A voler trovare un nobile antecedente nella premessa di questo L’esercizio di Adam di Gianluca Garrapa, edito da I Quaderni del Bardo, si potrebbe scomodare Raymond Queneau, e con lui anche un po’ di Georges Perec. L’esercizio – di Adam -, infatti, sta nell’ “immaginare di essere un oggetto e raccontare una storia dal punto di vista dell’oggetto scelto”, qualcosa che sia particolarmente importante per la nostra vita. Con una punta di situazionismo, Garrapa suggerisce: “Scegliete dunque un oggetto, fate come se foste quell’oggetto e, per esempio, descrivete la vostra giornata. Raccontatevi dal punto di vista immobile di quell’oggetto”.
Da questa “premessa” muove i suoi passi il romanzo – ispirato alla mostra “Body Worlds” dell’anatomopatologo Gunther von Hagen – incentrato sulla figura dello scrittore Adam, e con lui su quella della moglie Clara, che lo tradisce con l’amico, l’imbalsamatore Sigmund Archer. Adam, che è vittima di un complotto, è in coma quando il suo corpo viene imbalsamato, ma la sua mente rimane in vita, assumendo una sua autonomia di pensiero e di azione, fino a ordire una terribile vendetta nei confronti dei suoi carnefici. “Quando ho riaperto gli occhi si fa per dire gli occhi gli avevo sempre aperti e sentivo e vedevo tutto ecco ho scoperto tutto un mondo in quella stanza nel retro ufficio di Archer”, dice a un certo punto Adam, aprendo a una fase nuova del suo essere e sentire, un nuovo modo di stare nel “vedere”. In un flusso narrativo polifonico, L’esercizio di Adam si dipana come un testo che è lecito e obbligatorio definire sperimentale, liberandosi dalle strettoie logico-semantiche dell’ordinario linguaggio narrativo, deflagrando in un flusso di coscienza in cui la distanza tra io e la realtà circostante tende ad annullarsi. È lo stesso linguaggio e la sua organizzazione interna a indagare lo spazio che separa la mente dalla materia, la vita dalla morte, in un costante e coeso sforzo di una visione che vada oltre il sensibile.
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Sigmund Archer, dunque, non si fa scrupoli nell’imbalsamare coloro, in genere malati terminali o suicidi, che non sanno accettare la propria morte, non per timore dell’aldilà, ma per puro narcisismo, dunque per l’ossessione dell’aldiquà. Tutti gli umani che entrano in questo ufficio per una consulenza, lo fanno per lo stesso motivo: l’idea di sottrarre il proprio corpo alla vista degli altri e ridurlo a mera immagine fotografica su una lapide, o a cenere in un vasetto, o dispersa in mare, o nell’aria, li disturba più delle atroci sofferenze cui l’infermità li ha costretti, e più dell’afflizione e del dolore che la malattia ha procurato ai cari, fedeli compagni della loro agonia: in questi moribondi è schiacciante la paura e la vergogna di lasciare il ricordo di un corpo disfatto.
Quale orrore si impossessa di loro al pensiero che la morte gonfi il loro viso bluastro, o lo infossi nero di putredine e bruttezza! E quale orrore, all’opposto di questi narcisi terminali, soverchia il cuore e la mente dei suicidi che non sopportano quel naturale andazzo della vita che muta il corpo e la mente. Quale angoscia essi provano nei riguardi del tempo che muove i suoi meccanismi e cambia il corpo, lo deforma. Sono giovanissimi, di rado superano i trent’anni, sono spesso di una bellezza disarmante ma iniziano a esperire le prime, impercettibili scalfitture che la vita insinua in loro, avanguardie invisibili della vertigine negativa della vecchiaia, mentre ancora assaporano il gorgo della trascorsa bellezza apollinea. Come rassegnarsi che gli altri, a un certo punto, vedano quello che loro stessi non hanno saputo sopportare? E cioè il passaggio del tempo?
Sono spaventati dalla naturalezza con cui la vita modifica i connotati fisici. Ecco perché per loro è vitale morire al momento giusto: al culmine della bellezza e della vita. Al colmo dell’avvenenza. Morire nel fiore degli anni. Non è tutto: il loro narcisismo è quel misterioso richiamo a una morte che perpetui l’attimo di splendore effimero in un corpo imbalsamato, ma è anche timore dell’indifferenza che un bellissimo corpo imbalsamato possa, a lungo andare, generare nello sguardo altrui; è angoscia del non poter più farsi vedere in giro, posare davanti agli specchi, stupirsi, stupire. E a questo ci ha pensato lo scaltro Archer: quale miglior modo per indurre alla plastinazione premorte, se non insinuando la certezza di poter tornare in vita ancora giovani, e al culmine della bellezza a sfoggiare il proprio splendore mentre il mondo intorno dei coetanei boccheggia sulla soglia di un’altra ruga, della calvizie più che incipiente e della morte per vecchiaia prossima ventura? Sconfiggere il tempo, ecco cosa vogliono. Se non osano immaginare il loro invecchiare, pur tuttavia osservano il mondo lì fuori passare, trascorrere e immaginano che a quest’ora il loro corpo, non fosse stato imbalsamato, sarebbe quello di una decrepita novantenne o un cadavere putrefatto.
Sigmund Archer è un geniale cialtrone, un abile psicologo con la strana e contraddittoria capacità empatica di persuadere gli aspiranti imbalsamati, con argomenti che toccano la loro sensibilità. Ma statene certi che indietro non si torna, non fatevi truffare da Archer, come lo sono stato io, noi. Una volta imbalsamati, nel fiore sano della vita o prima della morte per una malattia terminale, si resta vigili e coscienti per l’eternità, in un corpo immobile; peggio di prigionieri in attesa di una morte liberatrice, viviamo in eterno come farfalle incastonate nell’ambra. Gettati nella morte in vita eterna. Per la maggior
parte almeno, non per tutti.
Come in vita, così in morte, alcuni hanno la fortuna di esperire una sorta di risveglio, di rinascita e, consumata la disperante corsa dei pensieri ossessivi di libertà che non abbandonano nemmeno per un minuto l’imbalsamato, sciolta la speranza che trascolora nella rassegnazione di mummia, per questi graziati arriva il momento della libertà: lasciare per brevi momenti il corpo imbalsamato e starsene con le altre coscienze nel mondo di là, oltre la vetrina, aleggiarvi intorno ai corpi, sfiorarli e farsi attraversare, sottile nebbia, presenti e incorporei. Al riguardo, però, Archer è del tutto ignorante: non sa, e non crede, fervente materialista qual è, nella presenza dei fantasmi e della coscienza, per così dire, quantica.