Fu soprannominato “Rombo di Tuono” per la potenza strabiliante del suo tiro

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Gigi Riva

Nel 1970 aveva appena 9 anni quando, trascinato dall’euforia collettiva dopo la semifinale Italia – Germania Federale, si posizionò davanti alla TV (ancora in bianco e nero) per la finale contro il Brasile a Città del Messico.

Allo stadio Atzeca assistevano 110.000 spettatori. Adorava Gigi Riva, era tifoso del Cagliari che proprio quell’anno vinse strepitosamente il campionato. Quel pomeriggio d’estate durante l’esecuzione degli inni nazionali, con la telecronaca di Nando Martellini, in uno stadio gremito e vociante, un terzo dei titolari della Nazionale era composta da giocatori del Cagliari, Riva col suo numero 11, Albertosi, Domenghini, Nicolai, Brugnera, Cera, un ex del Cagliari come Boninsegna.

Gigi fu soprannominato Rombo di Tuono da Gianni Brera per la potenza strabiliante del tiro e la rapidità con cui da ala sinistra riusciva a convergere di prepotenza sotto rete, Riva fu il miglior centravanti al mondo nei primi anni ’70, insieme al connazionale Roberto Boninsegna. Nel 1968 Gigi aveva dato un contributo decisivo per la vittoria della Nazionale ai Campionati Europei.

Mancino naturale, possedeva un repertorio variegato, rapido nello scatto nonché abile in acrobazia e nel gioco aereo; coniugava la resistenza nei contrasti all’eleganza nei tocchi di palla.

Quel giorno allo stadio Azteca ci si aspettava molto da lui ma di fatto fu neutralizzato dalla difesa brasiliana, Il 4 a1 con cui il Brasile di Pelè vinse il Campionato mondiale lasciò nel quartiere dove abitava ad Ostia un silenzio di sconcerto, una gravità psicologica, un dramma insomma che celava la delusione dopo l’euforia fantastica seguita al trionfo alla semifinale, con gente in strada che si esaltava in cori, macchine in caroselli che premevano sul clacson in una baraonda infernale. La delusione, dopo la finale perduta, fu profonda, lacerante se vogliamo, un brusco risveglio insomma alla realtà.

Gigi Riva rimase per me un grande, di una grandezza che nessuno avrebbe più eguagliato in seguito, un alfiere dello sport, una grandezza irripetibile che oltre al talento puro consisteva nella lealtà, lealtà che Gigi impersonificava in tutto il suo essere, senza averla mai tradita nella sua vita, mai dico, neanche quando la Juventus con Boniperti gli offrì ponti lastricati d’oro pur di distoglierlo dal suo Cagliari e portarlo alla Juve.

Era ciò a distinguerlo: in un mondo proiettato ormai verso l’individualismo in cui contavano soltanto i soldi e l’interesse personale, Gigi impersonificava invece una sorta di resistenza a questa performante tendenza generale. A questo veleno virale che avrebbe posto fine dalla metà degli anni ’70 a qualsiasi idea di emancipazione, di eguaglianza, di solidarietà genuina, questa resistenza che era in realtà fedeltà a qualcosa, ad una squadra comunque vada, ad un popolo quello sardo con cui Gigi si sentiva affine, riconoscente per averlo accolto e scoperto, per avergli dato fiducia e che ormai Gigi considerava come il proprio popolo. Ecco un Uomo!

Marcello Chinca Hosch