Nel 1967, mentre l’Italia oscilla tra il post-boom economico e l’imminente stagione delle contestazioni, riesce comunque a mantenere una delle sue certezze assolute: Miss Italia a Salsomaggiore terme. Un rito nazionale in cui il Paese finge di valutare l’estetica con rigore scientifico, salvo poi affidarsi al consueto mix di emozione, scandalo e commozione.
In questo contesto emerge Tamara Baroni, vent’anni, parmigiana dai capelli corvini e aspirazione dichiarata: fare l’attrice. Omette un dettaglio si funzionari del concorso: è sposata da due anni con uno studente di medicina e madre di una bambina. Informazione rilevante per il regolamento del concorso, che infatti la scopre e la destituisce senza troppi sentimentalismi.
Risultato: addio corona, ma non del tutto. Le rimane il titolo di Miss Eleganza, che suona come una promozione morale dopo una bocciatura amministrativa. La corona principale finisce invece a Cristina Businari, che rappresenta la versione “regolare” della bellezza nazionale di quell’anno: nessuna sorpresa biografica.
Tamara, però, non si lascia archiviare. Il nome stesso, suggerito da una zia cinefila ossessionata da Jacques Tourneur e da ‘Tamara, figlia della steppa” (1944), sembra sia un destino già scritto. E infatti rimbalza fino a Miss Universo, arriva un dignitoso sesto posto.
Il passaggio successivo è quasi inevitabile: il cinema. La porta d’ingresso la apre Ruggero Deodato, che la inserisce in Vacanze sulla Costa Smeralda (1968). Un film che vive felicemente sospeso tra musicarello e commedia degli equivoci, con finale in stile “tutti contro tutti”, come da tradizione balneare italiana.
Nel cast si muove una piccola enciclopedia del periodo: Little Tony, Toni Ucci, Francesco Mulè, Silvia Dionisio, Femi Benussi. Tamara, invece, è talmente laterale che in alcune schede ufficiali riesce nell’impresa di non comparire affatto.
Tra il 1968 e il 1969 arrivano poi altre produzioni italo-tedesche dal fascino senza veli e dalla circolazione misteriosa. A questo punto Tamara comincia a farsi notare sulle cronache scandalistiche dei giornali e per prima cosa sporge denuncia contro un mensile per soli uomini che pubblica un suo servizio fotografico non autorizzato. Subito dopo annuncia alla stampa che sta per dare alle stampe un libro dove parlerà di tutti i vizi del corrotto mondo dello spettacolo. Il libro – bomba non uscirà mai, ma la Baroni raggiunge lo scopo di diventare ospite fissa delle prime pagine di quotidiani e rotocalchi dove ormai sembra un’istituzione.
Nel frattempo entra in scena Pierluigi Bormioli, detto Buby, trentanove anni, azionista di maggioranza della Rocco Bormioli e figli, industriale del vetro e
playboy di provincia con ambizioni internazionali. L’incontro con Tamara avviene alla Mostra delle conserve al pomodoro di Parma, dove lei fa la standista: un dettaglio apparentemente innocuo che invece cambia tutto.
Parte la relazione: regali importanti, auto di grossa cilindrata, rose rosse a mazzi, gioielli e vita da copertina. I rispettivi coniugi vengono progressivamente messi in modalità standby, anche perché il divorzio, nel 1969, è ancora fantascienza legislativa. Buby, per inciso, è già sposato con la marchesa Maria Stefania Serra Balduino, madre dei suoi quattro figli.
Lo scandalo vero esplode quando Tamara e Buby organizzano un matrimonio farsa in Polinesia: suggestivo, romantico, completamente inutile dal punto di vista legale italiano. Ma perfetto per i giornali. Da lì in poi la loro vita diventa una sequenza di eccessi: Lamborghini, servizi fotografici sempre più spinti, e un entourage di amici difficili da classificare da chiunque abbia un minimo di buon senso.
Ed è qui che la storia prende la piega più surreale.
Perché, mentre la relazione si fa instabile, parte la fase “oscura” del dossier: secondo le accuse, Tamara e Buby sarebbero coinvolti in un piano di eliminazione della marchesa Maria Stefania Serra Balduino. E i presunti esecutori non sono certo figure da thriller Hitchcookiano ma un campionario di varia umanità: un playboy pentito, un rugbista avido e millantatore, un fantomatico ex legionario e una manciata di balordi e malavitosi di mezza tacca. Un’organizzazione criminale che fa pensare più ad una squadra improvvisata che di una mente strategica.
Il tentativo di omicidio ai danni della marchesa finirà per naufragare per un dettaglio tanto banale quanto decisivo.
Dopo una notte decisamente troppo generosa in eccessi e pessime decisioni, la banda si metterà comunque in viaggio in auto verso Villa Balbuino, teatro designato della tragedia su commissione.
Peccato che la Val Padana, con la sua proverbiale nebbia autoriale, abbia altri piani: i nostri eroi, più spaesati che determinati, finiranno per perdere la provinciale e uscire di scena nel modo meno drammatico possibile—impantanati in un fosso, tra fango, lamenti e un’improvvisa crisi di vocazione criminale.
Prima ancora del presunto tentativo di omicidio, però, c’è l’episodio che entra direttamente nella mitologia del caso: la cosiddetta “notte degli schiaffi”. Qui Buby avrebbe schiaffeggiato più volte Tamara e tentato anche di costringerla a un rapporto non consensuale. Lei lo denuncia, lo scandalo si allarga e la vicenda smette definitivamente di essere solo gossip.
Poi il livello di caos sale ancora: Tamara finisce anche vittima di un attentato a colpi di pistola. Non si sa chi abbia sparato né perché (ma poi avranno davvero sparato?). La protagonista ne esce illesa.
Nel mezzo, la storia si infittisce di accuse collaterali: cocaina, assegni a vuoto, truffe e un clima generale da giustizia parallela tra rotocalchi e tribunali. Tamara, in questa fase, non è più solo imputata ma anche accusatrice: rilancia parlando del giro di droga legato all’ex amante, aggiungendo benzina a un incendio già fuori controllo.
Quando il rapporto con Buby si sgretola definitivamente, Tamara intreccia anche una vicinanza con l’attore Bruno Di Luia, che sul set de “Le nipoti della colonnella” (1968) fa da autista alla protagonista di una vita ormai indistinguibile dal cinema di serie B.
Il 9 aprile arriva il colpo di scena giudiziario: dopo l’arresto dei presunti killer – quel gruppo improbabile formato da playboy pentiti, rugbisti millantatori, ex legionari e comparsate criminali – anche Tamara Baroni viene tradotta in carcere. Le accuse sono un catalogo completo: concorso in tentato omicidio, falso in assegni, emissione di assegni a vuoto, truffa, tentata estorsione e una serie di reati minori che completano il quadro.
A quel punto il “giallo Parma” diventa un caso nazionale, trattato con la stessa enfasi dei grandi eventi storici, mentre la figlia Viviana viene affidata all’ex marito e la vicenda continua a rimbalzare tra cronaca e spettacolo.
E come se non bastasse, nel pieno del clamore mediatico, esce anche il film giusto al momento giusto: “Le nipoti della colonnella” di Edoardo Mulargia, firmato per l’occasione dal più esotico Edward G. Muller.
Il film esce nel 1970 nel bel mezzo delle cronache che catalizzano l’attenzione sulla bella parmigiana e colleziona ben quarantasette tagli in commissione
di censura. Subito dopo viene addirittura annunciato un film sulle disavventure di Tamara Baroni dall’eloquente titolo “Indagine su una ragazza al di sotto di ogni sospetto”, ma la pellicola non verrà mai girata. In un settimanale esce un servizio fotografico che ritrae Tamara nuda e contiene allegata persino una sua ciocca di capelli, logicamente falsa. Il 26 giugno del 1970, dopo quarantotto giorni di prigionia, Tamara Baroni viene liberata, mentre Buby è messo in stato d’accusa per sequestro di persona e tentata violenza carnale per la citata “notte degli schiaffi”. Pure la marchesa viene incriminata per atti osceni in luogo pubblico e per esplicite proposte saffiche nei confronti di Tamara. L’attrice parmigiana invece, incriminata nella prima fase del processo assieme ai patetici killer, è assolta da tutti i reati più gravi. Sul giallo Parma cala un coltre di silenzio e tutto viene messo a tacere. Tamara Baroni nella solitudine del carcere si scopre un animo da poetessa e scrive molte liriche interessanti che in futuro le frutteranno premi e riconoscimenti. Una poesia la dedica al maresciallo maggiore che comanda il carcere di San Francesco di Parma: “Ho fatto sogni/ usciti dalla morte/ spezzabili in bandiere/ d’incubi crudeli./ La mente/ inorridita m’è fuggita via/ a mordere le stelle come/ un cavallo alato sulle/ scie del fuoco./ Ma il corpo/ il corpo mio non è passato/ da queste strette sbarre./ (…) Fra i pugni chiusi serrate/ tengo lacrime d’orgoglio/ che gli occhi miei non han/ sfiorato. Non piange il cuore/ urla in gabbia, sbatte/ contro le mura più che il marmo/ fredde e suda rabbia/ attonita impotente.”
Francesca Mezzadri