Quando la filosofia e la poesia entrano in dialogo, tanto nella finzione letteraria quanto nella vita di tutti i giorni, l’umanità ne esce profondamente arricchita, alimentata da un cibo buono e bello, frutto della ragione e del sentimento, dell’esperienza e della grazia. L’esistenza è occasione situata storicamente per donarsi e abbandonarsi docilmente all’apparente futilità del pensiero, al giocoso meditare sul senso ultimo e primo di ogni cosa, acquisendo gradualmente, passo dopo passo, la consapevolezza della propria precarietà. L’uomo vive il limite e lo incarna, abbracciando un cammino segnato dall’incertezza, dalla fragilità, dall’imprevidibilità. Siamo esseri finiti chiamati alla grandezza, alla trascendenza, nella caducità effimera delle nostre carni: il prossimo si palesa e si manifesta come dono, opportunità, dramma, contraddizione e mistero. Gli incontri ci cambiano, ci modellano e, talvolta, ci condannano.
La libertà rischiara flebilmente la selva del tempo, la verità battaglia con la forza distruttiva del logos, il sogno si avventura nel perimetro dei fatti: giocare e amare, cercare la luce come un girasole agognante i raggi profusi da un’antica e morente stella diurna.
Giancristiano Desiderio, saggista e giornalista, nel suo primo romanzo, intitolato Gli ultimi giorni di Andrea Giovene di Girasole (Ed. Solfanelli), mette a tema il valore dell’amicizia, attraverso la fedeltà a luoghi e memorie, accompagnando il lettore lungo un viaggio di colori e sapori, imbandendo una ricca e generosa tavola di immagini e ingredienti, riflessioni gustose e nutrienti, all’interno della splendida cornice di Palazzo del Cervo, cattedrale laica in seno a Sant’Agata dei Goti, angolo di mondo, culla di cultura, meraviglia da attraversare con cuore aperto e spirito inquieto: “Tutta Sant’Agata dei Goti, che sorge sul limitare del confine, variabile, tra Sannio e Campania, è fatta così: costruita su una roccia tufacea si erge dalla terra come se ne fosse emanazione. Le case son fatte dello steso tufo da cui emergono, di modo che sotto le case vi sono profonde cantine, antri e spazi enormi e vuoti, bui e freddi, in cui son riposti vini e conserve, peccati, reati e cose indicibili e il tutto è una Sant’Agata dei Goti invisibile sotto la Sant’Agata dei Goti visibile. A suo modo un Centauro. O una Caverna platonica con un eterno gioco di luce e ombra”.
Il giovane filosofo Cristiano e il vecchio poeta Andrea Giovene, discendente dall’antica famiglia napoletana dei duchi di Girasole, in compagnia della graziosa Isotta, “bella, fresca, sbarazzina, vitale, femminile, insieme aristocratica e plebea”, demone filosofico e musa ispiratrice, intrattengono e incantano, stimolando e provocando, minando certezze circa prassi e metodi comuni, sollevando e incalzando con questioni e dubbi: “Il modello del controllo & abbandono rivela la potenza e la povertà del pensiero. Il pensiero è davvero potente proprio perché è povero e viceversa: è povero perché ha potenza. Il pensiero è la forma della nostra vita con cui riusciamo ad abbracciare per intero – l’Intero dice Hegel, ma mi sembra già un’esagerazione – l’esistenza vitale nostra. È l’Uno, lo Sfero ma reso – come dire – laico: è l’uno-molti, la capacità di differenziare, di distinguere. Questo esercizio ci permette di giudicare, di dire le cose e di vivere liberamente. Siamo qui nel bel mezzo delle domande e delle risposte del terzo tipo, in questo orto di melanzane in cui sempre siamo, anche quando sembra che ci trasferiamo mentalmente altrove. Questo esercizio può essere compiuto solo dall’uomo individuale: da me, da voi, da Isotta, dai singoli. E da nessun altro”.
L’autore si addentra nel miocardio pulsante del cogitare umano, sostando freneticamente intorno ai fremiti del vissuto comune e individuale, affinando con diletto e sospetto l’arte socratica del ricamo linguistico e lessicale: “La vita è un passaggio continuo. E anche questo c’è in quel controllo & abbandono che vuole essere la razionalità storica della nostra condizione che qui è raffigurata in questa rappresentazione sacra. Una razionalità che è il passaggio attraverso la vitalità, la vita che passa dentro la morte, la sanità forte che non sta senza aver lottato con la malattia, del corpo e dello spirito. Non c’è altro da fare che passare dentro il fuoco. E qui guarda quante fiamme ci sono. Il Sansevero – il protagonista e il romanzo stesso, che sia io, che non sia io non ha alcuna importanza – è questo passaggio che ognuno di noi, nella sua vita piccola o grande che sia, deve fare per raggiungere qualcosa che sia valido, gustoso, sano: deve passare nel peccato, nel male, nella morte. L’umanità forma sé stessa nella lotta con sé e prende forma di civiltà in quello che Goethe chiamava il laborioso regno delle Madri. Ora a te, Isotta, e a Cristiano, tocca andar via da qui e passare dentro la vostra stessa vita per poi, un giorno, ritornare qua, e ritrovarvi nel vostro stesso mistero vissuto e conosciuto”.
Luca Bugada