Benvenuto su Satisfiction   Click to listen highlighted text! Benvenuto su Satisfiction

Gian Paolo Serino. Dopo anni di ordine ci vuole disordine.

Home / Editoriale / Gian Paolo Serino. Dopo anni di ordine ci vuole disordine.

Oggi sulle pagine del quotidiano “L’Ordine”, diretto da Alessandro Sallusti, questo ironico ritratto della Serineide.

“Satisfiction” è un atollo di pensiero nel mare autocelebrativo e  dimostra l’urgenza di una  Serineide, perché, alla periferia dell’impero, siamo maestri nel non ravvisare i profili che ci saldano col mondo, fuori. Beh, il Bukowski della critica è uno di questi, come abbiamo potuto non vederlo, e va scandagliato, compreso, urge tentarne un ritratto. E’ una semplificazione anche un po’ civettuola, questa di Bukowski, lo anticipiamo noi prima che tuoni l’interessato, ma è anche un grimaldello per entrare in un cosmo personale, peraltro brandito da chi pensa che il vecchio Hank sia uno dei migliori “raccontatori”, non scrittori, del Novecento. E’ il volto, tirato ma sincero, e la penna, felicemente ripetitiva, che ci servivano per tenere insieme gli spezzoni allucinati che vanno a comporre la Serineide, e che abbiamo ricavato dalla consultazione di alcuni “compagni di scorribande” (la definizione è di uno di loro, che ne porta la responsabilità). Scene in sequenza, non necessariamente cronologica, che ci parlano di un agitatore culturale di talento. Torino, Salone del Libro. L’evento in cui ognuno che sostenga di lavorare con le parole deve esserci. Serino incontra Giulio Giorello, totem del pensiero scientifico e filosofico italiano, tra i tanti incarichi presidente del Consiglio scientifico del comasco Centro Volta. E gli fa capire che sì, certo, l’epistemologia post-moderna e il crollo delle gerarchie di senso e il mischiarsi dei punti di vista, però a furia di parlare di fumetti lui, Giorello, ha lievemente scassato. Ancora Torino: mentre si aggira per le sale, prova ad attaccar bottone con la moglie di Max Pezzali, che lo respinge in malo modo, e tenta di illustrare a un imbarazzato Giorgio Faletti cosa ne pensa della sua produzione letteraria. E non era esattamente il peana quasi unanime che la stampa recita al fu Vito Catozzo. Altro snodo del Belpaese letterario, Officina Italia. Lite platealmente non-oxfordiana con un critico che scriveva contemporaneamente su Corriere della Sera e Manifesto, con smascheramento incontrollato dei tic dell’intellighenzia radical-drink. Ma il litigio definitivo avviene durante un premio letterario con il nume salottiero Alessandro Piperno, elevato a vera e propria competizione oratoria sulle varianti dell’insulto. Durante la tenzone, Serino scivola e precipita in una vicina scarpata, mentre ancora rimbalzano offese di ogni tipo. Successivamente, Piperno si scusò con il nostro, e il dettaglio s’incastra bene nel puzzle, non si è mai visto Bukowski chiedere scusa. Una scena molto bukowskiana coinvolse una festa della rivista “Satisfiction”, dalla quale Serino venne prelevato anzitempo in ambulanza, salvo comunque fare ritorno prima che si esaurissero i festeggiamenti. Nulla, rispetto a quando tentò di dare fuoco ai pantaloni di Antonio Scurati, e diteci se uno che ha scritto un saggio intitolato “La letteratura dell’inesperienza” in fondo non lo meritasse. E’ un grande catalizzatore delle verità non dette, e non dicibili col galateo della Repubblica delle Lettere, questo comasco che si definisce per antitesi dallo spirito comasco, non sappiamo se come Bukowski si presenterebbe così tonico a un programma della tivù francese da seppellirli tutti con una risata un po’ impastata, certo è uno che ha inchiodato il direttore del supplemento corrieresco “Sette” Giuseppe Di Piazza e relativa truppa di penne alla descrizione che tutti sussurrano in privato, i furbetti della markettina. Riportare il giornalismo culturale alla sua vacuità originaria, quindi anche alla sua libertà contagiosa, pare essere uno dei programmi seriniani, e davvero saremmo stati curiosi di vederlo collaborare alla redazione Cultura de La Provincia, quando interagiva con un giovane caposervizio professionalmente iper-meticoloso, Diego Minonzio. Forse il diavolo e l’acqua santa, forse la miscela giusta, ma in ogni caso, successivamente, Serino ha davvero piegato a sua immagine il giornalismo culturale. L’ossessione odierna per l’inedito di qualunque scrittore, siano le note della spesa o gli auguri natalizi, nasce da lì, dalla formidabile attività di scavo e d’interpretazione che si è coagulata attorno a Satisfiction, rivista neanche più da sfogliare il mese stesso, ma con cui trattare l’esclusiva il mese prima. E’ così che Serino galleggia con tratto inconfondibile nel mondo cartonato e woody-alleniano del “vedo gente mi muovo conosco faccio cose”, contenitore umano che in fondo gli piace, nessun Bukowski in nessun universo possibile è davvero masochista, ma trainandosi dietro una capacità (auto)ironica che lo proietta al di fuori, quando non in scarpate traditrici durante dispute nate letterarie e proseguite indefinitamente. Pare un involontario maestro del sospetto, questo programmatico casinaro intellettuale, qualcuno che squarcia il velo d’ipocrisia che gli intellò si rimpallano a oltranza, semplicemente partecipando anche lui al gioco. E poi l’esposizione di sé, certo, il rendiconto della propria attività quotidiana che si fa genere letterario, con aggiornamento compulsivo della pagina Facebook, con un interventismo sconfinato nelle cose del mondo, più di un critico ma qualcosa d’altro dallo scrittore. Bukowski, appunto, e se l’originale era più appartato, era solo perché era un altro modo di raccontare. Lo sa lui per primo, che snocciola tra i suoi prediletti Dylan Thomas, che conosce troppo lo stereotipo del maudit per non giocarci, che licenzia lui Vasco Rossi, editore di Satisfiction, per eccessi verbali anti-proibizionisti.

La Serineide nata oltre la cronaca ci riporta infine dentro la cronaca, ci dice che in fondo di un comasco così abbiam bisogno, di qualcuno che faccia corrispondere il nome alla cosa, che chiami la marketta “marketta” e sappia ancora distinguere Proust da Faletti ( e dal Piperno incoronato “nuovo Proust” dai giornaloni su cui scrive). Dobbiamo farci bukowskiani, ogni tanto, per non morire troppo comaschi.

Giovanni Sallusti

Click to listen highlighted text!