Gian Ruggero Manzoni inedito. Le qualità di un uomo

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Gian Ruggero Manzoni

Il marchese Desso Maria Dessi, ormai ottantenne, abitava in una stanzetta sita in Campo Morto, a Venezia. Patrizio decaduto, “barnabotto”, per l’esattezza, così, nella Repubblica di San Marco, venivano chiamati i nobili senza più un quattrino e una posizione, aveva speso un capitale nel tentativo di ricreare, in una camera buia, la luce. Sebbene figlio del ’700, egli era rimasto fedele alle teorie elaborate nell’antichità, riguardanti la luminosità. In tal modo inseguiva il sapere dei Pitagorici, che propendevano per l’ipotesi di una emissione di un ‘fuoco’ il quale, uscente dagli occhi, sarebbe dovuto andare a raggiungere gli oggetti, determinandone la forma e il colore. Oppure studiava le esperienze degli Atomisti, da Democrito a Leucippo di Mileto, a Epicuro, fino a Lucrezio, che professavano una dottrina di tipo opposto, infatti, per quelli, dal corpo luminoso o illuminato, si sarebbero dovute distaccare scorze, effigi, simulacri, più o meno materiali, vere e proprie copie dell’oggetto stesso, che, viaggiando nell’etere senza consumarsi, avrebbero raggiunto la pupilla dell’occhio osservatore, dove, nel suo cavo, poi avrebbero dato luogo alla sensazione visiva. Ma anche il dire di Platone nel Timeo lo affascinava, una commistione delle precedenti ipotesi, cioè il sostenere la visione come l’incontro della ‘fiamma’ visiva del soggetto con la ‘fiamma’ fisica visuale esterna; oppure gli picchiava in testa, al pari di un martello su di un incudine, quella famosa massima di Aristotele con la quale, il filosofo di Stagira, affermava, non senza creare ai suoi tempi stupore, che la luce era un’entità immateriale, di natura meccanica, da identificarsi con l’effetto prodotto dal ‘fuoco’ nel mezzo diafano interposto tra l’oggetto e la pupilla.

Minato nell’animo da sì tali mirabolanti considerazioni, il Dessi, per anni, aveva ospitato, nel palazzo sul Canal Grande di sua proprietà, e, ovviamente, del tutto spesati, il fior fiore dei migliori scienziati d’Europa, dottori, insigni accademici racconta storie, alchimisti, astrologi e maghi con tanto di diplomi e attestati vari, per poi, svanita buona parte del patrimonio finanziario, infine affidarsi, o, meglio, ripiegare su ciarlatani di passaggio, avventurieri, megere e espedientisti, i quali, con scaltrezza, gli succhiarono gli ultimissimi ducati, da ridurlo in miseria nera e, come maliardo e praticone, segnato nella dignità dal Consiglio dei Dieci; e gli era andata bene, perché, per molto meno, l’inquisizione, ancora attiva, ti mandava al patibolo o ai Piombi.

Il nostro ‘ricercatore’ perdette, in tal modo, ogni diritto pubblico e ogni privilegio di casta, riducendosi a vivere, non più giovane, affidandosi alla gentilezza di un qualche vecchio compagno d’arme o tentando la fortuna al gioco, fino al giorno in cui una prostituta, ingualdrappita e scarazzata, ma dal borsello gonfio, conosciuta nell’ambiente come la Morina del Bèpi, accontentandosi delle sue mai dimenticate galanterie e dei suoi modi raffinati, non lo accolse in casa propria, appunto in Campo Morto, quale cavaliere di accompagnamento e simil cicisbeo, vantandosene con le amiche baldracche e invecchiando a lui assieme, che, negli anni a venire, vederli a passeggio per i sestieri di San Barnaba, luogo frequentato da bari, accoltellatori, ladri, gaglioffi e feccia delle fecce, parevano incarnevalati dal come, volgarmente e grottescamente, si agghindavano, con tanto di parrucche, nei, contronei posticci e ceraso ben rosso sulle gote e sulle labbra, ormai, per ambedue, rugose appendici che, a mala pena, riuscivano a ricoprire bocche maleodoranti e prive di denti.

Come dicevo, il Desso Maria non aveva però abbandonato le sue ricerche e, una volta tornato a casa, un’abitazione di cinque stanze su due piani, si barricava nella cameretta assegnatagli dalla Morina e lì, chiuse le imposte, inchiodati gli scuri, serrate le tende di pesante panno e sigillata ogni minima fessura con la cera, si dava “…all’inseguir la luce”, come egli ampollosamente sosteneva davanti alla corte dei miracolati basso popolani di sua conoscenza.

Invero, il Dessi, aveva concentrato i suoi sforzi nel voler creare luce con il fiato, forte della convinzione, non del tutto errata, che muovendo l’aria con altrettanta aria riscaldata, in questo caso quella contenuta nei suoi polmoni, dall’agitazione e dallo sfregamento del ‘pulviscolo etereo’, faville e bolle di chiarore dovessero per un fattore fisico apparire, così da investire l’occhio e anche gli oggetti tenuti nell’oscurità. Perciò si era fatto costruire, pagati dalla Morina, un grande imbuto di rame, lungo un metro e mezzo, che teneva appoggiato su di un cavalletto, nel quale, come un mantice, soffiava, mentre, vigorosamente, con due panni lo andava a frizionare velocemente, per mantenere il metallo caldo, quindi una gabbia, quasi una piccola voliera, da lui detta “…la prigione degli dei”, in cui, all’interno di essa, una volta investita dal suo fiato, le ‘luminazioni’ sarebbero dovute apparire, mentre, dietro a questa, aveva posto un piatto, sempre di rame, del diametro di quasi un metro, con al centro incastonato un quarzo prismatico, atto a riflettere e perciò a ritrasferire nella gabbietta il ‘pulviscolo’ che forma la luce, fuoriuscito, causa il soffio, dalla piccola e medesima prigione stessa. Naturalmente era arrivato a progettare questi astrusi apparecchi dopo anni e anni di calcoli, osservazioni e dialoghi svolti con quei ‘sapienti’ nella sua lunga vita incontrati.

Ma la luce non appariva che, l’anziano nobile, nello spingere e rispingere con gli stanchi polmoni, venne un giorno colpito da sincope, crollando a terra miseramente. La Morina, non vedendolo scendere per il pranzo, si precipitò nella camera del Desso Maria e, resasi conto dello stato di salute di quello, richiamò gente, fino a riuscire ad adagiarlo sul letto in attesa del cerusico, il quale, giunto e visitato il vecchio, sentenziò che al patrizio restavano ben poche ore di vita.

Vegliato da Occhiostorto da Pellestrina, dalla Longona dei Frari, da Toni Spada Corta, da Franceschino il Biscazziere, da Vincenzo Mano di Falco e dalla Carlina Tette da Biroccio, il Dessi rantolava e si contorceva in stato di delirio. La Morina, oppressa dall’oscurità che ancora regnava nella stanza, in preda a smania e a vapori claustrofobici, strappò le tende, aiutata da Daniele la Scrofola, schiodò gli scuri e spalancò, infine, vetri e imposte, respirando a pieno petto, gettando da basso imbuto, gabbietta e piatto, i quali, sulla riva, si schiantarono fragorosamente, nonché maledicendo le manie di quel pazzo con cui, per fin troppo aveva diviso il tetto. Fu allora che un raggio di luce accecante, come se un velo si fosse all’improvviso squarciato, entrò nel lugubre ambiente; il sole delle tre dopo il mezzogiorno era proprio posizionato di fronte a quella finestra. Di scatto e folgorato il Desso Maria aprì gli occhi, in pieno volto schiaffeggiato da sì tale fulgido bagliore, quindi, non rendendosi conto di ciò che stava accadendo, sospirò queste parole: “La vecchiaia non è un tiranno che proibisce i piaceri esclusivi della giovinezza. Finalmente ci sono riuscito. Ecco… ecco la luce da me tanto inseguita. Non si deve giudicare il merito di un uomo dalle sue qualità, ma dall’uso che ne sa fare”.

Per tre o quattro volte ancora soffiata aria verso la fonte luminosa, sorridendo, reclinò il capo e esalò l’ultimo respiro, che nessuno dei presenti aveva inteso il significato di quel suo fare e di quel suo dire, solo la Morina aveva compreso, così, avvicinatasi al compagno, lo baciò sulle guance e lo accarezzò, disponendo che gli apparecchi di ricerca di Desso, ormai ridotti a tocchi, venissero sepolti al suo fianco, quali fedeli compagni per l’eternità, o per chissà quale altra vita, o per quale altra fantastica utopia.

Gian Ruggero Manzoni

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GIAN RUGGERO MANZONI, poeta, narratore, artista, critico d’arte, studioso dei nuovi linguaggi espressivi, è nato a San Lorenzo di Lugo (RA) nel 1957, ora vive alternando periodi di soggiorno in Romagna con altri a Martigues, località nei pressi di Marsiglia. Ha al suo attivo oltre 40 pubblicazioni con case editrici come, fra le tante, Feltrinelli, Scheiwiller, Sansoni, Skira, Il Saggiatore, Castelvecchi. Nel 1984 e 1986 ha partecipato ai lavori della Biennale di Venezia, curando, assieme a Valerio Magrelli, la Sezione Poesia per “Arte allo Specchio”. Ha diretto le riviste di letteratura e arte «Origini» e «Ali». Di recente, col romanzo «Acufeni» (Guaraldi Editore), è stato tra i semifinalisti del Premio Viareggio-Rèpaci 2015.

(Photo Credits: Maria Vitolo)