Fleur Jaeggy

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Scomparsa Elsa Morante, lei resta
probabilmente la nostra maggiore scrittrice.
Cesare Cases, L’Unità del 20/02/2002

Chi non avesse dimestichezza con Fleur Jaeggy probabilmente sospetterà che la scrittrice non abbia origini italiane. Ma il nome di battesimo francese accostato al cognome tedesco non sarebbe comunque rivelatore perché lei è nata in Svizzera, a Zurigo, nel 1940.  La Jaeggy ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza in collegi svizzeri, esperienza che ha avuto un impatto fondamentale sulla sua vita e la sua cultura.
Dal 1968 si è trasferita in Italia, a Milano, dopo un primo passaggio a Roma, e il suo debutto come autrice è avvenuto proprio in quell’anno con Il dito in bocca scritto, come tutti i suoi altri testi, in italiano.
Per questo motivo abbiamo deciso di ospitare un suo incompleto ritratto nella rubrica Italiani.
Incompleto per due motivi: il primo perché non sono riuscito a reperire i suoi primi tre testi, pubblicati come gli altri per Adelphi, di cui Fleur Jaeggy ha impedito ulteriori ristampe; il secondo perché la complessità dell’autrice, che forse per questo ha sempre scritto testi brevi, a volte fulminei, è di una profondità tale che credo – o almeno lo è per me – sia sondabile solo fino a un certo livello.
Sicuramente fa parte delle grandi donne della letteratura, al pari della Kristof, Nemirosky, Youcenar e della stessa Bachmann di cui è stata carissima amica fino alla scomparsa.
Di carattere schivo e riservato, ha evitato il più possibile incontri pubblici e interviste. Ma in una delle rare eccezioni, parliamo del Corriere della sera del 22/11/2001, alla domanda di Stefano Jesurum “Che cosa si aspetta da un libro?” risponde “Niente”.  “Perché scrive?”. “Per niente… dalla vita c’è poco da aspettarsi, no?”.
E il nichilismo lo ritroveremo intatto e inattaccabile in tutti i suoi testi.
La sua scrittura è lontana da ogni stilema e da qualsiasi moda. Insofferente alla tradizione, è attenta soprattutto ai movimenti della vita, ai mondi interiori dei suoi protagonisti. Il suo sguardo narrativo parte da un punto di vista diverso, come da un “altrove” che non segue alcuna regola temporale o di luogo. Il passare da un tempo verbale a un altro, il punto di vista dell’io narrante onnisciente che passa alla terza persona all’interno di una stessa frase, anziché confondere il lettore lo porta a toccare con mano il disagio espresso dai personaggi.
Il suo sguardo non è mai ovvio, non è mai semplice. Anzi, sembra travalicare il limite del visibile portandoci in anfratti in cui nessun altro è arrivato.
La vita e la morte, il concreto e l’astratto, il reale e la fantasia si mescolano e sovrappongono senza soluzione di continuità, così come l’inanimato (pupazzi, tazze o mobili che siano) prendono vita come se l’ambiente esterno convivesse con il mondo interiore. Non sono rari i tentativi di dialogo dei personaggi con cose e animali.
L’ossimoro è uno strumento di cui la scrittrice svizzera fa ampio uso nei testi (“calma violenta” o “carità rapace”), nei titoli (“I beati anni del castigo”) e che è presente anche nel contrasto tra il suo nome di battesimo francese, dal significato e dal suono dolce, e il cognome con la caratteristica durezza del suono del tedesco.
Tasselli di vite – come nella miglior tradizione Checoviana, questo sì – rivoltati come calzini, sentimenti portati a galla con crudele distacco. Non c’è mai innocenza nelle sue trame, perché l’innocenza non è un sentimento umano. Neanche dei bambini.
Essendo la morte l’unico progetto comune della vita di tutti, sembrano essere solo il male e la crudeltà l’unica via d’uscita alla mancanza di un senso. Che la scrittrice non ricerca mai perché ritiene che non esista.
L’ineludibilità della morte, quindi, non permette né salvezza né riscatto.
Le sue frasi sono brevi e incisive, gli spazi vuoti e le zone buie della sua narrativa hanno una valenza che, spesso, va al di là del detto. Una costruzione organizzata con perizia, pazienza e mestiere, dove il distacco e la passione per lo scrivere della scrittrice sembrano convivere senza alcun affanno. È il complicato che è reso semplice, il nascosto che diventa esplicito da un talento che sembra essere senza limiti.
Il lavoro di sottrazione è evidente: lo si nota dalle parole, ridotte all’essenziale, dalla brevità dei testi, dalle trame ridotte all’osso. La ricerca di ritmo e di musicalità sono altre prerogative della scrittrice: non risulterà strano al lettore, quindi, che Fleur Jaeggy rilegga i suoi testi a voce alta durante la revisione.
La morte, la pazzia e la disperazione sono i fulcri da cui si snodano le sue storie, scene di rapporti familiari e interpersonali a dir poco inquietanti, in cui l’esteriore non collima mai con i sentimenti distruttivi dei personaggi.
Il dolore e la sofferenza determinano l’infelicità dell’uomo e solo la solitudine e il silenzio sembrano gli unici rimedi per lenirla.
Le ambientazioni dei romanzi e dei racconti sono talmente rarefatti, privi di elementi identificativi toponomastici e temporali da impedire una loro collocazione precisa. Più che un limite, la scelta dell’autrice sembra dare alle sue storie quel respiro universale di cui solo i classici immortali sembrano godere.
Nonostante l’autrice smentisca che ci sia autobiografismo nelle sue opere, non si può negare, come vedremo parlando dei suoi testi, che esse siano rielaborate prendendo spunto dalla sua vita.
Da segnalare anche le sue traduzioni di autori come Schwob, De Quincey, Keats e Walser, per cui l’autrice non ha mai nascosto il suo amore, e le collaborazioni musicali, soprattutto con Franco Battiato.

 
Bibliografia di Fleur Jaeggy
Il dito in bocca, Adelphi, 1968;
L’angelo custode, Adelphi, 1971;
Le statue d’acqua, Adelphi, 1980;
I beati anni del castigo, Adelphi, 1989;
(Premio Bagutta 1990, Premio Boccaccio Europa 1994);
La paura del cielo, Adelphi, 1994;
(Premio Moravia 1994);
Ploreterka, Adelphi, 2001;
(Premio Vailate Alberico Sala 2001, Premio Donna Città di Roma 2001);
Vite congetturali, Adelphi, 2009;
Sono il fratello di XX, Adelphi, 2014.
 
Le opere
Come accennato in precedenza, non mi è stato possibile recuperare i primi tre libri di Fleur Jaggey. Per chi fosse interessato, rimando all’ottima pubblicazione di Raffaella Castagnola, edita nel 2006 dalle edizioni Cadmo. Un testo imperdibile per chi volesse approfondire l’opera e la vita della scrittrice svizzera dal suo debutto fino a Proleterka e che mi è stato indispensabile per la stesura di questo articolo.
La mia compagna di stanza del Bausler era una tedesca, brava e cattiva, come possono essere le ragazze stupide.
Il 1989 è l’anno de I beati anni del castigo. Il romanzo, poco più di cento pagine, è di una lunghezza da cui l’autrice non si discosterà mai troppo nei suoi romanzi. La trama parla dell’esperienza di un’adolescente di quattordici anni all’interno di un collegio femminile sulle Alpi svizzere. Un’esperienza che la stessa Fleur Jaeggy ha vissuto. In questo testo che la fa conoscere al grande pubblico, ci sono tutte le peculiarità dell’autrice: una scrittura essenziale e algida, che non lascia trasparire le emozioni di chi scrive, il dono di una sintesi straordinaria, che le fa dire in una frase ciò che altri autori scriverebbero in molte pagine, un punto di vista che le permette di sondare pieghe così profonde che mai sono state praticate, l’evitare l’ovvio con cui i nostri sguardi catalogano i fatti e le persone.
E gli ossimori, il convivere dell’animato e l’inanimato, la morte che aleggia sui protagonisti con rapacità, il reale che si presenta nella sua dolorosa sofferenza, la mancanza di progetti dei personaggi, la loro infelicità, le assenze rispetto alle presenze non fanno altro che sottolineare il disperato nichilismo che avvolge l’opera dell’autrice.
Non è la narratrice la protagonista del romanzo, ma quella Frédérique che fa la sua comparsa nel collegio a storia avviata: la mediocre narratrice, infatti, non può non innamorarsi della compagna perfetta. Perché Frédérique intanto è più grande di lei (per pochi mesi di differenza la quattordicenne è relegata nell’ala riservata ai piccoli), ha modi e vesti eleganti, possiede una vasta cultura, è presa a benvolere dalla direttrice per i suoi modi cortesi ed educati e ha una calligrafia bellissima che lei imiterà.
Diventano amiche, Frédérique sembra volere solo la sua presenza accanto a lei, e se la narratrice sente crescere il suo amore verso quella ragazza da imitare, questo non assumerà mai un aspetto carnale. Frédérique, nella perfezione dei gesti e dei comportamenti, resterà irraggiungibile.
L’orizzonte circoscritto del collegio viene dilatato dalle passeggiate mattutine e solitarie della narratrice: un paesaggio gelido che sembra essere stato contaminato dall’assoluta mancanza di calore dei personaggi che popolano la storia. Un ambiente che sembra, spesso, animarsi e relazionarsi con le persone. Un ambiente che spesso è lo specchio dell’animo dei personaggi.
Anche Frédérique dormiva quando facevo le mie passeggiate. Sui prati scoscesi volavano bassi i corvi, deformi, vanagloriosi, crudeli. Li avevo paragonati alla nostra adolescenza, mentre cercavano, nella terra intorno al collegio, dove mettere gli artigli.
E nonostante la narratrice pensi di non riverderla mai più – tra l’altro Frédérique lascerà il collegio prima della fine dell’anno scolastico per l’improvvisa morte del padre – anni dopo si incontrano di nuovo.
La vita di Frédérique è cambiata, virando verso la pazzia. Vive in una stanza vuota di un edificio semi abbandonato, più tardi tenterà di appiccare il fuoco alla sua casa di Ginevra.
La narratrice, alla fine, incontra anche la madre di Frédérique. La trama si avvicina all’epilogo – se di epilogo si può parlare per le storie della Jaeggy – senza fretta, la storia si dipana lasciando al lettore una sensazione sempre più forte di imminente disastro, di disagio. Non c’è redenzione, non esiste salvezza. È quello che ci dice il finale di questa straordinaria storia che rimette in discussione il punto di vista che ha accompagnato il lettore.
Si sentiva il rimprovero nel soggiorno silenzioso, saliva dalla terra e si espandeva come una bruma marcia avvolgendo i mobili pingui e imponenti. Loro due, come da una secca, sovrastavano quegli umori, i geni cattivi, in silenzio. « Occhi sporchi » aveva pensato Verena guardando il marito. « Occhi sporchi » continuava a pensare Verena, muovendo appena le labbra. Anche le lacrime sono sporche. Un dolore può deformare gli occhi. Ma non in casa Kuster.
Il titolo successivo è La paura del cielo che contiene sette brevi racconti, un numero che cabalisticamente ha tanti significati così come per l’autrice, se è vero che all’inizio i testi erano otto e uno è stato eliminato dalla Jaeggy stessa.
Che tra l’altro ha dichiarato che proprio il racconto escluso è stato il più difficile.
Il titolo dell’antologia non è casuale: il termine “cielo”, infatti, lo incontriamo più volte ed è sempre minaccioso, ingombrante e “infetto”. Oltre a questo, i fili che legano i racconti solo apparentemente slegati tra loro sono la morte, la violenza e l’amore che si confondono, la crudeltà che proviene sempre da personaggi esteriormente normali, la sospensione delle storie che hanno in comune un tragico epilogo, i movimenti della vita. La voce narrante è sempre gelida e informe, una semplice cronista che racconta da un apparente stato di non emozione, senza mai spiegare i retroscena che portano i personaggi all’omicidio, al suicidio e alla pazzia.
Anche in questo caso, definire la scrittura essenziale è improprio: la scrittrice scarnifica le parole e la trama, lasciando parlare i vuoti, le pause e la punteggiatura. Il suo particolare punto di vista “altro” che arriva dove altri credono non ci sia niente.
Con una sensibilità letteraria che si avvicina molto più alla poesia che alla prosa, specialmente nei racconti più brevi, la Jaeggy dà un altro saggio delle sue superbe doti.
Le storie non sono mai rassicuranti, tutt’altro: c’è una madre che rifiuta un avvenire migliore per la figlia, una donna che diventa una folle omicida, una ragazza accolta in una casa di accoglienza gratuita che uccide a martellate un’altra ospite, un rapporto intimo tra due donne che trova riconoscimento con la promessa di un posto nella tomba di famiglia, una serva che brucia la casa dove è stata ospite, due gemelli che tornano al paese di origine, senza desideri e bisogni, indotti al suicidio, un’anziana signora che uccide il marito il giorno delle loro nozze d’oro.
Situazioni estreme trattate senza giudizio morale e senza che all’autrice importi dire da dove vengano e dove finiranno i protagonisti.
Era un uomo rassegnato, dalla mitezza quasi ossessiva. Tutta la stanza era docile. Docile un mazzo di fiori, docili e leziosi i quadri alle pareti. Le sedie minuziose, il tavolo con un centrino nel mezzo. L’uomo era a disagio. Non per Johannes, che era stato il suo difensore. Ma perché c’era una bambina. Fuggiva il mio sguardo. Volevo sapere perché si uccide. Se un uomo così terribilmente dolce uccide la madre, doveva avere un’esasperazione così soave da scatenare il furore. Orsola non è dolce. Quindi non può essere un’assassina.
Il brano precedente esemplifica in maniera convincente la narrativa di Fleur Jaeggy. Gli aggettivi per l’inanimato, la frase “esasperazione così soave da scatenare il furore”, la dolcezza da cui nasce il male, la nonna Orsola rigida, quasi anaffettiva da cui è impossibile aspettarsi uno scoppio d’ira. Frasi brevi, parole incisive ritmate da una punteggiatura frequente.
Alcuni sostengono che Proleterka, del 2001, sia il capolavoro della scrittrice svizzera. Personalmente non saprei decidere se sia meglio questo romanzo o I beati anni del castigo. Credo che abbiano, però, parecchio in comune.
Un’adolescente, quindici anni, che intraprende un viaggio con un padre assente e che la madre e la nonna Orsola cercano di escludere dalla sua vita. La narratrice frequenta collegi svizzeri, e come i collegi la nave jugoslava Proleterka, proletaria, è un luogo chiuso e delimitato, entrambi metafore della vita.
Imbarcati ci sono amici del padre, Johannes, settantenne e già malato a cui non resta
molto da vivere. Era ricco come lo sono tutt’ora i suoi amici, esemplari di una borghesia bigotta e avara, che non piacciono alla “figlia di Johannes”. È proprio così che si definisce la narratrice di cui non sapremo mai il nome.
Più che un romanzo di formazione come I beati anni del castigo, in questo caso ci troviamo di fronte a un testo di iniziazione alla vita e al sesso. “Quando finisce il viaggio lei deve sapere tutto”, soprattutto come conoscenza del mondo maschile che manca negli istituti femminili. L’esperienza sessuale l’adolescente la compirà con due uomini dell’equipaggio perché era sua ferma intenzione viverla in questa occasione.
Il racconto del viaggio, con cui padre e figlia non riescono a entrare in contatto per la semplice ragione che nessuno dei due esce dalla propria intimità, è intramezzato dalle relazioni che la ragazza ha avuto con la nonna Orsola e con la madre che si è risposata.
L’anziana, con cui la narratrice ha convissuto parecchio tempo, le impartisce un’educazione molto rigida. Per questo è molto severa e non mostra mai di provare sentimento per la ragazza. La madre, la moglie di Johannes, è una donna assente e lontana che lei non ha mai amato. Ricorda quando suonava il pianoforte e per questo è convinta di aver sviluppato un cattivo rapporto con la musica. Parla poi dell’amico del padre, che Johannes aveva difeso dopo l’omicidio della madre. Ed è proprio quest’uomo che, al contrario degli altri, sembra avere sentimenti.
Gli amici di Johannes, moralisti e protestanti, non amano sua figlia: troppo intraprendente, poco incline all’obbedienza e all’educazione.
L’autrice gioca molto sui passaggi dalla prima alla terza persona, sull’accostamento di parole tradizionalmente agli opposti, su suoni cupi che richiamano le situazioni portando il lettore al solito micidiale senso di straniamento.
Thomas De Quincey divenne visionario nel 1791, all’età di dei anni. Il fratello maggiore William cercava il modo di camminare sul soffitto a testa in giù come le mosche; Richard, detto Pink, si imbarcò su una baleniera e fu preso dai pirati. Gli altri erano dei melanconici. Thomas sfoglia sonoramente le pagine della Lampada di Aladino. Ogni mattina la signora De Quincey passava in rassegna i figli, li profumava con la lavanda o l’acqua di rose e con grazia gelida li esentava dalla sua presenza fino al pranzo.
Vite congetturali è un libriccino di appena cinquanta pagine dove la Jaeggy, in forma romanzata, racconta la vita di tre autori che ama molto e di cui si è occupata con saggi e traduzioni. Oltre a John Keats, poeta inglese dell’ottocento, tra i maggiori del romanticismo e morto a soli venticinque anni, la scrittrice si occupa anche di Thomas De Quincey, scrittore inglese dell’ottocento dedito per buona parte della sua vita all’oppio da cui l’opera Un mangiatore di oppio, e di Marcel Schwob, scrittore simbolista francese di fine ottocento, famoso per l’opera Vite immaginarie in cui, appunto, immagina le vite di alcuni personaggi di epoca medievale. Non a caso una prima versione di Thomas de Quincey è stata pubblicata ne Gli ultimi giorni di Immanuel Kant, mentre quella di Marcel Schwob è presente in Vite immaginarie, pubblicati entrambi da Adelphi.
La scrittura della Jaeggy, in questo caso, pur non rinunciando a tutte le sue peculiarità, sembra essere meno algida e – forse – meno intransigente rispetto al suo standard. Lo stile è comunque impeccabile e tra le righe, ogni tanto, sembra di intravedere una parvenza di gelida ironia, per usare uno degli ossimori di cui l’autrice è maestra, che tinge di un colore meno scuro l’ambiente.
Gli esteti della letteratura noteranno la padronanza lessicale e stilistica. Un impianto breve, reso però molto funzionale da quello che, credo, oltre ad essere un esercizio di stile esemplare è la continua ricerca di un linguaggio diverso e nuovo. Il libro è senz’altro anche un omaggio ad autori a lei cari.
I riferimenti alla cultura classica sono parecchi, ma mai usati per mero esibizionismo. Sono parte integrante delle biografie di scrittori che hanno un posto importante nella storia della letteratura.
Una volta mia nonna mi chiese, cosa vuoi fare da grande? E io risposi, voglio morire. Da grande voglio morire. Voglio morire presto E credo che a mia sorella sia piaciuta moltissimo la mia risposta.
Così si presenta il fratello di XX, nell’antologia di racconti uscita a fine 2014, Sono il fratello di XX, che prende il titolo da questo primo racconto.
La Jaeggy ribadisce la sua raffinatezza stilistica, la propria ricerca letteraria e i temi centrali della sua scrittura. I venti racconti presenti nel volume (la XX del titolo forse non è un caso) sono testi che ripercorrono la storia letteraria della scrittrice di madrelingua italiana.
Ogni racconto è una storia a sé ma credo che ogni lettore, in base alle proprie sensibilità, possa creare un percorso che li leghi indissolubilmente.
L’insensatezza della vita, la morte come unica prerogativa certa dei vivi, la crudeltà verso chi vuole farti del bene, il silenzio che sembra essere l’unico rimedio ai vuoti dell’esistenza, il desiderio di sparizione, la solitudine che porta a dialogare con i morti e con gli animali e le cose – come fosse impossibile un dialogo tra umani –, il dolore e l’odio vengono indagati con una scrittura calibrata, parole taglienti, trame estreme e personaggi che rimarranno indelebilmente in mente.
È il male interiore quello presente in tutti i racconti, un male che non ha rimedi e che ha accompagnato e accompagnerà i protagonisti di queste storie fino alla fine. Che la Jaeggy non giudica, non spiega ma racconta dal suo solito punto di vista che è dotato di un campo visivo più ampio e profondo.
I passaggi straordinari di questi testi sono diversi, tanto che sarebbe impossibile elencarli tutti.
Quando ha raggiunto il bersaglio, all’improvviso il gatto si distrae. Gli etologi chiamano questo movimento Übersprung. Avviene poco prima del colpo mortale. Vediamo il gatto muovere e spostare la preda come se fosse una piuma. Le ultime mosse. La farfalla danza la sua agonia. Vibra impercettibilmente, tanto da destare ancora interesse nel gatto. E lui si distrae. Si allontana. Con calma muta la rotta. Muta la rotta mentale. È come un momento morto. La stasi. Sembra che nulla lo interessi. Sembra che abbia dimenticato le ali frementi che solo qualche istante prima avevano suscitato la sua totale dedizione.
Uno dei tanti passaggi impeccabili, nel racconto Gatto, che è uno dei più corti ma che ha una densità straodinaria. La cadenza delle sue pubblicazioni fa pensare che l’autrice lavori molto sui suoi scritti. Non credo sia affatto facile, infatti, raggiungere un’omogeneità di stile e contenuti altissima quale quella della Jaeggy. Non esiste cedimento stilistico, calo di tensione o caduta strutturale nella sua letteratura.
Che la perfezione non esista siamo tutti d’accordo, ma letterariamente parlando la narrativa di Fleur Jaeggy è quanto di più ci si avvicini.
Ed è un peccato – ma forse una fortuna per noi lettori – che la scrittrice svizzera abbia dichiarato di dimenticare ciò che scrive non appena i suoi libri sono pubblicati.