Dio, Dior e sussi-Dio: nel romanzo di Esposito si inizia scomodando la forza del Primo, si fa di tutto per avvolgersi nelle vesti del Secondo, si resta intrappolati come topi nell’attesa dell’avvento salvifico del Terzo.
Un’ipotesi di Trinità dunque, quella partorita dalla mente dell’autore, che ben poco ha a che spartire con la dottrina classica: «Rendiamo grazie a Dio; per che cosa, ancora, non lo so».
Sarà forse per questo che Dio sparisce in fretta, dopo le prime, caustiche, pagine, per lasciar spazio al Porco e al Cardinale. Suona quasi come una bestemmia, non fosse che in questo mondo di avidi ingranaggi, entrambi sono venerati allo stesso modo. Uno per la salvezza della carne, l’altro per le banconote da sperperare al bancone del bar/postribolo Caribe, in mezzo ai seni di un’ostessa di ferro, silicio e gomma.
Un po’ Metropolis, un po’ Brazil di Terry Gilliam (più sbilanciato verso quest’ultimo) nelle pagine de Gli Ausiliari, uomini e robot convivono in una megalopoli asfittica, consumata dal desiderio di shopping e dall’illusione del lusso personalizzato, dove anche gli accompagnatori di una notte si scelgono da un catalogo in costante aggiornamento. Intanto, il sistema centralizza il potere non per governare, ma per sedare, stordire: vi ricorda qualcosa?
«Dovete pensare quello che pensano tutti. Lo vuole il potere: tutti insieme in un unico universo esistenziale, molto più semplice da gestire. Accentrato attorno al nucleo di una stella. E le
stelle, le stelle poi collassano. Esplodono.»
È una distopia fin troppo contemporanea, ricca di rimandi consapevoli ai classici del passato e ipotesi legate a un futuro che più prossimo non potrebbe essere, quella imbastita da Esposito, cadenzata da una lingua nervosa e caustica, carica di sarcasmo e immagini corporali oscene quanto gli affreschi grotteschi partoriti dal pennello di un Goya cibernetico.
«Un robot scarno, non antropomorfo, apre per noi la porta dello studio. Il Porco ci accoglie in giacca e cravatta, quest’ultima di poco allentata ma nel complesso ha una figura sobria e professionale: nonostante la mole, nonostante gli otto anelli con brillante che porta alle dita, nonostante gli occhi del ragazzetto brillino nella penombra sotto la pesante scrivania in legno pregiato al centro dello studio.»
Nel boudoir politico quotidiano che si ripropone nella narrazione alternandosi a sub-trame parallele, il Porco e il Cardinale si scambiano ragazzetti mentre inneggiano a una plebe cerebralmente atrofizzata da ore di talk show colonizzati da Marcella Putrella, figura cardine dei siparietti ironici politico-urbanistici sparsi nel romanzo: il tutto trasmesso e fruito rigorosamente con una mano sul cuore e l’altra sullo scroto.
È facile intuire come, nelle pagine di questa claustrofobica distopia, l’empatia sia una materia rara persino quando si oltrepassano le dimore imbellettate delle élite. Priva di ogni spiraglio di compassione, la narrazione compulsiva impone dunque al lettore una sola chiave di accesso: lo sguardo distaccato, analitico, quasi chirurgico: il punto di vista di un robot, l’unico possibile per comprendere e convivere con le misere esistenze che si consumano nelle strade più basse. In questo verrebbe da poggiare una mano sulla spalla di Paco, sorta di eunuco pacificato che trascorre gran parte del tempo nel suo “giardino virtuale”, accumulando oggetti digitali, fossilizzato in un eterno presente senza conflitto. Neppure Gonzalo, con i suoi mantra a base di allenamento, televisione, inserti pubblicitari, occhiali a raggi X e mutandoni sauna si salva, non fosse per quella sua ossessione per Gloria irraggiungibile e onnipresente femme fatale, archetipo femminile della nuova plutocrazia del welfare, perennemente descritta attraverso il corpo, gli abiti, le routine sportive.
Torna il tema del controllo, la cura del corpo fino all’ossessione, lo stress fisico necessario al sostentamento della performance, al riconoscimento della propria identità, temi cari all’autore, presenti anche nella sua opera precedente (Tutto finisce con me, Wojtek), qui estremizzati e innestati nelle nervature di una società corrotta, popolata da cittadini mantenuti a base di un sistema di sussidi universali che hanno smesso di essere metro di giustizia sociale per divenire strumenti di controllo e assuefazione.
«Si osserva con cura sullo specchietto piccolo, quello con il quale è solito scrutare la rasatura perfetta: le cartilagini del setto nasale sono state schiacciate per bene dall’apparecchio in metallo. È un naso perfetto; quasi: una narice ha perso sangue, ne ha il sapore nel palato, Gonzalo, è il gusto del sacrificio».
Tutti i personaggi – dall’io narrante culturista e corrotto, ai senatori conniventi, ai cittadini come Gonzalo, gonfi di grasso e media digitali – sembrano vittime (e complici) di un’ipertrofia del desiderio e di un collasso del senso civico.
Se in 1984 di Orwell dipingeva la distopia del controllo tramite la sorveglianza, Gli Ausiliari racconta quella dell’asservimento tramite un benessere di superficie. Non c’è più bisogno del terrore quando ogni individuo è libero di consumare, drogarsi, modificare il proprio corpo, aumentare la propria altezza, persino auto-recitarsi Jingle Bells al pianoforte in un rituale ossessivo che sostituisce la spiritualità. Il sistema non reprime, ma offre, satura, ostruisce. Ed è proprio questa disponibilità infinita e istantanea di oggetti e piaceri a rendere ogni (s)oggetto sterile, complice, perfettamente sostituibile.
«Inizio a correre verso di voi. Cade per prima la giacca […] i ferri aprono tessuti, si installano in organi, lacerano arterie e maciullano capillari […] Vi vedo cadere dietro di me […] E tra voi vedo il ragazzo, anche lui qui con me, lo vedo che mi sorride […] e allora tutti noi — insieme — esigiamo orecchie e ancora punte di nasi […] ora con gli stessi pochi organi vitali — lo stesso cuore!»
L’opera affonda le sue radici nella tradizione della satira morale e politica: riecheggia Swift nei suoi paradossi socio-economici, ma anche la vena tragica di Kafka in quell’atmosfera di perenne impotenza e inevitabilità che avvolge ogni scelta individuale.
These Final Hours (Zak Hilditch, 2014) ci aveva visto giusto: quando la fine del mondo sarà alle porte, non resterà che unirci al party più estremo, ballando e pippando fino a stordirci, nella speranza di dar vita alla performance definitiva sotto l’aura sfinita di Betelgeuse, stella morente la cui esplosione illumina un cielo malato, metaforizzando il collasso di un sistema giunto al parossismo.
«Betelgeuse è scoppiata ormai da qualche settimana e non cessa di illuminare a giorno queste notti d’estate… una seconda fonte di abbronzatura al suo corpo imperfetto… un’esplosione dovuta ma non prevista».
Sarà bene esplicitarlo senza troppi giri di parole: Gabriele Esposito ha dato vita a un’opera inospitale, complessa, spigolosa e stratificata. Ne Gli Ausiliari la lingua alta batte nervosa strozzando la punteggiatura, scandendo un ritmo che incalza e si gonfia senza concedersi, bensì imponendosi come un dogma in seconda persona ambizioso e disturbante, capace di aggredire il lettore con una prosa muscolare, corrosiva, a tratti martellante (si pensi all’insistenza -in alcuni paragrafi- del nome Gonzalo, quasi a voler da vita a una melodia tediosa e distorta).
Gli Ausiliari non è un romanzo: è una diagnosi sfrontata di un futuro vicinissimo che strattona la coscienza. Non chiede di essere letto, ma sopportato; non offre conforto, ma espone il lettore a una realtà deformata eppure familiare.
Più che un libro da leggere, un libro da temere.
Stefano Bonazzi
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Gli ausiliari
Gabriele Esposito
STC Edizioni
16,00 euro — 259 pagine