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Filippo Polenchi. Vesta

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Strana creatura questo Vesta. Neanche duecento pagine per un’opera dalle molteplici influenze e ancor più svariate suggestioni. Ho aspettato un po’, a libro chiuso, prima di buttar giù qualche pensiero e ancora le parole mi riecheggiano nella testa.
Anche in questo caso, come per il precedente
Oblio mucido (altra chicca indefinibile della collana Specchi), ci troviamo alle prese con un’opera che si ritaglia uno spazio liminale tutto suo. Volendo esser spicci (ma riduttivi), si potrebbe tirare in ballo la distopia, il tema dei mondi paralleli, la materia temporale, la malattia come forma di preveggenza e il concetto, tutto umano, di “percezione” di una realtà sempre più incerta e fallace ma si resterebbe comunque sulla superficie.

«Come si fa a pensare che la vita sia decente? Ora tutto è paura: di parlare, di immaginare. Dire una sola parola potrebbe creare demoni con artigli per dilaniare, per rendermi solo corpo angoscioso. Questo brodo di zolfo è l’habitat naturale dei diavoli. E inevitabile, mi dico: averli immaginati nella testa, avergli dato uno sbocco nel regno delle figure, li fa vivere. Saranno per le strade, faranno a pezzi le persone, il banchino dell’ortofrutta, l’autobus che passa ora lì davanti, i passeggeri al suo interno. L’orrore è fatto di parole pensate.»

Sbirciando sul sito dell’editore si citano i nomi di Walter Benjamin e di Mark Fisher ma se volessimo restare in territorio nazionale, io ci ho visto anche qualche eco di Luciano Funetta (Dalle rovine) e, cinematograficamente parlando, quasi un preambolo al sottovalutato, post-apocalittico, The Survivalist. Di essi ho avvertito il senso comune d’incombenza catastrofica. La gravitas che aleggia in ogni paragrafo verso qualcosa che a breve s’ha da compiere per mano di un volere maggiore ma di cui inizialmente il lettore (e la protagonista, Teresa) ben poco potranno comprendere. È il potere del fantastico, la sua capacità innata di aprire porte e porre domande, ancor prima di garantire risposte, in questo Vesta non fa eccezione.
L’incipit è una visione da cui scatterà la morsa della paura. Saverio, astrofisico in pensione con una malattia sulle spalle a scandire i giorni, è convinto che il passaggio della cometa di
Vernonbach sarà l’inizio della fine e la sua convinzione si è talmente radicata nel cervello da averlo portato negli anni a costruire un rifugio sotto la sua casa. Chi ha visto 10 Cloverfield Lane potrebbe riconoscervi un’iconografia non troppo dissimile: un condotto scavato sotto le fondamenta che porta a una magione dalle pareti di metallo spesso, scorte alimentari accumulate per anni e un sistema di ventilazione e ricircolo dell’aria che farebbe invidia a Michele Molteni.
Saverio ne è certo, anzi, si potrebbe dire che questa è la sua unica e ultima certezza, per quanto a volte la sua lucidità paia vacillare lasciandolo in balìa di uno stato confusionale e catatonico, la minaccia di Vernonbach e della sua evoluzione in
Vesta porterà il mondo al collasso. Nel mentre, Giorgio, il compagno di Teresa, sparisce lasciando la donna in balìa di una “Promessa” della parola che sembra essere l’unica chiave per decifrare il mosaico di avvenimenti che le sta sconvolgendo la vita. E al suo ritorno il marito che un tempo costruiva case non sarà più lo stesso, quasi fosse rimasto prigioniero della sua stessa dimora mentale.

«I giorni stanno passando e la loro promessa di eternità ti delude. Nella casa di tuo padre, condividi le sue abitudini tarlate e quello che sembrava aver rinnovato il cielo adesso si spegne. Dividi le tue giornate tra comoda abitudine, rituali e terrore. Dopo pranzo lo guardi coricarsi sul divano. Il corpo non segue lo stesso ritmo delle fluttuazioni mentali. Mentre lui dorme tu scendi nel bunker. E una liturgia, si ripete sempre allo stesso modo e ti rassicura. L’attesa gelida nella stanza senza orpelli è una prefigurazione del dopo, è già un mondo a venire. Il terrore giunge quando pensi al momento esatto di Vesta. Come apparirà nel cielo? Sarà una scia annunciata da qualche avventuroso astronomo oppure i governi imporranno il silenzio? Sarà tuo padre a indicare il cielo e dire “Adesso”?»

Vesta è dunque una minaccia, il villain, ma può anche essere intesa un punto da cui ripartire, la linea di non ritorno.
Come si accennava in apertura però, limitare l’opera di Polenchi al genere fantascientifico sarebbe come voler costringere un prisma a proiettare un singolo colore. L’amore dell’autore verso la forma breve del racconto si avverte anche in queste pagine, così come la sua abilità di impastare i generi, caratteristica riscontrata anche nel suo precedente
La casa in fiamme (Industria e Letteratura).
La prosa dello scrittore fiorentino predilige una forma asciutta, paratattica, scarnificata all’osso fintanto da sfociare in alcuni paragrafi nella forma sterile dell’elenco eppure questo non le impedisce di fiorire in alcuni passaggi dalla mirabile eleganza. Polenchi è un autore consapevole, che sa quando è il momento di osare e quando invece limitarsi all’esposizione dei fatti, in questo tutta la vicenda non si discosta mai dall’intimità del nucleo familiare, mantenendo saldo il focus sui (pochi) protagonisti, sulle loro reazioni e i loro trascorsi, sui metodi per mantenere lucidità anche quando i toni gonfiano d’apocalisse. Come se la salvezza fosse tutta lì, negli occhi inconsapevoli di Cloe, la bambina che sarà testimone del dopo.
In questo si potrebbe considerare
Vesta come un’opera ambiziosa e claustrofobica, nonostante abbracci temi universali ed è forse proprio questa la sua capacità più peculiare. Il suo modo indefinibile ma estremamente personale di riuscire ad appassionare anche chi la fantascienza non la mastica quotidianamente e si vuol mantenere sul livello più superficiale dell’interpretazione. Per tutti gli altri, invece, di certo la materia su cui scervellarsi è parecchia, ancor più l’originalità con cui viene proposta. Una cometa letteraria che merita di essere osservata e analizzata con dovizia di causa, anche nei giorni post lettura.
Non mi pare poco.

Stefano Bonazzi

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Vesta

Filippo Polenchi

AlterEgo

17,00 euro — 174 pagine

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