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Gianrico Carofiglio. Viaggio in Italia

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Talvolta, nei viaggi, entra in gioco un elemento molto più potente del caso : un’improvvisa sintonia con i luoghi che genera un cortocircuito, un ricordo, una visione. Un passo lento può registrare le infinite vibrazioni dei suoni nello spazio, nel sottosuolo. Tra le crepe di un vecchio intonaco, nel grigio polveroso dell’acciottolato, in fondo ad un vicolo, nell’imbuto nebbioso di una prospettiva, un viaggiatore può trovare la sua personale chiave di lettura di una città. Addentrandosi in paesaggi reali, sopraffatti dall’abbondanza di tracce storiche e bellezze architettoniche, si apre all’imprevisto ogni volta che imbocca una stradina sconosciuta, smarrendosi tra visibile e nascosto, cogliendo un dettaglio di straordinaria potenza evocativa. Viaggio in Italia di Gianrico Carofiglio (edito dal Touring Club italiano nella collana Andante) ci consegna un paesaggio di frammenti, suggestioni, impronte olfattive, percezioni racchiuse in cellule di silenzio, echi di leggende di fantasmi: trama fitta e vitale di un racconto ipnotico, sfaccettato, colorato, capace di connettere luoghi leggendari, tempi, spazi fisici e metaforici. Questa è l’essenza di un libro che a quasi settant’anni dalla pubblicazione di Viaggio in Italia di Guido Piovene, ne condivide l’idea che viaggiare significhi occasione di trasformare i luoghi in elementi inalienabili e vivi della nostra esperienza, cogliere il legame collettivo che ci definisce. “Guardarsi attorno è un’azione eversiva” è un chiaro invito ad una forma di conoscenza profonda che richiede un cambio di ritmo rispetto alla velocità del turismo moderno, un atto culturale consapevole, come ci aveva raccontato anche Paolo Rumiz nei suoi primi diari di viaggio. La realtà autentica, per Carofiglio, pulsa dove il tessuto urbano si lacera: nei vicoli ciechi, negli spazi periferici o nei luoghi abbandonati delle grandi città italiane dove emergono testimonianze di una lotta ingaggiata con il mondo, con la storia. Il suo intento non è costruire un affresco unitario che leghi con un fil rouge città capaci di rigenerarsi e proiettarsi nel futuro. La “rottura” del paesaggio, l’allontanamento dai percorsi lineari, significa lasciarsi prendere in quelle reti labirintiche fatte di depositi del passato e trovare codici interpretativi perché, come suggeriva Calvino in Le città invisibili, “la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee di una mano.

Da Palermo a Genova, si attraversano 11 città italiane che costituiscono mete turistiche tradizionali, condensate in immagini iconiche, ironiche, pungenti, allegre, ammantate di mistero o proiettate nel futuro. Quando in alcune di esse lo spazio pubblico viene riconosciuto come luogo di espressione e dialogo, ci si imbatte in esempi virtuosi come i cartelli stradali di Clet Abraham, artista francese che ha saputo trasformare la segnaletica stradale fiorentina in arte urbana. Operazione artistica che si configura anche come una soluzione allo stress urbano: alleggerire i pensieri, tornare ad uno stato di spensieratezza perduta.

Con le città descritte in questo libro, Carofiglio ha un rapporto speciale , le illumina con lo sguardo da ex magistrato che considera la loro trascorsa  storia criminale  come una possibile chiave interpretativa, sia delle “zone d’ombra” urbanistiche, sia di alcuni comportamenti sociali attuali. Scavando nelle  loro contraddizioni, nella loro identità psicogeografica, nella morfologia del loro vissuto, ne fa emergere vicende che hanno provocato traumi collettivi, cambiandone permanentemente il volto e la psiche. Basti ricordare le Stragi di Capaci e Via D’Amelio a Palermo, cicatrici permanenti della mappa stradale cittadina.

Interessante è la sottolineatura di elementi che spesso passano inosservati come le statue, vero e proprio popolo di pietra che abita i grandi centri urbani italiani. Cosa ne è delle statue in una città dove ce ne sono tante? – si chiedeva Cees Nooteboom, nella sua splendida descrizione della città lagunare (in Venezia, il leone, la città e l’acqua, Iperborea, 2021, pp. 118), sollecitando la curiosità del lettore con la numerosa serie di ricerche e riflessioni personali che il monumento di Paolo Sarpi, con il suo saio di bronzo austero e severo, gli aveva ispirato. Nella Venezia di Carofiglio, sottoposta ad “emigrazione per turismo” , l’attenzione è catturata dalla statua di Giordano Bruno, filosofo che nel 1592 fu accolto dal patrizio Giovanni Mocenigo (che poi lo tradì denunciandolo al Santo Uffizio). Il monumento trattiene ancora la sua ombra inquieta. Di notte il suo fantasma sembra aggirarsi ancora a Ca’ Mocenigo, tra gli antichi palazzi, manifestandosi con segni discreti: un’ombra leggera, una luce improvvisa e misteriosa . In un paese dove la cultura è in caduta libera, le statue ci mandano i loro messaggi, magari quello di una politica basata su valori più forti, più autentici.

Le storie degli spettri disseminate tra le pagine, non sono semplici narrazioni fantastiche ma rappresentano il complesso di una memoria collettiva, la metafora di quell’invisibile che abita negli spazi interstiziali di una città. Una “storia invisibile” trasforma, ad esempio, Palazzo Budini Gattai di Firenze da antico edificio pubblico a luogo di una memoria inquieta e visionaria. Nella storia remota e recente, queste città sono state palcoscenico di eventi orribili , di antiche congiure e stragi, punti di rottura nella loro evoluzione, ombre superstiti di una barbarie che rimane come una radice inestirpabile . Opere di grandi personaggi della nostra letteratura, d’altro canto, si intrecciano con i temi delle narrazioni cinematografiche, delle leggende metropolitane , in quei musei a cielo aperto dove, nelle notti pù fredde , malinconiche e nebbiose, nelle strade solitarie si aggirano presenze misteriose . Una nebbiosa malinconia avvolgeva anche i giganteschi condomini e le strade intricate della Milano degli anni Sessanta, quella descritta nel romanzo Un amore di Dino Buzzati. L’urbe contemporanea, descritta anche attraverso la visione del sindaco Beppe Sala, si proietta simbolicamente verso il futuro , con tutta la forza corale dei suoi fantasmi ( da quello di Porta Genova alla Carlina del Duomo, alla Dama Velata, alle streghe del Parco Vetra), tra la malavita di periferia e i percorsi affascinanti e sorprendenti sconosciuti persino agli stessi milanesi. Sotto una coltre di mistero , sobrietà ed austerità, si nasconde quella particolare attitudine di Torino alla sottrazione; anche qui , come altrove, le cose più interessanti sono quelle meno visibili. I suoi poteri magici ed esoterici, già svelati negli anni ’70 nella celebre edizione storica di Giuditta Dembech Torino città magica, sono fiumi di energia che solcano il sottosuolo vivificandolo, come un amplificatore dell’anima . Dalle viscere della terra emana percepibilmente quella forza arcana che si contrappone alla macchina del consumo che circonda le città . Talvolta è anche possibile varcare porte che ci introducono in questa dimensione dell’imponderabile, dove tutto esprime trascendenza attraverso simboli. Nel Cimitero delle Fontanelle della Napoli sotterranea che accoglie i resti delle vittime della peste del 1656 e del colera del 1836, ci si può inoltrare in un viaggio nell’intimità della terra e della storia. Un luogo di presenze tangibili, dove si prova un senso profondo e commovente di connessione alla “grande corrente della vita”. Qui il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti si annulla attraverso il rito delle “anime pezzentelle”. Il morto aiuta il vivo a navigare le difficoltà della vita, mentre il vivo aiuta il morto ad alleviare le sue pene. Si può parlare di “dimensione comunitaria” una delle massime espressioni di bellezza invisibile: una “crepa” nella razionalità moderna dove la verità di un popolo si manifesta attraverso un legame spirituale che sfida il tempo e la logica istituzionale.  Bologna, “la città dei portici” , simboli di uno stile di vita, è luogo di connessione, scambio. L’istinto del viaggiatore che cerca ai margini della mappa cittadina bolognese porta Carofiglio al n.16/a di via Piella, una piccola strada parallela di via Indipendenza. Qui c’è uno sportello sul muro. Insignificante, fin quando non lo apri. Allora si produce uno sbalorditivo effetto di spaesamento: d’un tratto appare un canale, con case che vi si affacciano […] come fosse una città lagunare. Si tratta di un antico canale, a lungo nascosto fra le case e di nuovo visibile da qualche anno […]. quasi un portale tra immaginari urbani diversissimi […] ( pag.80). Una meraviglia che riaffiora quando meno te lo aspetti, la crepa in cui entra una luce e ti apre una seducente prospettiva multipla.

Sbirciando tra le finestre aperte di un grazioso ed invitante vicoletto, si può scoprire, magari con stupore titubante, un antico affresco seicentesco, fiero di non essere stato bersaglio della storia o ascoltare antiche e sinistre vibrazioni in virtù di un’enorme concentrazione di energie occulte. A Campo Pisano, a Genova, una graziosa piazzetta di acciottolato, circondata da luminose case colorate, sono sepolti i pisani catturati dopo la battaglia della Meloria (1284). Morti di fame, stenti e torture, secondo una leggenda, durante certe notti buie e di tempesta, fanno udire ancora le loro grida disperate e il rumore delle catene. Le apparenze materiali svaniscono, irrompono torrenti di nuove logiche. Da Genova partivano le crociate, da qui partì Cristoforo Colombo alla scoperta del nuovo continente e sarà per questo che qui c’è un ‘aria che brulica di cose che potrebbero accadere, di bisogno di partire, anche per placare quella leggera febbre dell’anima che ti mette addosso la città (pag. 113). Le città sono organismi viventi: hanno una faccia ufficiale ed una dimensione invisibile, ossia la mappa e la topografia emotiva che nasce dalla mente e dal corpo di chi percorre le sue strade. Città che esistono da millenni sono forme tangibili di eternità ed è forse per questo che spesso quando le visitiamo ci sentiamo disorientati, smarriti tra i segni del passato e la riconoscibilità del presente. La rivelazione epifanica attraverso un dettaglio fisico che rompe l’ordinario è qualcosa di prezioso che non urla per farsi notare, ma attende di essere scoperto.

Rossella Nicolò 

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