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Fly Mode. Intervista a Bernardo Pacini

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Fly mode è l’ultimo libro di Bernardo Pacini, edito da Amos ed. nel 2020. Si compone di quattro sezioni più un’appendice. La particolarità di questo libro è innanzitutto il punto di vista: l’oggetto-sguardo è quello di un drone e la postura è panoramica. Nel seguito del tragitto poetico l’occhio tornerà umano e il dronista prenderà il proprio posto nell’economia della memoria. Il mondo appare in una sorta di andirivieni ritmico tra vicinanza e lontananza, a esempio nella sezione DCIM. Cieli, radure. Profondità aeree e agrimensure. La memoria emotiva nella prosa poetica e elegiaca di Memoria interna – diario del dronista e in Quadernone di botanica. Il terreo e il metafisico. E poi i personaggi dello scenario di Vite in 4K e CCTV. Metafore. Musica e ritmo. Non manca il punto critico di poca visione, di un linguaggio in certi momenti tecnico troppo. Complesso. Ma è una difficoltà che è del mondo. Di uno sguardo intricato di cui non sempre si può o si deve dire tutto.

Gianluca Garrapa

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«Abissato in questo sogno meridiano

immobile / nella tratta dei venti

io vedo tutto.»:

a colpire il mio senso dell’ascolto è innanzitutto il punto di vista. dell’oggetto. o meglio direi. del s-oggetto («Avrete dunque compreso la caratteristica primaria del silenzio, questo suo rimanere nei pressi degli oggetti»). scrivere stranendo il puntuale visivo. sgravitare l’occhio dal corpo e vedere da un totalmente altro. immersi nell’oggetto. della visione. colpisce la cesura del secondo verso. andando avanti nel sentiero poetico ci imbattiamo spesso in questa scelta che divide unendo. si poteva dividere andando a capo. o lasciare unione nel verso: invece questa è visione di oggetto. e dall’alto. si sa. il territorio è un uno frammezzato. unione colta (anche nel senso della scelta linguistica) di un sol colpo ma che la parola non può trarre in un gesto unico: come nasce la panoramica di Fly mode e come hai lavorato dal punto di vista del ritmo?

Sono molto contento, caro Gianluca, che tu ti sia accorto di questi slash, di questi indicatori ritmici supplementari. Qualcuno potrebbe pensare che siano da considerare vezzi o abbellimenti, ma non lo sono. La cesura vuole invece rappresentare lo scossone, la turbolenza, l’oscillazione che fa sobbalzare il drone quando si trova ad altezze vertiginose. Nel mio caso è il trasalimento della visione che interrompe la misura prestabilita del verso senza però doverlo mandare a capo. Sì, il mio tentativo di identificazione nell’oggetto è stato totalizzante nella soggettivizzazione: come hai giustamente notato, ha investito tutti i sensi che poteva. Oltre a questa funzione immedesimativa, lo slash è anche un indizio affinché il lettore sappia fare delle micropause durante la lettura del verso, concentrandosi su una parola o un accento o un emistichio secondo il ritmo che ho in mente io quando mi leggo e rileggo. La prospettiva aerea è la chiave di volta di tutto il libro e la sua più netta ambizione. Decidere di assumere il punto di vista di un drone è un tentativo di deviazione dall’orizzonte usuale, una rinuncia alla visuale omologata del quotidiano alla quale ci abituiamo senza fare resistenza. L’esperimento drone-poeta o poeta-drone non è l’accomodamento in una posa che deresponsabilizzi l’essere umano, bensì una sfida a cambiare la posizione, a non dare per scontata la propria condizione interrogando il mondo dalla specola di un occhio meccanico che desidera libertà, curiosità e pietà dello sguardo.

Aerofotogrammetria:

è una prosa. è una prosa? poi ci sarà pure Miniguida preliminare. sembra che la presenza di queste prose tra le poesie. siano premonizioni prima di lasciare l’occhio e l’orecchio alla sezione finale in cui tutto è prosa. in Appendice racconti la memoria ma. come dici nella poesia finale della sezione immediatamente precedente: Essere felici senza esserci mai. racconti sviando l’io ludico delle parole dall’aerea di gioco. è davvero un bambino colto nella sua crescita. in pensieri di rizoma. botanica: la natura. e non solo dell’essere uomo. e dell’essere drone. è pervasiva. presente. ma non pressa e non monopolizza il discorso teoretico: quale raccordo trova la parola del presente con l’intorno (frequenti citazioni anche dal cinema), con l’interno (dell’emovere azioni interiori in cui possiamo identicare un qualche nostro passato), con la memoria che individuo un soggetto ma non la brucia nell’autoreferenza?

Prima dici che è una prosa, poi ti domandi se sia una prosa… così facendo mi fai svelare un segreto. Quasi tutte le prose del libro (eccetto il Quadernone di Botanica e la Miniguida Preliminare sul silenzio) sono nate come poesie e si sono poi tras-formate in prose poetiche, mantenendo tutte le caratteristiche foniche e ritmiche della loro vita precedente. Un po’ come crescere, svilupparsi, passare dalla natura primordiale dell’infanzia alla meccanica tecnologica dell’età adulta e consapevole, tenendo stretti però i propri caratteri originali come lasciti di una memoria di fabbrica genetica. L’Appendice è dove il discorso poetico frammentato del drone si distende in una narrazione memoriale da parte del dronista. La scrittura diventa cura botanica non priva di fantasmi e nevrosi: è una falsa appendice, un finale rovesciato dove vige una dolorosa dimensione privata, soggettiva, per certi versi lirica. Il drone è solo una presenza sovrastrutturale ora, un interlocutore ideologico: non è più lui a parlare ma il suo pilota, che però guarda alla propria vicenda con il distacco che ha imparato nel suo lavoro di immedesimazione/trasfigurazione/metempsicosi. La morte, l’amore sono affrontati direttamente, s-facciatamente, ma è lo sguardo che è cambiato: è distante e quindi commosso.

«Leggevo Alan Ford ma non sapevo chi lo avesse messo nella mia stanza, leggevo ma non capivo cosa volesse dirmi esattamente Alan Ford»: ho provato un gradevole distanza nella tua scrittura. una di-facilità. una difficoltà nella lettura che arriva a farsi sentire e non a farsi intendere. il linguaggio è proprio tecnico. è chirurgia dell’invisitato. ho avanzato in luoghi che non conoscevo. estranei. ma questa difficoltà di vivere mi ha letto. mi ha smosso dal punto di vista di un antropocene galattico. a favore di un s-oggettocene mondano. e mi ha dato il visore di un esterno totale. obiettivo. un totalmente altro. alto. il nome delle cose per quello che sono. non c’è metafora. è questo il questo: come hai lavorato in questo senso. la scelta del lessico. gli spazi e le esposizioni degli eventi: come hai scelto?

La prospettiva visuale del drone non è solo un riposizionamento del senso della vista. Negli anni – mentre il libro si faceva nella propria dimensione della scrittura – la prospettiva area è diventata per me un metodo di conoscenza e ri-conoscenza del reale. Implicandosi totalmente con la realtà, lo sguardo poetico è in grado di cogliere le occasioni che ogni evento, che ogni incontro gli presenta. Non ne vuole esaurire l’oggettività, bensì misurarne la capacità di interazione con l’io vivo e vivente. Ed ecco che la poesia diventa possibilità di interrogazione dell’altro da sé, testimonianza della “difficoltà di vivere”, come hai detto, ma anche di irriducibile presenza di sé nel mondo, e del mondo. Lo stesso lavoro fa la lingua, che si eleva quanto può farlo un drone (o un poeta), e torna bassa, tecnica, quotidiana quando finisce la batteria ed è il momento di tornare alla base. Mi sono chiesto: può la lingua dire tutto, in questo modo? Possono le mie parole rispondere all’esperienza, comprenderla? No, e quindi sì: posso leggere Alan Ford senza capire cosa ha da dirmi esattamente e raccontare con i versi questa distanza.

«Imparate da subito a riconoscere il silenzio»: il silenzio dell’immagine sparlata. decostruita dalla linea del vocabolo che segue e precede il tempo dell’altro lemma. l’immagine e la sua prostproduzione. leggo: «Desidero vedere \ la stanza in un fotogramma statico» e mi illumino di silente calma: il desiderio di vedere la statica germinante varietà del reale. come nasce un’immagine poetica. se esiste. e che fascino ti ha abitato nella descrittura del. appunto. desiderio. c’è stato un desiderio di scrivere. o forse è una volontà che ha compulsato l’opera?

Il soggetto di questo libro è sempre mosso dal desiderio: quando è il drone a parlare abbiamo un oggetto che desidera l’umanità di un soggetto, quando parla il dronista abbiamo invece un soggetto che desidera l’alienazione e l’equilibrio meccanico di un oggetto, l’immunità al dolore. Ogni singola poesia di questo libro è il risultato di un lavoro di traino dell’esperienza fuori dal silenzio in cui si trova, e allo stesso tempo vige il desiderio che ogni parola utilizzata abbia il rigore del silenzio, la sua disciplina. Come se ogni parola, nel suo farsi, tendesse sempre e comunque al silenzio al quale è destinata, e dal quale viene. Il drone, quando si libra, porta il suo brusio nel silenzio del cielo. Quindi sì: il desiderio è il motore di questo libro. È tuttavia anche vero che per condurre le mie poesie dentro il concept che ho individuato è stata necessaria una grande forza di volontà: la forma è in effetti sempre un atto di volontà. Bisogna solo sperare che il contenuto abbia la forza di fuoriuscire e di eccedere, per diventare arte e comunicarsi al prossimo.

«Ascensorista, dunque. Figura quotidiana misofonica

s’immola

s’inlatebra al mattino, si inscatola, si tumula»: è il primo componimento di Vita in 4K: come nasce questa sezione? e che ruolo ha nella tua poesia il pensiero narrativo?

Vite in 4K è il resoconto micronarrativo di un’avventura voyeuristica. La sezione comprende 5 poesie dedicate ad altrettante figure: 4 sono umane (Ascensorista, Velocista, Sagrestano e Coccobello), una è tecnologica (Walkera, una marca di droni). Mi tortura da sempre l’idea di conoscere la radice dei sentimenti altrui, quindi ho immaginato che il drone registrasse queste figure cogliendo dettagli, frammenti e microsequenze della loro esistenza, guardandoli dietro al doppio filtro della videocamera e delle finestre. Questi indizi sono di per sé insignificanti, come quando incrociamo uno sconosciuto e lo vediamo sorridere: non sappiamo perché lo sta facendo, ma ci piace immaginare che sia un sorriso di gioia, o di sarcasmo, o di crudeltà a seconda del nostro stato d’animo. Il drone di Fly mode inventa le vicende di questi personaggi a partire da un dettaglio di per sé insignificante, e quindi potenzialmente significante in tutte le direzioni. Lo fa senza alcuna autorizzazione, auto-autorizzandosi: diventa autore di storie che non esistono da nessun’altra parte, di cui ha intuito una trama durante il proprio itinerario.

Il dato è reale, ciò che viene restituito è la sintesi tra il reale e la sensibilità di chi lo guarda. Non è ciò che fa il poeta, questo? A me sembrava di sì. Da sempre la mia poesia ha istinti narrativi, questo credo mi venga da un passato adolescenziale di scrittore di racconti, ma soprattutto dalla concezione della poesia come discorso tra figure (non necessariamente) umane. L’immaginazione, l’atto linguistico, l’intelligenza, l’ironia hanno per me un modo tutto loro di verificarsi nella scrittura, e credo che la dinamica narrativa sia la più vicina alla mia sensibilità.

«l’atteso / corteo balneare

caracollante sull’arenile di Baratti

spianato di fresco dai puliscispiaggia.»:

cosa diventa un territorio abitato, quando lo si abita con le parole? in che modo il luogo ameno o tremendo del proprio corpo può farsi simbolo, e dunque parola?

Hai citato un passo di Coccobello. C’è un simpatico aneddoto a proposito di questa assurda e funebre poesia. Ovviamente non ho mai visto con i miei occhi un funerale di un venditore di cocco in spiaggia. Tuttavia, mentre osservavo i dipinti del grande Enrico Robusti, ho visto nella mia mente quella scena. L’ho vista farsi, in realtà, mentre le parole che scrivevo ne costruivano il profilo, la sagoma, la statura. Dentro a questa immagine entravano tantissimi ricordi della mia infanzia sulla spiaggia di Baratti, filtrati dall’influenza dello stile espressionista di Robusti e rimodulati dalla lingua poetica che inevitabilmente li plasmava, dando loro tratti differenti, screziati da un’ironia grottesca. Solo dopo ho scoperto l’omicidio di un coccobello era accaduto per davvero. Non a Baratti però, bensì in un’altra spiaggia che ho frequentato quando avevo vent’anni. Ho visto quella scena? Non credo, forse ne ho sentito parlare. La scena ora c’è, esiste. Trasfigurata nella lingua, ricostruita su vari livelli della memoria e dell’impressione. Nel momento in cui diventa carattere e, successivamente, simbolo, la parola tradisce sempre l’esperienza che l’ha generata. Ogni poesia è il documento ufficiale di un tradimento firmato dal poeta.

(per Riccardo Pacini), (per Francesco Maria Terzago), (per il maestro Matteo Belli), (per Clarissa): ci sono molte dediche nella tua erranza poetica: per chi si scrive quando si dedica il viaggio di parole a un soggetto-questo? come si colloca il desiderio soggettivo nei riguardi nel proprio pensiero poetico quando sa che chi leggerà è avvertito sullo strano attrattore del componimento?

In quanto altro da sé, il lettore è sempre un mistero. Ma la capacità che ha il lettore di rivelare lo scrittore a se stesso è il mistero più grande. È vero, nel mio libro ci sono alcune dediche, da intendere perlopiù come dichiarazioni di stima affettiva (Riccardo è mio zio, Clarissa è mia moglie) o artistica (Francesco e Matteo sono artisti che rispetto molto). Tuttavia ci sono poesie del libro che ho dedicato ad altre persone senza però averlo dichiarato in epigrafe. Altre potrei averle dedicate senza neanche saperlo. Altre ancora vorrei dedicarle ora, a posteriori, a persone che hanno letto il libro, entrandoci dentro in modo eccezionale. Forse qualcuno ha letto una poesia e ci si è riconosciuto in modo così netto che può aver pensato che quella poesia sia stata dedicata a lui. Quando ho letto la poesia La circostanza IV al suo dedicatario, ho intercettato nel suo sguardo un grande interrogativo: avrà capito perché gliel’ho dedicata? Chissà cosa ha capito. Chissà se ha qualcosa da dirmi lui… Chissà se lui potrà spiegarmi perché ho sentito l’esigenza di dedicargliela… Dal momento in cui la poesia esce da me, non mi appartiene più. Credo che la pubblicazione sia la dedica del libro a chiunque lo leggerà. E che solo e soltanto in quel momento il libro diventi un’altra cosa rispetto ai progetti e ai desideri. Da quel momento in poi c’è solo da imparare.

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