Francesco Pecoraro, Lo stradone

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La vita in tempo di pace, dello stesso autore, è, a mio parere, uno dei romanzi italiani più importanti dell’ultimo decennio.

In questa sua nuova, eccellente, opera letteraria, Pecoraro coniuga l’esperienza personale dell’io narrante con il paesaggio romano dello “stradone” e dell”ansa”, fortemente, emotivamente vissuto, in quanto legato anche all’esperienza del proletariato urbano operaio che spendeva la vita nelle atroci fornaci in cui cuocevano i mattoni utilizzati nella costruzione degli edifici suburbani romani nei primi anni del ‘900. Una rappresentazione mitologica del paesaggio, in cui l’epifania eroica che sorprende è quella di Lenin, ante rivoluzione.

Un romanzo saggio che è memoriale o autofiction (come si usa dire) ma soprattutto è ricerca continua di riferimenti nella corporeità della geografia, dell’ambiente, dei manufatti, con fortissima inclinazione alla confessione che non libera e non assolve, ma è vista dall’autore come un’ulteriore conferma dell’inanità di qualsiasi tentativo di cambiamento nelle relazioni, nel mondo lavorativo, nel sesso. La simbiosi con il paesaggio e il senso di disfatta che talvolta pervadono il libro mi ha riportato ad alcune pagine di Corporale di Volponi.

Un romanzo che è spesso anche enumerazione alla Perec (ma senza l’ironia di Perec, qui le cose sono più serie e meno sperimentali: l’ironia c’è, ma pertiene agli umani e non alle cose), è attenzione all’etnografia urbana, che fa il paio con la medesima acribia di Celati, pur nella diversità di stili e intenti, nella rappresentazione del paesaggio fluviale accerchiato dall’edilizia geometrile.

Aggiungiamo l’invettiva, una certa vocazione profetica, l’insolenza, anche, che non risparmia neppure il personaggio “che dice io”, la testimonianza politica, accorata e disillusa, nel tentativo di liberarla dal carapace dell’ipocrisia, e abbiamo alcuni dei registri di questa opera ricchissima, che merita di essere letta e meditata con attenzione e intelligenza vigile, come quella dell’autore.