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Giorgio Ghiotti anteprima. L’avvenire

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I rimpianti sono di chi non ha immaginazione”

Ci sono libri che non si leggono: si respirano.

È in libreria L’avvenire di Giorgio Ghiotti (Carabba 2025, pp. 114, € 19), una messa laica detta a bassa voce, dentro la polvere di Ciampino, in un dopoguerra fatto di latte, calce e malinconia.

C’è una madre che insegna francese per ricominciare, un figlio che scrive per capire, un maestro che si chiama Pier Paolo e che non è ancora un mito ma solo un ragazzo che porta in classe il sole:

Prima di copiare alla lavagna la traccia del nuovo tema, consegna i vecchi ai ragazzi con numerosissime note ai margini: Se citi un pensiero che non è tuo, dichiaralo; Non parleresti mai così, questo è un linguaggio artificioso. Hai usato degli insulti? Apri le virgolette e riportali senza paura; Retorico: quando si scrive bisogna partire dalla realtà.”.

Ghiotti scrive un rosario civile fatto di pane, sudore e poesia, l’autore non ruba il personaggio, ma ce lo restituisce più vero. Gli toglie la maschera dell’icona e gli lascia in faccia la febbre. E scrive come chi si brucia piano, sillaba dopo sillaba: “Le bandiere sono ammirate da tutti perché sono belle e forti”.

L’avvenire non è un romanzo su Pasolini. È il racconto di un’origine: dell’uomo prima del mito, e di un’Italia che, come lui, cercava la propria voce. Sono gli anni delle sceneggiature per Soldati e dei viaggi con Giorgio Bassani. Pasolini, in queste pagine, non è ancora il martire. Ma un maestro, un fratello sopravvissuto e un uomo che vede nei ragazzi il sale della terra. C’è il lirismo degli spazi: “Pier Paolo è caduto da subito preda di un amore incoercibile per questa città metafisica eppure reale che in ogni sua geometria lascia intendere un magico insediamento umano”.

Ghiotti scrive come chi conosce il silenzio, con lingua precisa ma anche ferita. Ogni frase parla di infanzia e di perdita, come se l’Italia potesse salvarsi tornando bambina.L’avvenire non parla del futuro, ma del prezzo della speranza. Perché quel sale che nutre è lo stesso che brucia.

Carlo Tortarolo

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Nico

Caro Nico,

l’hanno scolastico iniziato a metà ottobre dell’altr’anno è finito, come sai, per me in anticipo, a dicembre. È stata una decisione necessaria se voglio tentare d’inseguire il sogno della scrittura. Devo farne un lavoro che mi liberi dall’angoscia delle bollette, delle mille spese. E forse sono sulla strada giusta.

Dunque, infine il romanzo, a fine maggio, è uscito. Hai avuto modo di vederlo in libreria? Sai quanto tengo a un tuo giudizio. Ho dovuto lavorare di diplomazia per darlo a Garzanti perché l’avevo promesso alla Banti e avevo inoltre un’opzione firmata con Mondadori.

Leonetti e Roversi me ne hanno detto cose straordinarie, se volevano farmi piangere di gioia ci sono riusciti. «Siamo sbalorditi e felici. Un grande libro, sul quale puoi dormire come un dio», mi hanno scritto. Che benedizione gli amici. Con loro prosegue il lavoro a «Officina», e il primo numero come avrai visto vanta, insieme agli altri contributi, il testo al quale tengo di più, la prima puntata del Libro delle Furie di Gadda.

I miei Ragazzi di vita stanno da pochi giorni sugli scaffali delle librerie, e a me sembra si portino dietro la grave stanchezza di vecchi farabutti presi a bastonate dalla vita stessa. È stato estenuante. Dopo i primi grandi entusiasmi per la lettura delle bozze, a Garzanti sono venuti scrupoli moralistici: ha preferito sostituire le parolacce con i puntini, mi ha pregato di ridurre e attenuare gli episodi più spinti. Mi ha fatto passare un incubo. Questa che leggerai è insomma una versione per così dire castrata; e pure le prime recensioni sono state favorevoli, da quella di Fortini a quelle di Carlo Bo e Vicari. Sul «Corriere della Sera», appena l’altra settimana, Emilio Cecchi ha stroncato il romanzo; ma ha detto Garzanti, dati delle vendite alla mano, che è la prima volta da quando Cecchi scrive sul «Corriere» che un suo giudizio fa vendere un libro. Non so quali trascorsi abbiano, quei due.

L’altra sera a piazza San Silvestro mi sento chiamare da lontano, «A Pa’, a Pa’!», era un ragazzetto che aveva letto il mio libro e tutto eccitato e esperto si è messo a raccontarmi gli episodi per lui più «ganzi», recitandoli proprio, e quando ha finito se n’è andato tutto allegro e soddisfatto con l’aria inconfondibile dei giovinetti romani.

Insomma, giugno quest’anno è strano e pieno di sorprese per me, e con un po’ di fortuna proseguirà così anche luglio – tra pochi giorni si saprà il vincitore del Premio Strega; qualcuno fa il nome di Comisso, ma io continuo a sperare e a ringraziare Ungaretti e Bo che l’hanno presentato con un’entusiasmo che mi ha commosso.

Le accuse sono arrivate dalla stampa di destra e da un certo ambiente comunista; mi si rimprovera, in sostanza (vuoi i nomi? eccoteli serviti: Salinari e Berlinguer!), un gusto morboso per l’abietto, lo scomposto, lo sporco, il torbido, e una conoscenza superficiale e deformata della realtà, un disprezzo e un disamore per gli uomini. Si accusa anche certa pubblicistica d’essere stata troppo tenera nel definire il libro «equivoco»; un equivoco linguistico collegato con un filo rosso a un equivoco del contenuto. Alberto Moravia sta conservando tutti gli articoli, tutti i ritagli di giornale: gli procura un enorme divertimento vedere quanto impegno ci mette certa critica a demolire il mio lavoro, anziché ammettere – così dice – di avere un problema con la propria morale piccoloborghese. E così facendo, ripete sempre quando pranziamo con Elsa, si perdono il privilegio dello scandalo per declamare la messa dell’offesa.

Partirò a breve per le maestose montagne asburgiche di Ortisei insieme a Bassani, per lavorare ancora una volta insieme alla sceneggiatura del Prigioniero della montagna di Trenker; ma tu scrivimi e mandami sempre le tue poesie, così quando sarò di ritorno avrò ad aspettarmi tra le cure di Susanna – ti saluta, ti bacia ogni volta, la sento che sferraglia in cucina con qualche tegame mentre ti scrivo – una tua letterina coi tuoi nuovi versi. Vedrai che prima o poi troverai un editore, e tra pochi anni diranno di me «ecco il cugino del poeta Naldini».

P.S. Non stare male per me, per quello che alcuni hanno scritto sui giornali in queste settimane riguardo al mio romanzo – alla mia persona, in definitiva. Io li osservo e tento di comprenderli, di comprenderne le ragioni e i fastidi che li portano ad attaccarmi a quel modo. Inizio a credere non abbia molto a che fare con la letteratura questo rancore. Tu sappi questo però: a me interessa, prima di morire, di «capire» il mondo in cui sono, non di goderlo attraverso un qualche possesso che non sia d’amore.

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Pier Paolo, luglio ’55

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Casa Editrice Carabba srl

Lanciano, 2025

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