Con “Il silenzio dentro”, Francesca Ghezzani ci invita a guardare il silenzio, a farne materia viva di riflessione, a comprendere che dietro ogni reato, ogni pena, ogni errore, esiste una persona, una storia, una possibilità di rinascita.
C’è un silenzio che non è mancanza di suono, ma un vuoto d’ascolto. Un silenzio che pesa, che abita le celle e le coscienze. È dentro quel vuoto che Francesca Ghezzani sceglie di entrare — e di parlare — con il suo libro Il silenzio dentro. Quando raccontare diventa un atto di giustizia (Swanbook Edizioni 2025, pp. 286, €15,20).
Dopo vent’anni trascorsi tra microfoni e telecamere, la giornalista abbandona la cronaca veloce per scendere in profondità, là dove la voce si fa eco di umanità dimenticata. La domanda che apre il volume è un respiro trattenuto: Che valore ha la libertà? Da quella ferita si apre un viaggio nelle carceri italiane, tra muri scrostati e sguardi che cercano luce.
Ne nasce un coro. Detenuti, ex reclusi, magistrati, criminologi, operatori sociali, cappellani, giornalisti: frammenti di un Paese chiuso dentro le sue stesse paure. Ghezzani li ascolta, li intreccia, li restituisce. Le interviste diventano confessioni, gli incontri si fanno specchi. Ogni voce è una crepa nel silenzio, ogni parola un passo verso il riscatto.
La sua scrittura non giudica, ma illumina. Non grida, ma scava. È una luce obliqua che entra nelle stanze dove la giustizia si confonde con la colpa, dove il tempo si misura in giorni uguali. Con la precisione dell’inchiesta e la tenerezza del racconto, l’autrice dà volto a chi non ne ha più uno e restituisce dignità al margine.
Il silenzio dentro è un libro che non consola, ma costringe a guardare. Ci invita a sostare davanti all’invisibile, a capire che dietro ogni pena c’è una storia, dietro ogni errore un nome, dietro ogni muro una possibilità di rinascita.
Perché il silenzio, quando lo si attraversa, può diventare parola. E la parola — se detta con verità — può farsi giustizia.
Nancy Citro
#
Era il 20 aprile del 2023 quando, nelle vesti di giornalista, varcai per la prima volta i cancelli di una Casa di Reclusione per poi raccontarne l’esperienza
nella trasmissione televisiva che conducevo allora.
In verità, la genesi di quest’opera aleggiava nella mia testa già da tempo, ma sapevo che superare quella soglia mi avrebbe convinta del tutto e cambiata per sempre. A persuadermi definitivamente i continui articoli di cronaca che, ormai un giorno sì e un altro pure, riempiono social e mass media per denunciare le molteplici problematiche carcerarie.
Torniamo a quel giorno: prima la perquisizione e la sensazione di trovarmi impotente senza i miei oggetti personali, come fossi nuda, poi la percezione improvvisa di avere dei “nuovi abiti” cuciti addosso. Ci vollero diversi minuti per realizzare e capirne le motivazioni: a vestirmi erano gli sguardi di chi non tornava a casa quella sera, i sorrisi timidi di chi cercava un contatto per la voglia di raccontarsi o i lineamenti spigolosi di chi, invece, ti evitava in ogni modo abbassando gli occhi per la troppa vergogna o perché abituato a vivere sulla difensiva, assuefatto all’idea di una esistenza senza speranza.
In una sorta di effetto sliding doors, nei giorni a seguire fu un continuo ripensare a quei volti, mi interrogai senza morbosità ma con innegabile curiosità sul perché si trovassero lì dentro e su cosa, nel mio piccolo e senza alcuna presunzione, avrei potuto fare per rendere migliore la loro singola esistenza e la società nella sua interezza.
So bene che dar voce a categorie sì socialmente svantaggiate ma pur sempre ree di aver commesso uno o più reati possa essere considerato un terreno scivoloso agli occhi dell’opinione pubblica, anche perché il rischio di cadere nella retorica del buonismo o in polemiche a sfondo politico spesso sterili è dietro l’angolo; tuttavia, se confidiamo in un iter giudiziario scevro di errori al momento del verdetto e rammentiamo che il carcere ha lo scopo di rieducare il condannato (art. 27 della Costituzione), come giornalista ritengo doveroso sostenere proprio quell’auspicabile percorso di riabilitazione che un carcerato è chiamato a fare per diventare una persona “nuova”, assolutamente consapevole del danno arrecato e capace di reintegrarsi in società senza tornare a delinquere.
Come provarci?
Attraverso un libro a metà tra il saggio e la narrativa d’inchiesta, attraverso delle pagine che non si perdano in tecnicismi o nella pedante citazione di articoli di legge e, per questo, potenzialmente fruibili da chiunque perché la giustizia, tra diritti e doveri, riguarda tutti noi indistintamente e può capitare che arrivi a toccarci molto da vicino nel corso della vita.
A rappresentare per me una guida in questo “viaggio” fuori e dentro il carcere è il giornalismo costruttivo (constructive journalism) o giornalismo delle soluzioni (solutions journalism) a cui aderisco dal 2021 e per il quale sono tra i fondatori della Constructive Network – APS che si occupa della divulgazione del giornalismo costruttivo in Italia.
Secondo alcuni suoi punti cardine, oltre allo standard di critica e denuncia ove necessario, è basilare impegnarsi a riportare informazioni e raccontare storie secondo modalità “costruttive”, ovvero orientate a mettere in luce soluzioni ai problemi denunciati, sensibilizzando e coinvolgendo i lettori. Un invito, questo, che è giunto spesso al mondo dell’informazione pure da Papa Francesco Bergoglio fino agli ultimi suoi giorni di vita.
Nel discorso rivolto a centinaia di giornalisti di tutto il mondo nel Giubileo della comunicazione, in Aula Paolo VI, la mattina del 25 gennaio 2025, aveva invitato a “raccontare anche storie di speranza, storie che nutrono la vita. Il vostro storytelling sia anche ‘hopetelling’. Quando raccontate il male, lasciate spazio alla possibilità di ricucire ciò che è strappato”.
Fondamentale è aprirsi all’ascolto delle ragioni dell’altro, mostrandogli attenzione e rispetto e considerandolo un soggetto capace di parola e di pensiero, non un oggetto da dominare.