In una stanza d’albergo un messaggio riapre in Anna ferite mai guarite: il legame irrisolto con il fratello Marco, fatto di assenze, dipendenze e silenzi. La sua vita nomade riflette un’inquietudine che non trova pace. A raccontare è Valeria, sua figlia, che attraverso i ricordi della madre cerca di comprendere anche sé stessa e il proprio bisogno di libertà. L’arrivo di Emma, amore nuovo e luminoso per Anna, promette felicità ma incrina equilibri fragili, riaccendendo tensioni mai sopite. Quando un attentato a Parigi sconvolge ogni certezza, un viaggio improvviso da Torino diventa occasione di confronto e rivelazione. Tra paure e confessioni, i legami si trasformano e ciò che sembrava perduto trova nuove possibilità. Il ritorno a casa diventa per ciascuno dei personaggi un percorso di riconciliazione. Attraverso piccoli gesti e silenzi condivisi, madre e figlia trovano un nuovo modo di appartenersi, aprendo la possibilità di un legame finalmente autentico, capace di attraversare ciò che restava non detto e accoglie il bisogno di essere finalmente visti.
Il libro di Francesco Bennardis (Sensibili alle foglie, 2026, p. 128, €14) è un luogo di ricordi e di incontri che portano a ritrovamenti, fisici ed emotivi, e riconoscimenti. Quest’ultima sembra essere proprio la parola che meglio identifica l’intera vicenda narrata nonché i suoi protagonisti. La vita di Anna, raccontata attraverso le parole e i gesti di sua figlia Valeria, è stata segnata da abbandoni, fraintendimenti, lontananze, presenze e assenze, solitudini e speranze. Eppure la vera svolta, nell’esistenza emotiva degli affetti di Anna, si avrà nel momento in cui questi si ritroveranno a casa, dopo un lungo percorso di paure e fragilità, e finalmente si riconosceranno l’un l’altro.
Bennardis scrive una storia in cui i protagonisti hanno avuto bisogno di un grosso scossone emotivo per capire sé stessi e gli altri componenti della famiglia “allargata” e “variegata” di Anna. Leggendo il libro sembra quasi che all’autore la scrittura sia necessaria per sortire lo stesso effetto. Il romanzo Il momento giusto pur affrontando tematiche intime e sociali di un certo rilievo – si pensi al riconoscimento e alla conoscenza di sé stessi, alla consapevolezza del proprio orientamento sessuale, al trauma di dover affrontare un attentato terroristico – sembra ricondurre ogni volta il tutto allo stesso autore e, in diversi momenti del libro, il lettore si ritrova a pensare a quanto quel libro debba essere stato necessario, per l’autore. Una scrittura espressiva e terapeutica, una necessità per Bennardis, un aiuto per gestire le proprie emozioni nonché una vera e propria esigenza: raccontare la storia degli altri per ritrovare sé stessi, per riconoscere il proprio io.
«Non si scrive soltanto per esigenze letterarie, ma per la necessità che ha la vita di esprimersi. Chi scrive è una individualità che si rivolge alla scrittura perché teme di perdersi e la scrittura restituisce a costei o costui una dimora che si va costruendo in prima persona per un riscatto e per una riconciliazione oltre che con la vita con le nostre ferite» (M. Zambrano, Verso un sapere dell’anima, 1996).
Ritengo non ci siamo parole più adatte di quelle scritte da Maria Zambrano per descrivere cosa sembra rappresentare, nel profondo, per Bennardis la scrittura, la sua scrittura.
Il momento giusto è un romanzo on the road nel quale i protagonisti, percorrendo i chilometri di strada del loro viaggio fisico ne attraversano molti altri intimi, situati nelle rispettive anime. Un viaggio che l’autore sembra affrontare in contemporanea con i suoi personaggi, o che ha già affrontato nel momento in cui decide di trasferire loro il racconto del proprio io. Un viaggio che lo ha condotto alla scrittura prima e alla scrittura di questo romanzo poi per riconoscersi e riconciliarsi.
Irma Loredana Galgano