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Gaye Boralıoğlu anteprima. Alla tavola del padre

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In Alla tavola del padre, romanzo di Gaye Boryaloglu in uscita da Edizioni leAssassine con la traduzione di Nicola Verderame, è prima di tutto la città di Istanbul a parlare nello squadernarsi della vita di Hilmi Aydin, che apre la narrazione mentre si trova a terra con un foro di proiettile in fronte. È attraverso ricordi e confessioni che, un passo alla volta, la vita di questo antieroe prende corpo, e con essa la relazione con il padre, un patriarcale cuoco a cui si legano piatti della tradizione gastronomica turca e lezioni di vita. È infatti intorno al perno del conflitto padre-figlio che ruota il romanzo, un coflitto che però trova “soluzioni” inaspettate e, allo stesso tempo, destabilizzanti. E, insieme alla città, è il cibo – a cui la Boryaloglu riesce a dare una sorprendente matericità – a prendersi la scena, contribuendo alla creazione di un linguaggio emotivo di grande portata. Comunque vada, la vera storia che Hilmi Aydin racconta come se fosse di fantasia “ aveva in realtà una portata simbolica che avrebbe potuto riassumere tutta la sua vita: aveva perseguito obiettivi che non aveva fatto suoi fino in fondo, nutrito un’avidità sconsiderata, cercato di volgere ogni situazione a proprio vantaggio, fino a perdere di vista l’obiettivo iniziale, fino a perdere tutto…”. Hilmi è infatti un membro di spicco di uno speciale club dei perdenti, la cui esistenza è stata scandita da insuccessi sentimentali e fallimenti umani, fino alla rivelazione finale che chiude il racconto.

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Era un malinconico autunno, circa due anni prima che Hilmi fosse colpito alla fronte; gli ormai sparuti alberi di Istanbul stavano perdendo le foglie e il Bosforo si tingeva di un blu scuro. Era quel periodo dell’anno in cui di solito gli abitanti di Istanbul stilavano i loro bilanci: i segnali del cambio di stagione erano così evidenti che, volenti o nolenti, gli istanbulioti ripensavano a ciò che avevano

fatto fino ad allora, a quanto si erano avvicinati agli obiettivi delle loro vite, addirittura si spingevano a valutare se durante l’anno fossero stati più o meno felici rispetto ai precedenti. Alcuni trasformavano le preoccupazioni in messinscene depressive, altri non si sfogavano e soffrivano in silenzio, altri ancora non si rendevano nemmeno conto di soffrire, afflitti da un senso di solitudine e un malessere strisciante.

Quell’anno, Hilmi Aydın si sentiva più vicino al terzo gruppo. La trattoria ereditata da suo padre gli sembrava ormai in decadenza. Non c’era più traccia della gioia, della vivacità, dell’eleganza che aveva visto nella sua infanzia.

I camerieri erano privi di spirito, gli avventori scontenti. Oltretutto, il loro numero era assai calato. Per pranzo arrivavano quattro o cinque persone, non di più. Cosa era successo? Dove erano finiti tutti? Dov’è che andavano a mangiare se non venivano al Kapelika, nonostante i prezzi fossero stati abbassati notevolmente? Agli occhi di Hilmi, la zuppa di lenticchie, lo stufato difagioli e carne, le polpette al sugo, le zucchine ripiene e lo spezzatino di carne avevano un aspetto piuttosto misero, come se quelle pietanze già sapessero che a fine giornata sarebbero andate in pasto ai cani del quartiere.

Chissà se suo padre lo osservava dal cielo… Doveva avergli fatto piacere quando, dopo anni di resistenza, Hilmi era passato al timone del ristorante, ma era molto probabile che vedere ridotto così il locale a cui aveva dedicato tutta la vita lo rattristasse, o lo contrariasse. Hilmi ripensò con un brivido alle scintille che passavano negli occhi del padre quando si arrabbiava. Si sentì mancare il fiato. Nonostante fosse ancora troppo presto, prese la giacca e se

ne andò senza dire niente.

Scendeva la sera sul Bosforo. Le ombre delle case di legno, che faticavano a stare in piedi, si allungavano fino al mare. Le barche ormeggiate alla banchina sembravano stringersi di più l’una all’altra. I gatti erano nei loro nascondigli, i gabbiani riposavano. Qualche vagabondo si era steso sul prato. Sul ponte in lontananza si scorgevano le sagome dei pescatori che avevano lanciato gli ami, pur sapendo che nel Corno d’Oro non c’era pesce. In quel panorama, Hilmi scelse il punto più isolato. Si sedette su una panchina e rimase lì fino a quando i minareti non scomparvero nel buio. I pescatori tornavano a casa, uno dopo l’altro, i vagabondi si allontanavano verso le zone più affollate della città, il Corno d’Oro era avvolto da una strana desolazione.

Fu allora che Hilmi si mise a mormorare i versi della canzone di Zeki Müren: “L’azzurro in cielo piano piano svanisce / Un’altra sera, amore, imbrunisce”.

In quel momento notò sulla punta del molo di Balat una sagoma che si sporgeva sul mare e sembrava sul punto di cadere in acqua.

Con un’agilità che sorprese anche lui, schizzò verso di lei, e intanto urlava a pieni polmoni: “Ferma! Non ti muovere! Ferma!

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