L’8 aprile esce per Graus Edizioni (piccola, indipendente e intraprendente casa editrice di Napoli) La destinazione degli ombrelli (pag. 130, € 15,00), raccolta di racconti di Giacomo Cardella artista palermitano a tutto tondo che si affaccia alla scrittura nel 2024 con la silloge poetica Lunga strada di carbone (tesa verso il cielo) mentre nevica polistirolo uscita con Dialoghi edizioni, silloge finalista al Premio Internazionale Mario Luzi 2024-2025.
Giacomo Cardella ha la capacità di intravedere gli angoli degli spazi circoscritti come luoghi temporali, dove le distanze sono a volte accorciate e a volte invece dilatate fino alla estrema sintesi e all’interno di queste superfici riesce a inserirsi, quasi fosse lui stesso un ago nel pagliaio della sua inquietudine e questo ne fa un artista capace di empatia per i suoi simili, e a suo modo unico, un mondo, il suo che vede noi, ma che noi a volte non vogliamo vedere.
Sociologo, assistente sociale, artista poliedrico riesce a spaziare dalla scrittura alla radio (collabora con Radio Dopo allo spazio Epyc Youth Center di Palermo), dalla creazione di installazioni multimediali alla realizzazioni di video, si occupa di performing art, progetti a metà strada tra Art Brut e Net Art e con l’ausilio di video-documentari ha creato il concept Deca-morfosi uno studio relazionale sulla manipolazione della memoria attraverso il corpo.
Si avverte una profonda necessità di legare video, foto, installazioni, testi scritti nel tentativo di dare una visione unica a una identità frammentata o meglio come dice lui stesso “il tentativo di afferrare un’identità frammentata e distopica in cui contenuti umani e analogici si avviluppano in un continuo gioco psichico, fornendo risposte sia pur cruente ad un futuro-passato indomabile e marcato da un profondo senso di smarrimento e di decomposizione. Una esigenza ormai perduta, quella di non sapersi riconoscere allo specchio come parte di sé.”
In questa ottica La destinazione degli ombrelli non è solo una raccolta di racconti a staffetta nella quale oggetti e luoghi passano di mano in mano costruendo un unico arco narrativo sul Novecento e le sue ombre distruttive, ma lancia dei messaggi ben precisi, con uno stile di scrittura, una voce particolare per quanto è disarticolata. E così i personaggi dei diciotto racconti narrano di loro stessi attraverso storie assurde dando vita ad una resistenza affidata ai corpi, all’arte, alla comunicazione.
Da una registrazione digitale che rimescola i fatti di Pearl Harbor al recupero del mito delle Banshee, dai faldoni di Norimberga al rock partigiano di Hiroshima Mon Amour, piccolo locale torinese: una vera e propria cartografia del sogno e dell’incubo che attraversa aeroporti e frontiere, mescolando frammenti di biografie in cerca di un senso etico della testimonianza. Giovanna d’Arco, Anna Bolena, Joesef Mengele, Mike Tyson e Giovanni Falcone si rincorrono e si scambiano di posto sullo sfondo di una storia capovolta, che si rifugia lì dove tutte le tracce confluiscono: in un grande deposito d’ombrelli, ripari temporanei alla pioggia del secolo.
Ed ecco che, in tutta questa annessione tecnologica, si intravede la “falla del sistema” Parole di Giacomo Cardella. Non ci si riconosce più, se non in frammenti, protesi o hardware visti come estensione della propria corporeità alla luce del buio visto come margine di risoluzione dei conflitti interiori mai sedati, semmai ricomposti in un cassetto e portati alla luce come segno evidente di un disagio esistenziale.
Maria Caterina Prezioso
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Intervista al demone afflitto
A queste parole che riecheggiavano fisse nella sua mente, Ròn decise di lanciarsi dalla finestra, fino a quando con un gesto quasi comico frenò il corpo portando in avanti la sua congeniale stilografica. La rincorse poi dal balcone, con lo sguardo attonito e le annesse traveggole di chi sapeva di aver fatto una grande cazzata. Non riuscì a prenderla e la stessa cadde rovinosamente dal quinto piano, quasi implodendo sul marciapiede di Aki-ku, il quartiere più deserto della sua città, Hiroshima. Quella stessa sera, come se piovessero novità catastrofiche dal cielo in una quotidianità insolente e fastidiosa accese, per non pensare al danno creato alla propria creatività, il personal computer, e si ricordò che il padre Ubasi era stato in vita un professore di fisica e meccanica, e la sua chioma folta e bionda, che dalle arene universitarie si intravedeva, era oggetto di scherno da parte degli alunni ed era il preludio a un disastro annunciato. Ubasi amava trastullarsi all’alba e coperto da tende veneziane, nel dark web, alla ricerca di una disperata risoluzione della sua immagine di persona e padre cattiva. Lo dipingevano tutti così e voleva correre ai ripari per curare almeno l’immagine per il figlio senza età. Voleva appunto conservare per Ròn, chiudendosi nel silenzio di una rete Ethernet nascosta ai più, il segreto di una memoria alterata dal tempo. D’altronde soffriva di Alzheimer da troppo tempo ma la luce elettrica e bianca dei neon gli dava un po’ di respiro nel ricordare le cose. Infatti, aveva l’insano terrore di rimanere per troppo tempo al buio.
«Papà, quando sarò grande e magari senza un soldo cosa farò?».
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Malala e lo sfiatatoio dall’oblò
Nei pensieri di Malala, solo spazio per gli indigeni del villaggio dove era detenuta nell’effluvio di una notte di mezza estate. Malala era soprannominata da piccola “la regina delle bambole”, tanto era intensa la sua armonica bellezza.
Nessuno aveva il coraggio di rivolgerle la parola, tranne una bambina dal vestito rosso.
«Ciao, chi sei?».
«Sono Malala, la regina delle bambole. Perché in questo spazio così grigio e greve indossi questo elegante vestito?».
«Era il giorno della mia prima comunione quando mi hanno portato qui. Le maniche lunghe coprono il braccio che mi hanno strappato».
Malala scoppiò a piangere. «Vieni qui, fatti abbracciare».
«Non posso, sono una bambina o forse un rettile. Non lo so».