione oltre che scrittrice per bambini e ragazzi – trarne lo spunto per questo romanzo, che mette al centro la figura di Gianna, nella realtà zia della Bo, e alcuni elementi paesaggistici e storici.
Il peso biografico della famiglia Bo all’interno de Il paese dei matti è dichiaratamente alto, ma solo la penna dell’autrice stratifica la storia, la porta a respirare un’aria estiva, sonnacchiosa, a tratti quasi riottosa a staccarsi dalle immagini per come ne è presa nella loro descrizione.
Lungo tutto il romanzo si avverte poi il persistere di una traccia poetica, che si amalgama con la struttura narrativa di matrice naturalista. Tenuta in punta di penna, la sentiamo fluire attraverso la voce del narratore. È una poesia che lascia dietro di sé qualcosa di ariostesco, e non solo perché un personaggio si chiama Astolfo.
Sergio Rotino
Recensione del libro Il paese dei matti di Federica Iacobelli, Bompiani 2025, pagg. 208, € 16,00