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Francesca Fialdini. Come fossi una bambola

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Ci sono libri che ti chiedono di capire, e libri che ti costringono a guardare. “Come fossi una bambola” di Francesca Fialdini appartiene alla seconda.

Fialdini affronta il territorio delle dipendenze affettive con la precisione di chi non cerca effetto, ma verità.

Le storie che attraversano il libro non sono parabole sul male d’amore: sono radiografie di dinamiche che tutti fingiamo di non vedere.

La violenza emotiva, il controllo, la manipolazione psicologica: Fialdini non li usa come concetti, ma come crepe. Crepe che si allargano pagina dopo pagina, sino a mostrare l’intero cedimento strutturale.

In fondo, essere trattati “come bambole” significa proprio questo: essere messi in vetrina per piacere, non per esistere.

Lo sguardo dell’autrice non è quello dell’analista che seziona, né quello del romanziere che abbellisce. È uno sguardo laterale, da cronista del non detto.

Si avvicina alle sue protagoniste con un rispetto che non ha nulla di pietoso: le lascia contraddirsi, cadere, rialzarsi male. Le lascia essere umane. Ed è proprio in questa umanità che il libro trova la sua forza. Le vittime delle dipendenze affettive non appaiono come eroine fragili da salvare, ma come persone intrappolate in una grammatica emotiva che non hanno scelto, e da cui non riescono a scappare.

La scrittura ricorda quella rabbia silenziosa che si accumula quando qualcuno ti dice che “va tutto bene” mentre sta crollando tutto.

Fialdini non costruisce pathos: lo lascia emergere. Non spiega la tossicità: la mostra nei dettagli, nei silenzi, nelle frasi che pesano più di un urlo. È una prosa che non consola, e proprio per questo funziona. Perché la dipendenza nelle relazioni non è mai un colpo di scena: è un lento logorarsi, un abituarsi al peggio sino a chiamarlo normalità.

Ogni storia raccontata da Fialdini si conclude con l’analisi clinica dello psicoanalista Massimo Giusti che da anni si avvale della cosiddetta “relazione terapeutica” che al “perspective taking” coniuga contributi delle neuroscienze e della neurobiologia sulle interazioni del nostro sistema nervoso con le persone e con gli ambienti di riferimento e su come queste modellino il nostro modo di essere e di provare la sofferenza. Non a caso, specie negli Stati Uniti, e’ una metodologia impiegata per i disturbi da stress post traumatici. E i suoi interventi, al di là della chiarezza, si integrano perfettamente nel tessuto narrativo.

Fialdini, come abbiamo già scritto per i libri precedenti, è una delle migliori scrittrici italiane attraverso una scrittura che ha il rigore del saggio e l’andatura del romanzo.

In “Come fossi una bambola” c’e un altro elemento che colpisce, e che avvicina questo lavoro al miglior reportage: la capacità di trasformare l’invisibile in evidente.

Quello che nella vita quotidiana resta nascosto  – il ricatto affettivo, l’umiliazione camuffata da amore, l’annullamento di sé – qui viene messo al centro, senza sconti né retorica. Fialdini non ci dice “guardate loro”: ci dice “guardate voi stessi”.

Perché il punto non è solo raccontare le dipendenze affettive, ma mostrarci quanto siamo disposti a tollerarle, a ignorarle, a giustificarle.

Un libro che non è solo denuncia.

È anche una ricostruzione di come si possa riscattare la propria voce.

Le protagoniste spesso non se ne accorgono subito, ma a un certo punto capiscono che l’amore non è ciò che ti sorregge: è ciò che non ti schiaccia. E questa consapevolezza, per quanto tardiva o dolorosa, illumina le pagine come una crepa da cui passa finalmente la luce.

Fialdini evita la trappola dell’edificazione morale. Non offre soluzioni, non promette rinascite indolori, non chiude il cerchio.

La dipendenza non sparisce perché la racconti: ma  diventa meno potente se la riconosci. È questo, forse, il cuore del libro: il gesto di restituire dignità a chi ha imparato a dubitare della propria.

“Come fossi una bambola” (Mondadori) è un testo necessario perché non promette niente. Non guarigione, non catarsi, non redenzione. Promette solo di dire le cose come stanno.

E in un tempo che preferisce la scorciatoia del “tutto andrà bene”, l’onestà è un atto rivoluzionario.

Gian Paolo Serino

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