Gianluca Minotti. Storia dell’uno e dell’altro

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La storia dell’uno e dell’altro è uno dei libri più strani che abbia mai letto quest’anno. Per strano intendo il familiare, quel che costituisce parte delle nostre esistenze, quando di colpo diventa estraneo, perturbante. Protagonisti siamo noi lettori, le molte persone che gravitano dentro di noi mentre leggiamo. Credo che avventurandomi in questi racconti abbia compreso quella sorta di correlativo soggettivo per cui il mondo immaginato sulla pagina diventa magicamente il nostro interiore. Mi pare di aver vissuto questi protagonisti interiori, l’uno e l’altro, X, che quando venne al mondo fu oltremodo difficile avvertire i suoi genitori non sapendo né l’indirizzo di casa né il numero di telefono, Maria che riempie con la sua presenza lo spazio intero e non c’è niente intorno che esiste senza di lei e di cui il narratore, personaggio della pagina, forse, forse no, s’innamora e in una scena accade che il narratore si è alzato e mentre noi siamo rimasti seduti a tavola, Maria lo ha accompagnato alla porta; e non si sa se siamo noi i lettori, personaggi della lettura, o loro gli autori del nostro racconto: le figure appaiono presentate con brevi pennellate, delineate con efficacia e grazia: la signora W ha settantasei anni e quando il marito è morto ne aveva sessantuno, e ne aveva ventidue quando si è sposata. Evviva la signora W che ogni giorno va a fare la spesa; si raccontano i personaggi con una sorta di meraviglia che con molta difficoltà si può sperimentare nella fase adulta disincantata e incapace ormai a credere l’inverosimile, che non è il falso, ma il recondito, l’inconscio, il rimosso magico che agisce le nostre consapevoli paure, una fra tutte: la possibilità che tutto quello che riteniamo reale, sia, al contrario, una proiezione psicotica condivisa.

Le storie, suddivise nei brevi e godibili racconti, spesso si ripresentano alcune pagine dopo e si risolvono in un inatteso finale. La meta-testualità è superata dal dilemma pseudo-filosofico del narratore, accolta dai personaggi, e questo ricorda molto Nebbia (1914) il romanzo di Miguel de Unamuno.

L’autore non è il narratore che intrattiene una relazione con il personaggio di Maria, forse, o forse no. Questi racconti sono sogni, certamente, ironie immaginarie che ricordano gli intrecci à la David Lynch, ma il paradosso surrealista traghetta quel reale dell’esistenza e rende la scrittura non un gratuito e esercizio di illusionista bravura e sterile virtuosismo, al contrario. Il reale, dunque, dietro il fantasma del fantastico: la solitudine è un filo rosso, insieme al senso della fragilità umana, alla delusione difronte all’esistente: certe volte l’altro si sente inutile e guarda fuori dalla finestra e pensa che la vita sia una riparazione provvisoria. Storie di finestre e di limiti in cui la scrittura permane come in un dormiveglia, nella sospensione tra reale e favoloso, di balconi e esterni che sempre irrompono nell’interiore architettura formale della pagina. Come in quei dipinti in cui sentiamo di essere visti dal soggetto ritratto, punti dal suo sguardo, che è poi lo sguardo dell’Altro.

Ne La storia dell’uno e dell’altro qualcuno ci guarda, e ci scrive, così pare, così è.

Il narratore c’è, ma è inaffidabile, per usare la definizione di Wayne C. Booth nel suo saggio Retorica della Narrativa (1961): Giulio Lenacci chi è? Forse è nessuno, o il personaggio narrante? Alter ego del narratore personaggio o dell’autore? L’autore è reale o la proiezione psicotica dei personaggi? Magari l’amico immaginario dei protagonisti della storia, del signor Q, per esempio.

Calvino, Borges, sì, si avverte la loro lezione sia nella risoluzione matematica della circolarità delle storie, sia nella leggera semplicità con cui la complessa orchestrazione meta-narrativa si fonde al reale.

La lettura di Minotti è spiazzante come può essere quella di opere discendenti dalla tradizione dell’onniscienza perturbante della figura autoriale, opere come Giro di vite (1898) di Henry James, o L’assassinio di Roger Ackroyd (1926) di Agatha Christie. Gli accadimenti disorientano perché la loro struttura cronologica non segue un percorso logico, ma sorprende di continuo: chi narra? Chi è narrato? E soprattutto dobbiamo fidarci dei fatti o delle interpretazioni? C’è un fattore più profondo che ci scuote: è che noi siamo, a tutti gli effetti, e in ogni momento del nostro quotidiano, come in questi racconti di Minotti, agiti da un Linguaggio che non abbiamo deciso e al quale ci adeguiamo spesso con indifferente credulità: ma la vida es sueño, scriveva Pedro Calderón de la Barca molti secoli fa.

Buona lettura!