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Gary Lachman anteprima. La stella nera. Magia e potere nell’era di Putin e Trump

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Torna a fine gennaio in versione aggiornata, con un nuovo capitolo iniziale La stella nera. Magia e potere nell’era di Putin e Trump di Gary Lachman (Edizioni Tlon 2026, pp. 328, € 19, tradotto da Michele Trionfera).

C’è un momento, leggendo La stella nera, in cui si ha la netta sensazione che la politica contemporanea abbia smesso di essere un’arena razionale per diventare un rito mal riuscito, una liturgia nera officiata in diretta streaming.

Lachman entra in questa zona d’ombra tratteggiando personaggi storici ai confini tra psicologia e magia, per raccontare una mutazione più profonda e più inquietante, la guerra alla realtà.

Per l’autore Trump non è solo un leader politico, ma un catalizzatore simbolico e Putin non è soltanto uno stratega geopolitico, ma l’espressione di una mitologia reazionaria che risale alle macerie del Novecento. Mentre l’alt-right non sarebbe una sottocultura digitale, ma una magia povera, fatta di meme, caos, pensiero positivo e volontà di potenza travestita da ironia.

Lachman segue i fili invisibili che legano occultismo, tradizionalismo, tecnologia e apocalisse, mostrando come l’irrazionale non sia un incidente del sistema, ma una sua risorsa.

La stella nera non sostiene che “nulla è vero” per compiacersi del relativismo: al contrario, indaga cosa accade quando tutto diventa permesso. Quando la politica smette di amministrare il possibile e comincia a invocare il destino.

È un atlante delle forze oscure che operano sotto la superficie del presente, un manuale per riconoscere le nuove forme del fanatismo, travestite da libertà, spiritualità o innovazione. E in Occidente l’analisi inquadra soprattutto il campo di Trump.

E qui si incontrano i limiti dell’opera. Perché chi nega l’esistenza di magia e manipolazione simbolica nel campo progressista più che maggiore razionalità dimostra appartenenza.

Se le tecniche di influenza emotiva e narrativa sono usate dalla destra, diventano occultismo o magia. Se le stesse sono usate dalla sinistra liberale o dai democratici, diventano psicologia delle masse, comunicazione politica, storytelling, behavioral science.

È una doppia tassonomia che non regge sul piano analitico. La politica moderna è tutta post-razionale, tutta simbolica e rituale. La programmazione neurolinguistica, il framing, il nudging, la manipolazione emotiva, l’uso degli archetipi, la creazione di realtà simboliche sono ovunque, trasversali e strutturali alla politica contemporanea. Di certo non un vizio “di destra”.

Il progressismo ha costruito intorno al potere una rete magica fatta di parole, anatemi e procedure, per riuscire a esercitarlo anche attraverso uomini modesti. La rete sarebbe collassata solo se il confronto fosse avvenuto, come è stato, con soggetti non solo più capaci ma anche economicamente indipendenti dal sistema.

L’opera è interessante perché racconta gli strumenti della politica nel mondo della post-verità. Ma la post-verità non è una degenerazione populista: è l’effetto collaterale di un lungo lavoro progressista di distruzione della verità come fondamento comune. Quando quel relativismo, sceso dalle cattedre, ha raggiunto la coscienza della massa, il risultato non poteva che essere questo.

Carlo Tortarolo

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La vittoria del miliardario Donald J. Trump alle elezioni presidenziali del novembre 2016 ha sorpreso molti, ma non lui. Lungo tutta la campagna elettorale lo si è sentito ripetere «sono un vincente», e sembra proprio che avesse ragione. Per Trump, vincere è molto importante; come sottolineato da più di un commentatore, non è esagerato affermare che sia l’unica cosa veramente importante. Basta leggere il suo libro di self-help The Art of the Deal, pensato per aiutare a diventare dei vincenti come lui, per imbattersi in affermazioni di questo tipo: «Io sono il primo ad ammettere di essere estremamente competitivo e quindi farei qualsiasi cosa di lecito per ottenere la vittoria».1 Molte delle persone che lo conoscono sarebbero d’accordo con questa dichiarazione, anche se alcune potrebbero avanzare dei sospetti circa la sua completa aderenza ai confini del lecito. Ma gli affari sono una cosa, e la politica un’altra. O no? La vittoria di Trump ha sbigottito molti e ha costretto gli analisti politici a riflettere sui motivi di questo sconvolgimento. Alla disperata ricerca di una risposta, si sono concentrati sull’insoddisfazione della classe media bianca, sull’ingerenza della Russia e sulla pessima reputazione di Hillary Clinton, sperando di trovare degli indizi. Ma un elemento che ha favorito di sicuro la sua ascesa è l’immagine positiva che ha di sé, l’essere sicuro (come ha ripetuto più volte ai propri sostenitori) della propria natura di vincente e di poter ottenere ciò che vuole. «Forse non sempre le persone pensano in grande», dice, «ma sono ancora in grado di entusiasmarsi per chi lo fa».

E Trump è uno di questi. Pensa in grande. Non esiste nulla di piccolo che lo riguardi.

Dalla Trump Tower ai progetti, abbandonati, di costruire il più grande edificio del mondo, fino all’enorme casinò di Atlantic City, tutto ciò che è passato tra le sue mani è stato di ampia portata, guidato dal desiderio connaturato di «lasciare il segno […] costruire qualcosa di monumentale», di affrontare «la grande sfida».

Ma come si spiega questa acuta sicurezza di sé, questa inscalfibile certezza di successo e questa indomabile necessità di ergersi al di sopra della mediocrità? Narcisismo, megalomania, egotismo, egoismo e indifferenza verso gli altri sono solo alcuni dei tratti caratteriali usati per giustificare l’incrollabile ottimismo e la fiducia in se stesso. Di certo, il profilo psicologico di Trump quadra alla perfezione con queste caratteristiche e con molte altre ancora. Come cercherò di mostrare, a me sembra un esempio perfetto di quello che Colin Wilson chiamava “Right Man”, un uomo che non ammetterà mai di essere in torto e che non si fermerà davanti a nulla senza aver prima raggiunto ciò che vuole.

Ma nel turbinio di notizie, articoli, post e tweet seguìto alla sua vittoria, sono stato colpito da una cosa che potrebbe spiegare bene il suo atteggiamento perennemente ottimista. Secondo alcune testimonianze, la fiducia (talvolta spietata) nei propri poteri e nelle proprie capacità potrebbe essere ricondotta al suo interesse per una filosofia complessa e alquanto “magica” conosciuta come New Thought, Mental Science o chiamata anche “potere del pensiero positivo”. Il mentore di Trump è stato infatti l’uomo che ha reso popolare il pensiero positivo: il reverendo Norman Vincent Peale. Apparso nel 1952, il suo libro The Power of Positive Thinking è diventato subito un enorme successo, rimanendo per novantotto settimane in testa alla classifica dei bestseller del «The New York Times» e garantendo una grande fortuna economica al suo autore. Ancora oggi rappresenta un caposaldo nel settore del self-help. Peale aveva letto i classici del New Thought come Ernest Holmes, Charles Fillmore e Napoleon Hill, facendo propria la loro intuizione fondamentale: la mente è in grado di influenzare direttamente la realtà o, secondo la formula base, “i pensieri sono causativi”. Ciò significa che attraverso il solo pensare possiamo modificare il mondo che ci circonda. Se questa non è magia, ditemi voi cosa potrebbe essere. Peale prese questa idea e, secondo lo storico del New Thought Mitch Horowitz, «rielaborò gli insegnamenti sul potere della mente tramite la lezione e il linguaggio delle Sacre Scritture».6 Secondo Peale si possono raggiungere sia il successo spirituale sia quello materiale – a differenza di quanto ritenevano gli antichi, per i quali le due cose si escludevano – e il modo per farlo è attuare il pensiero positivo. Negli anni Cinquanta, quando era un bambino, Trump iniziò a frequentare i sermoni di Peale prendendo a cuore questo messaggio. Da grande, capì di aver messo in banca una carta vincente.

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© 2017 Gary Lachman

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© 2019 Edizioni Tlon, Planetari Big

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