“Gli eletti detestano essere trattati da iene dal ventre giallo. Eppure, non è un’espressione incompatibile con le loro funzioni”.
È in libreria Il femore di Rimbaud di Franz Bartelt (Prehistorica Editore 2026, pp. 240, € 18,00 con traduzione di Alice Laverda e Lamberto Santuccio).
Majésu Monroe è un antiquario che vive in affitto da due omosessuali bulgari. Offre alla sua clientela oggetti appartenuti a celebrità: “un calzino di Arthur Rimbaud con un buco sull’alluce (il buco era di Arthur, il calzino della madre), un osso della mano di Napoleone, una provetta (sigillata) contenente la sifilide di Alfred de Musset, un barattolo (sigillato) pieno di piattole inglesi vecchie di tre secoli, in buono stato di conservazione” e mille altre rarità che puzzano di frode e poesia.
Conquista Noème, la figlia comunista di una coppia molto ricca, determinata a far pagare ai suoi genitori i crimini della borghesia attraverso continue delusioni:
“Non è facile per una madre sapersi al secondo posto nel cuore di sua figlia, subito dopo Stalin”.
L’autore ci offre una galleria di personaggi forti come gli omosessuali bulgari e i due protagonisti ci stupiscono per tutto il romanzo con un rapporto divertente e conflittuale:
“Permettimi di dirti che ho una dignità, e per nessuna ragione al mondo lascerò che mi vedano in questa posizione degradante. Già una donna su un letto rischia di essere giudicata male. Ma legata come sono, ridotta allo stato di larva inerme, no, sarebbe il colmo dell’umiliazione.”
L’incredulità dell’ispettore Bradouate per i protagonisti: “Avevate tutto per essere felici. Volevate essere poveri, eravate poveri. Se volete essere ricchi, non dipende che da voi. Io non ho mai avuto scelta. Siete consapevoli della fortuna che avete? Ne siete davvero consapevoli?”.
E l’orgoglio di un antiquario:
“Sono un antiquario, io. Il mio fascino è leggendario. Sono le parole a dare valore agli oggetti. Il linguaggio non è che una spinta, destinata a dare slancio e velocità a una realtà che, in sé, non vale nulla. Faccio muovere le cose, io. È questa la verità”.
Tra rapidi colpi di scena l’autore ci fa assaporare lo spirito delle Ardenne e riscoprire l’arte della comunicazione: “Uno più uno fa due, il nero è nero, davanti non è dietro, dopo la pioggia esce sempre il sole, del maiale non si butta via niente, amatevi l’un l’altro, il primo amore non si scorda mai, prima è troppo presto e dopo è troppo tardi, una rondine non fa primavera, non si può avere tutto, così è la vita, non ci si può fare niente, aiutati che il ciel t’aiuta, ecco qualche idea che non necessita di commenti o esegesi. Se esistesse una lingua universale, sarebbe composta da queste minuscole e sublimi formulette, alle quali non dobbiamo dimenticare di aggiungere la seguente, poiché pienamente iscritta nell’attualità che ci occupa e preoccupa: faccio esplodere tutto. Quando la si pronuncia, in genere si viene presi sul serio, almeno tanto quanto un premio Nobel o un professore dell’accademia”.
Un’opera allegra e profonda, ricca di colori, toni e sentimenti che si stringono e si intrecciano in un groviglio di spirito e sangue grazie all’arte del linguaggio.
Carlo Tortarolo
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Quell’anno, tenevo un banchetto di antiquariato. Solo oggetti di qualità. Niente vecchiume buono solo a prendere polvere. No, genuino antiquariato

originale, per veri intenditori. Ad esempio, proponevo un fazzoletto ritagliato dalla Sacra Sindone di Torino. Autenticato da alcuni devoti della penisola.
Tra le meraviglie esposte, il collezionista aveva solo l’imbarazzo della scelta, un calzino di Arthur Rimbaud con un buco sull’alluce (il buco era di Arthur, il calzino della madre), un osso della mano di Napoleone, una provetta (sigillata) contenente la sifilide di Alfred de Musset, un barattolo (sigillato) pieno di piattole inglesi vecchie di tre secoli, in buono stato di conservazione.
Una delle cose di cui andavo più fiero era di essere riuscito a procurarmi il tubo digerente di Pantagruel. Ho dovuto separarmene per pagare l’assicurazione del furgoncino.
Il mio catalogo presentava otto centinaia di rarità, la maggior parte talmente rare che meriterebbero l’appellativo di uniche. E non elenco tutte le suppellettili religiose, le polveri miracolose, le uova di Colombo in strutto cristallizzato, l’autentico ritratto a matita del Cristo realizzato da un soldato romano che, all’epoca, lo vedeva tutti i giorni. Ritornerò più in là sul mio commercio. Andiamo con ordine.
Checché se ne dica, è sempre un buon principio quello di iniziare dal principio. In principio, dunque, era giorno di mercato a Larcheville. Un sabato, nel tardo pomeriggio. Da due o tre minuti una donna scalpitava davanti alla mia merce. Graziosa. Una bionda dall’ossatura un po’ spigolosa, spalle magre, seno piccolo, piccolo didietro, vestita in pieno stile ardennese, col maglioncino di rito in lana leggera, nonostante il caldo. Quando è apparsa, io stavo leggendo la Deontologia della camera d’aria, un’impegnativa cosmogonia recuperata il giorno prima mentre svuotavo una soffitta. L’avventrice sembrava interessata a un anello.
«È molto bello, ho detto. È appartenuto alla sorella di Rasputin.
— Alla sorella di Rasputin?
— La minore. Sì, perché Rasputin ne aveva due, come di certo lei saprà già. Sorella minore e sorella maggiore, che insieme facevano paio, in pratica. L’anello della maggiore è stato confiscato dai rivoluzionari, nel diciassette o poco dopo, non ricordo esattamente le date, oggi. È un autentico reperto storico. Non lo venderei, se non avessi i certificati. Tutti scritti nel russo dell’epoca. È suo per trenta baiocchi europei. Converrà che non è caro, per un oggetto così prezioso.
— Effettivamente. Un pezzo antico al costo del nuovo.
— Se lo vuole provare? Sono sicuro che le calzerà come un guanto. Col suo stile, poi. Lei che fa nella vita?»
Ha detto di essere una dama di compagnia. E infatti giocava a carte con gli anziani, tre o quattro volte la settimana, nei bar o a domicilio, questo l’ho saputo qualche giorno dopo. L’anello le metteva in risalto il dito. Da buon commerciante non ho lesinato un’esclamazione ammirata:
«Come le mette in risalto il dito, signora mia!
— Lei crede? ha detto, quasi a bassa voce.
— Un dito da principessa, signora mia! Il suo sembra davvero il dito di una principessa! Quest’anello è fatto proprio per lei! La stava aspettando! Aspettava lei e soltanto lei!»
Nonostante la mia foga, pareva esitante, incerta, piena di dubbi. Sollevava la mano verso la luce, esaminava il gioiello, piegava le dita, le distendeva.
«Ah, signora mia, il suo dito risplende! E lei sarà l’unica donna al mondo a indossare quest’anello! L’unica! Mi creda!
— Mi piace. Ma è una follia, no? Trenta, ha detto? Non è mica poco.
— Le posso concedere uno sconto, un ribasso, un abbuono!
— Preferirei piuttosto un aiutino col pagamento», ha detto abbassando lo sguardo, come una poverella imbarazzata di dover sbandierare la propria miseria.
Generoso come sono, impastato di autentico altruismo e di convinzioni filantropiche, mi sciolgo sempre di fronte alla donna bisognosa. Divento propenso a ogni forma di pietà, incline a ogni fragilità, alle compassioni più rovinose. Quella donna mi piaceva. Intendo dire fisicamente. Mi sentivo scombussolato. Mi attraeva.
«Lei è povera, ecco la verità, ho detto assumendo un’espressione che ben si adattasse alle mie parole.
— Non proprio, ha detto, ma questo è un periodo un po’ difficile. Fatico a sbarcare il lunario.
— Be’, vuol dire che le resta comunque la luna, e questa è già una fortuna! C’è chi ne vede soltanto mezza. O non la vede affatto! Quella sì che è miseria nera, quando non si vede più la luna!
— No, non sono arrivata a quel punto, ma…
— Mi creda, questo anello le porterà fortuna. Lo dimostra il fatto che è già venuto in suo soccorso, visto che glielo accordo, questo pagamento in tre rate. E senza costi aggiuntivi.
— E in sei rate, non sarebbe possibile?»
Affare fatto. Sul mio quaderno ho appuntato il nome, l’indirizzo e il numero di telefono. Si chiamava Noème. Non Noémie. Proprio come l’ho scritto, «Noème». Non sapevo ne esistessero, di donne che si chiamavano Noème. Noème Parker, rue du Yactus civico 35, terzo piano, di fronte alle scale. Era già un romanzo.
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Le fémur de Rimbaud
© Gallimard, 2013
© Prehistorica Editore, 2026
Traduzione dal francese: Alice Laverda e Lamberto Santuccio