Fonti Primarie è il nuovo libro di Gherardo Bortolotti, uscito nel 2025 per Deriveapprodi nella collana Sconfini, diretta da Giorgio Mascitelli. Pare, l’inizio della lettura, un incendio di sintomi che volta la testa a scatti elencando, collocando orizzonti all’interno, in ordine, pezzi del quotidiano. E c’è tutto dentro il mondo della gabbia, non tanto gabbia, per la verità, tipografica, e c’è anche il corpo pensante e lo sguardo dell’autore, il lavoro, il lavorìo: chi scrive è un sintagma, pare, tra sintagmi abbandonato. Significanti, il significato di una procedura che è «un’idea di scrittura breve, molto sintetica, molto metonimica, fuori dagli schemi narrativi ma anche dalla tradizione lirica dell’io poetico.» La scrittura di Bortolotti è un atto di resistenza che raccoglie e ordina il testo del reale in un’operazione che ci sottrae, facendosi leggere, alla perversione del consumismo e del godimento, un atto contro-capitalistico che rende lo scrivere «uno dei pochi momenti in cui mi sento davvero completo, anche libero, potrei dire felice». I microtesti di Fonti primarie discendono direttamente dalla pratica del blogging, dalle potenzialità che offriva, e offre, Internet di svincolare il proprio desiderio dall’omologante necessità di scrivere secondo canoni prestabiliti e per un pubblico che non è più solo quello letterario e in questo modo, sulla pagina, la descrittura diventa uno spaziotempo «in cui le frasi sono anche degli oggetti che assolvono a funzioni narrative non esplicite e a volte enigmatiche» proprio come accadeva nei videogiochi di quarant’anni fa e infatti Fonti primarie potrebbe essere questo: un «videogioco adventure a linea di comando». Gherardo Bortolotti compie, scrivendo, un atto in pura perdita, collocandosi in una dimensione che non appartiene al sistema e alla bolla comunicativa-commerciale: «Insieme a tanti altri autori, sono strutturalmente escluso dai circuiti dell’editoria “vera”». Scrivere, per Bortolotti, «non è un mestiere ed è qualcosa di più che una contestazione», probabilmente è un’intensione desiderante che colloca l’occhio che legge nella dimensione del piacere e della ragione umana…
Gianluca Garrapa
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Qual è stata la genesi del tuo libro e perché hai desiderato scriverlo?
Fonti Primarie è la versione “su carta” di un lavoro fatto on line ormai vent’anni fa.
Ai tempi la diffusione di internet, dei forum, del blogging e poi dei social network mi aveva messo di fronte a una specie di corto circuito,
straniante e come tale euforico.
Tieni conto che ero ancora nel pieno del mio apprendistato. Stavo cercando di capire come gestire una serie di intuizioni sulla scrittura e sulla letteratura, derivate soprattutto da Calvino e Perec, da alcuni modernisti (Musil ma anche Joyce e così via), dalla Neoavanguardia italiana ma anche da autori eterodossi come Sterne o de Maistre (Xavier, non Joseph) e da tutta la produzione pop (musica, moda, videogiochi, etc.) che ha riempito il nostro immaginario soprattutto a partire dagli anni Ottanta. Cercavo di capire come portarle su un piano che “parlasse” con la mia esperienza di laureato working class della provincia interpellato, volente o nolente, dalla fase della globalizzazione che iniziava, già allora, a mostrare le sue prima crepe (anche se godeva dell’apparente eternità da “fine della storia”).
Le mie prime esperienze di scrittura si indirizzavano verso la scrittura breve calviniana, appunto, cercando di partire da Ti con zero, Palomar o Le città invisibili ma già allora non riuscivo a collocarmi nel panorama della produzione editoriale corrente, molto cristallizzata su alcuni modelli di scrittura romanzesca. Non sto a raccontarti delusioni e tentativi vari. Passo al punto in cui arrivo finalmente on line e scopro un mondo completamente diverso da quello della scrittura letteraria, in cui tutta una serie di filtri (formali, di canone, autoriali, etc.) non avevano alcun senso. Questa cosa mi diede la sensazione di una grandissima libertà che almeno compensava, senza poterla rimuovere, quella di grandissima solitudine che già provavo.
Nello stesso periodo, inoltre, iniziavo ad avere un impiego, un salario, le ore occupate in modo stabile dal lavoro, dalle spese, dall’affitto e così via. Questa definitiva uscita dalla giovinezza (intesa come condizione di consumatore con il salario altrui) ha fatto la sua parte nel portarmi a riconsiderare ulteriormente le mie intuizioni sulla scrittura, sulla lettura e sulla letteratura. Se la mia vita era distinta tra tempo salariato e tempo libero comunque inquadrato nella cornice generale della produzione di plusvalore, dove potevo trovare uno spazio per la scrittura che per me era sempre stata, e lo è ancora, una specie di anti-salario? La risposta è stata un’idea di scrittura breve, molto sintetica, molto metonimica, fuori dagli schemi narrativi ma anche dalla tradizione lirica dell’io poetico.
E dove potevo “pubblicare” quei microtesti fatti da un sintagma, una frase, un nome? Ovviamente on line, saltando completamente i dispositivi di mediazione critica, le logiche editoriali e la relazione con il “grande pubblico” (dato che, tra le altre cose che mi stavano insegnando Internet e le sue diverse articolazioni, c’era il fatto che l’idea di pubblico che avevo era ormai solo una petizione di principio e che, sempre di più, si stavano sviluppando le cosiddette comunità). E così aprii un blog su Splinder, a suo modo gloriosa piattaforma italiana ormai scomparsa, in cui postavo, uno al giorno (esclusi sabati e domeniche), quei microtesti.
Così ho fatto dal 2005 al 2008 e la cosa paradossale, ma anche fisiologica credo, è che proprio questa mossa del cavallo mi ha poi inserito in un circuito di dibattito critico, editoriale e di pubblico. Tutto microscopico come i miei testi, ovviamente, ma fattuale (evidentemente la logica delle comunità aveva funzionato).
Faccio un salto di vent’anni e arrivo alla proposta di Giorgio Mascitelli, che iniziava a curare una collana di scrittura sperimentale per Derive Approdi, di mandargli qualcosa. Arrivato a un punto maturo della mia “carriera”, mi sembrava giusto rimettere in circolo il lavoro che considero fondativo e così gli ho mandato quelle che chiamavo “le tracce” e che, su carta, sono diventate Fonti primarie.
Quando scrivi, godi?
Chiaramente qui il tema è intenderci sul termine “godere” o “godimento”. Però, probabilmente, a prescindere dall’accezione che si vuole prendere, non credo che lo userei per descrivere la mia esperienza di scrittura, che è molto più vicina a modelli razionalisti, a modo loro illuministici. Per me la scrittura, soprattutto quella letteraria, è un’operazione di abbassamento locale dell’entropia, fatta in nome di un principio di resistenza all’ordine del consumo e della distruzione capitalistici ma anche di un’istanza molto umana di testimonianza del mondo e della sua catastrofe. Non voglio andare a riprendere l’immagine eliotiana dei frammenti “shored against my ruins” ma non siamo molto lontani, credo. Rimane il fatto che, da un punto di vista esistenziale, scrivere è uno dei pochi momenti in cui mi sento davvero completo, anche libero, potrei dire felice.
Un estratto dal libro che è risultato più difficile o particolarmente importante: perché? Lo puoi trascrivere qui?
Devo dire che scrivere i microtesti di Fonti primarie è stata una delle cose più facili e quasi giocose della mia pratica di scrittura. Non perché siano particolarmente leggere o allegre, anzi. Ma probabilmente l’euforia che mi dava la libertà di uscire dalle necessità narrative, dalla pulizia formale, dalla rispondenza o meno a certi canoni o contro-canoni, mi faceva letteralmente correre la penna sul foglio (perché queste “tracce” le scrivevo via via nel corso della giornata su dei quadernetti che portavo sempre con me, al lavoro, a casa, in vacanza, etc., poi le riversavo in un file che affidavo a un piccolo script che le ordinava casualmente, per poterne estrarre la traccia che quel giorno avrei pubblicato sul blog). Forse, esplorando uno spazio di scrittura per me completamente nuovo, ogni soluzione che trovavo era giusta e quindi valeva come le altre, senza dover pensarci e ripensarci (tanto più che la “correttezza” dei miei testi è sempre stato l’ultimo dei miei problemi). E forse era anche perché, liberatomi dal dovere di pubblicare, di scrivere un racconto o romanzo, era proprio saltato il tappo di una materia scrittoria che aspettava solo di essere riversata.
Se non fosse scrittura, cosa potrebbe essere il tuo libro?
Se fosse per me, sarebbe una specie di videogioco adventure a linea di comando, come quelli di più di quarant’anni fa e che quasi più nessuno, ormai, credo ricordi. Uno spazio di interazione solo verbale in cui le frasi sono anche degli oggetti che assolvono a funzioni narrative non esplicite e a volte enigmatiche. A dire la verità, uno dei lavori intermedi che mi ha portato alle tracce (e quindi ora a Fonti primarie) era l’idea di un sito on line che rappresentasse un file system da esplorare e, in ogni cartella o sottocartella, trovare frasi, immagini, reperti vari più o meno anodini. Poi non ne feci nulla ma la cosa dei “reperti on line” mi era rimasta in testa e, infatti, la scelta di usare il termine “tracce” per definire i miei microtesti era dovuta sia al senso scolastico di tracce da tema ma anche all’idea propria di traccia, lasciata da un’attività ormai svanita (la mia scrittura con tutte le mia intenzioni, per capirci).
Che rapporto hai con la censura?
Anche qui c’è un tema di raccordo sui significati del termine. Se si intende censura come interdizione da fonte interna o esterna sulla mia
scrittura, direi nullo. Ovviamente faccio selezione (da buon calviniano, per me è il nucleo della scrittura letteraria) ma solo per rispondere a un’economia interna del testo che in qualche modo mi sembra di intravedere. Se invece si intende la censura generale che l’industria editoriale agisce nei confronti dei testi non conformi, credo di esserne un esempio abbastanza emblematico. Insieme a tanti altri autori, sono strutturalmente escluso dai circuiti dell’editoria “vera”. Ma su questo non ho molto da dire perché è una posizione che subisco ma che ho anche scelto e quindi non ho motivo di recriminare.
Per te scrivere è un mestiere o un modo di contestare lo status quo?
Come dicevo più sopra, la scrittura per me è una forma di anti-salario perché, per dirla in modo sintetico, è un modo di smontare la linearità, la misurabilità e la valorizzazione del tempo (e quindi non ha solo un valore politico ma profondamente esistenziale). In questo senso non è un mestiere ed è qualcosa di più che una contestazione. Detto questo, non bisogna dimenticare che sono cresciuto mentre in Italia la possibilità di campare di scrittura andava sempre più diminuendo. Non che in Italia sia mai stato facile ma a partire dagli anni Novanta l’impoverimento della filiera legata alla letteratura è stato sempre più significativo e, quindi, per dirla tutta, non ho mai neppure avuto la possibilità di pormi il problema se far diventare la mia scrittura un mestiere oppure no (o di capire che non ero in grado di farlo).
Bonus track:
«l’immersione in uno spazio euclideo che avviene con il risveglio. spaventosi schemi di possibilità. non avendo più tempo per scoprire lacan, le macchine di turing, la teoria dei sistemi. il doloroso ingresso nella vita adulta.»
È continua l’interposta azione sulla quotidianità extratemporale nei riflessi del cielo e anche dell’esistenza e la parola serve, mi pare, a cogliere frammenti di teorie e sistemi e ordinarli in un grande frattale. La scrittura immerge il soggetto nel predisponibile e lo fa significante tra i segni. Che rapporto ha la tua lingua quotidiana con la metafisica dei pensieri altrui, delle citazioni. Il quotidiano e il vissuto stesso è forse un’altra citazione?
Ti ringrazio per questa domanda perché coglie quello che, per me, è il motore più intimo di Fonti primarie e, credo, della mia scrittura, ovvero la logica metonimica che sostiene entrambe. Da un certo punto di vista, ho scritto le tracce come se compilassi una selezione di citazioni dal pensabile umano all’altezza del XXI secolo o, all’opposto, un prontuario di massime più o meno incomplete su “la vita, l’universo e tutto quanto”, per citare Douglas Adams, utile al giovane e alla giovane post-postmoderni. In ogni caso, un sistema testuale in cui non fossero tanto i rapporti paradigmatici tra i vari sottotesti a contare ma il rapporto sintattico che si creava nella loro successione e quello metonimico tra il singolo sottotesto scritto e un maggiore testo non scritto e solo implicato per assenza (ma senza che tra i due ci fosse una relazione simbolica). Da questo punto di vista, anche per una mia pedanteria, ho sempre considerato quei microtesti come “sequenze” e non ho mai accettato la definizione di “frammenti”.
«arrivata la notte, dalle coltri del mio letto, mi inoltro nelle lagune del sonno e dell’oscurità, costeggiando le masse di nozioni che costituiscono il materiale della mia persona, le spiagge e le scogliere della mia incoscienza, e arrivo nei golfi più interni di un individuo addormentato che non posso pensare di essere.»
E la dispersione della voce narrante che dissipa il soggetto scrivente negli abbandoni dell’io cresce negli interstizi tra riflesso e pensare. Anche negli altri libri il tuo spazio è sempre una fuga in diagonale. Il metaforico non è per accumulare ma per bruciare, sacrificare, un dispendio di energie simboliche. Il caos ordinato della tua giornata reale viene depensato: depensa lo scrivente e dépense dello scrivente. Scrivere è un lusso reale, un sacrificio immaginario, o entrambe le cose o nessuna delle due?
Anche in questo caso mi sembra che cogli uno dei cuori delle tracce e di Fonti primarie, in cui non rifiuto, come si potrebbe pensare partendo dalla risposta di cui sopra, una dimensione metaforica ma la agisco come motore dello spreco delle evidenze e delle esperienze. Mai per raccogliere qualche quintessenza del mondo e delle cose. Dal mio punto di vista e contraddicendo in parte molto di quanto ho detto finora (ma credo che sia una contraddizione dialettica e non logica), la scrittura è prima di tutto una macchina dello spreco, della sovrapproduzione, dell’entropia e, come tale, è forse un lusso reale ancor più che non un sacrificio immaginario (anche se il suo “potlatch” avviene sul piano dell’immaginario). Come ho già notato è in contraddizione con la mia idea di scrittura come abbassamento locale dell’entropia ma solo se si pensa a quell’operazione di abbassamento come un unico, eroico sforzo e non come una continua (locale, appunto) definizione di ordini temporanei e incompleti, come sono appunto quelli realizzati dalla tracce in Fonti primarie (e, a conti fatti, anche dall’agire umano).
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Gherardo Bortolotti, Fonti Primarie, Derive Approdi, collana Sconfini, 2025