Genitivo è il nuovo libro di Fabrizio Miliucci, per Marco Saya edizioni nella collana Microliti, e produce, in chi legge, il tempo dell’inconscio, quel futuro anteriore e interiore per cui «per fare un passo in avanti in termini di gusto e capacità bisogna disimparare quel che si crede di sapere e ricominciare a sillabare.» La scelta di linea, un limite con l’altro in cui, come due oceani, i desideri propri si scontrano: «Probabilmente, se non dovessi dire di no a qualcuno o a qualcosa, non scriverei affatto.» Una proiezione da sfatare che dell’incontro dell’altro ne fa un varco non da superare ma da godere distruggendo, l’altro che potrebbe ispirare diventa il nemico. E quando la poesia desidera farsi ben leggere e volere dal mondo, ma ciò non accade, e si richiude in sé, vendicativa, si produce una stonatura che fa traballare il desiderio profondo di una scrittura, altrimenti di ricerca potente e complessa, nell’insincerità di un godimento neolirico tradizionale: «L’idea di dimenticare quanto avevo scritto solo qualche anno prima è presto evoluta nel desiderio (distruttivo, appunto) di una poesia chiusa e diffidente, quanto quella di Saggio era stata fiduciosa di aprirsi e comunicare». Genitivo è però, soprattutto, un radicale esperimento oltrepaginale, un dispositivo visuale che alterna scrittura e gesto artistico in una simulazione di «opera grafica, un pezzo di “arte programmata” (come si diceva una volta) o di arte concreta.»
Un dispositivo, dunque, in cui il preverbale diventa la possibilità di fondare un atteggiamento di scrittura, dove l’unico rischio è quello di doversi limitare, per non scivolare nel disordine anarchico di un desiderio autoreferenziale: «l’autocensura è forse il limite con cui mi trovo a combattere più accanitamente.» Ma questo rischio è sempre in agguato quando scrivere diventa un «modo di contestare. Del mestiere, lo scrivere, non ha niente.»
La pagina di Genitivo è anche il fantasma che accoglie le impossibilità inverse, le vere che generano il sensibile. Il corpo quotidiano è sempre mancante di cose che si autogenerano automaticamente riempiendo lo stato del reale. Genitivo, mi pare, giochi con lo sguardo assoluto del poeta che si fa desiderio in carne del mondo. Un mondo di lettere e segni, quadrati neri e + che sottraggono senso perché è questo mancare che avvia, sempre, il possibile della scrittura…
Gianluca Garrapa
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Qual è stata la genesi del tuo libro e perché hai desiderato scriverlo?
In questo caso il desiderio è un desiderio di dissolvenza. Genitivo nasce in maniera del tutto estemporanea e direi involontaria. Quando, a
mia insaputa, ho cominciato a lavorarci, non avevo la minima pretesa di trarne qualcosa di organico. Saggio sulla paura, la raccolta precedente, era uscita da poco tempo ed ero ancora alle prese con l’elaborazione di quel distacco. La scrittura di quei giorni – giorni di crisi molto acuta, dovuta al cambiamento radicale rappresentato dalla nascita di mio figlio – era un moto condizionato senza alcuna volontà di riuscita. Passavo i pomeriggi di quella caldissima estate immerso nel paesaggio dell’Appia antica, immobile come una rovina. Dallo scrivere senza volere nulla indietro ho appreso la lezione fondamentale che poi sarebbe stata variamente elaborata in tutte le parti della futura raccolta: per fare un passo in avanti in termini di gusto e capacità bisogna disimparare quel che si crede di sapere e ricominciare a sillabare.
Quando scrivi, godi?
Può capitare che la scrittura si accompagni a momenti di piacere, sì. La cosa migliore è scrivere senza rendersene conto, seguendo il digradare di un qualche sentiero che si fa conoscere attraverso il suo tracciato di sillabe e suoni. Altro motivo di godimento è l’idea di far arrabbiare un qualche ipotetico lettore. Quando succede questo, mi capita di scrivere ridendo. Da tempo mi è chiara la natura sostanzialmente oppositiva della mia scrittura. Probabilmente, se non dovessi dire di no a qualcuno o a qualcosa, non scriverei affatto.
Un estratto dal libro che è risultato più difficile o particolarmente importante: perché? Lo puoi trascrivere qui?
l’intero spettro acustico
lo stesso
per
il
suo
contrario
emerso dal vuoto
nei primi mesi di vita
aderisce all’imperfezione
né uomo né donna né ermafrodito
novembre, meno crudele delle stagioni
mi ha messo le mani negli occhi
mi ha chiesto di sapere
chi sono, mi superi
sei altro
da me
ti fai
vampiro
tossico ottuso
e ora siamo tanto sbilanciati
da non essere più due, ma uno solo
Tutta la seconda sezione, intitolata I limiti, è stata frutto di un lavoro di rielaborazione molto accanito. L’idea di dimenticare quanto avevo scritto solo qualche anno prima è presto evoluta nel desiderio (distruttivo, appunto) di una poesia chiusa e diffidente, quanto quella di Saggio era stata fiduciosa di aprirsi e comunicare. Il fatto che stessi accumulando un materiale inconciliabile mi confermava (e in certo senso confortava) nell’impossibilità di mettere insieme quei pezzi, astratti e illeggibili da un lato, fortemente figurativi dall’altro. La consapevolezza del libro è nata, molto più avanti, nel momento in cui ho realizzato che le estreme possibilità dell’espressione possono incontrarsi (senza la necessità di conciliari) convergendo verso un centro prospettico.
Se non fosse scrittura, cosa potrebbe essere il tuo libro?
Sarebbe, credo, un’opera grafica, un pezzo di “arte programmata” (come si diceva una volta) o di arte concreta. In maniera apparentemente indipendente rispetto al resto, nei mesi di Genitivo mi sono molto appassionato a questo genere di produzione. Credo che le geometrie ossessive che prendono forma fra il Modernismo e l’Informale abbiano avuto una grande influenza sull’elaborazione della raccolta.
Che rapporto hai con la censura?
Di certo non buono. Ho sempre trovato inaccettabile l’ingerenza di qualcuno su qualcun altro, anche, banalmente, quando si tratta di frequentazioni o scelte private. Cosa diversa riguarda invece l’autocensura. Non ho mai creduto al dogma del poter o dover potere dire tutto. Quest’illusione ottica rischia di diventare una dittatura dello stesso peso specifico di ingerenze o repressioni esterne. Al di là di professioni morali o esistenziali (che a volte possono prendere il sopravvento) l’autocensura è forse il limite con cui mi trovo a combattere più accanitamente.
Per te scrivere è un mestiere o un modo di contestare lo status quo?
Un modo di contestare. Del mestiere, lo scrivere, non ha niente.
Bonus track:
«PAGINA BIANCA »
È anticipare il vuoto il ripetere che amplia l’atto delle generazioni. La pagina è anche il fantasma che accoglie le impossibilità inverse, le vere che generano il sensibile. Il corpo quotidiano è sempre mancante di cose che si autogenerano automaticamente riempiendo lo stato del reale. La scrittura complessa della gabbia tipografica è il limite che ogni libro dovrebbe superare?
È proprio così. Il tutto nasce dall’esigenza (un vecchio cruccio) di scrivere il silenzio. Come si fa a inserire delle pause non convenzionali all’interno di una sequenza scritta? Si potrebbe lasciare una pagina bianca, come ho visto fare in altri libri. Ma quella pagina sarebbe comunque numerata o, se anche si eliminasse qualunque marcatore paratestuale, ci sarebbe il rischio di confondere il vuoto intenzionale con il vuoto tipografico che di solito occupa le pagine sinistre. Allora ho pensato di saturare la gabbia entro cui il testo deve esprimersi per far vedere con chiarezza dove siano i confini di quel limite. Nel complesso del libro, naturalmente, l’operazione ha una serie di echi interni legati alla forma/contenuto, come il ricorrere del quadrato, della scatola, dell’utero/urna. Ovvero dell’alternanza di vita e morte, e degli eventuali momenti di latenza o smagliatura in questa sequela.
«[Questa poesia non si è salvata]»
La realtà è altra cosa dal reale perché non c’è previsione che possa determinare un percorso. Genitivo, mi pare, giochi con lo sguardo assoluto del poeta che si fa desiderio in carne del mondo. Un mondo è costituito da lettere e segni, quadrati neri, + che sottraggono senso perché è questo mancare che avvia il possibile della scrittura. Che rapporto esiste, secondo te, tra leggere e vedere? Tra simbolo e icona, tra figura soggettiva e sfondo culturale? C’è una confusione salvifica dei piani che trasporta la poesia via dal morto scritto?
Sì, credo che ci sia. La poesia (ma non solo) dà modo di controllare la forma di quello che si scrive, e quando dico forma intendo proprio la macchia d’inchiostro nero che si imprime sulla pagina bianca: il profilo delle parole. La poesia che citi è una forma mimetica di quanto visto ad Atene, al Museo archeologico, nella ricostruzione della sequenza delle metope superstiti del Partenone. Nella serie dei pannelli, a un certo punto, c’è una nicchia vuota con una scritta analoga a quella assunta nel libro. Quel vuoto non è nulla, ma qualcosa di scomparso di cui si conserva la memoria, anzi, la cui memoria (o la deduzione di un’inevitabile esistenza) è strutturalmente essenziale per la ricomposizione del quadro unitario. La cosa che più mi ha sconvolto nei primi mesi di genitorialità è stato constatare quanto lutto e nascita siano processi cognitivamente speculari. Nel primo caso, si continuano ad aspettare segnali da qualcuno che non può più mandarne, nel secondo – sono i sospiri notturni che si avvertono i primi giorni in cui l’infante arriva a casa – i segnali si incominciano a ricevere da chi, semplicemente, fino ad allora non c’era mai stato.
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Fabrizio Miliucci, Genitivo, Marco Saya edizioni, collana Microliti, 2026