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Giorgio Nisini anteprima. La ragazza che vedeva nel buio

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La ragazza che vedeva nel buio” di Giorgio Nisini (Oligo Editore, 2026 pp. 72 € 14.00) con le illustrazioni di Luca Ralli esce nelle librerie il 27 febbraio. Il libro condensa l’atmosfera cupa, riservata e misteriosa di una storia che avvolge la tensione oscura delle emozioni. Il protagonista Helmut Frida è un introverso scultore del legno, rintanato con la sua arte nell’affascinante e isolato borgo di Civita di Bagnoregio. Una sera si accorge di essere osservato da una ragazza sconosciuta. L’incomprensibile e indecifrabile episodio orienta l’enigmatica impronta descrittiva, dona al racconto una continua, imperscrutabile sensazione di ambiguità. Il protagonista avvolto dai confusi interrogativi in relazione all’identità della ragazza, destreggia una complicata e sconcertante resistenza, in bilico tra l’esitazione di intravedere un’apparizione, riflesso della sua fantasia, e la convinzione di una presenza viva, tangibile, ma sempre sfuggente e inafferrabile ai suoi occhi. Giorgio Nisini realizza un magistrale e imprevedibile intreccio narrativo in cui il confine impercettibile tra ciò che è un’esperienza umana e ciò che è proiettato nell’immaginazione si dissolve nell’arte della scrittura, arricchita da una struttura espressiva visionaria e perturbante. Il racconto segue la sfumatura nebulosa dell’inquietudine, non delimita mai con chiarezza il suo itinerario rivelativo, rivolge la sua magnetica attenzione verso prospettive intuitive di rivelazioni, muove le trame dell’inconscio, alimenta la suggestione dell’insinuazione. Giorgio Nisini indaga lo stridore del visibile e l’eterea e inavvicinabile eco dell’invisibile, rendendo i personaggi evanescenti, immersi in scenari notturni indistinti, appartati e tenebrosi, mossi da un incantesimo che esplora il timore e la solitudine e seduce il brivido sottile della previsione e dell’attesa.

Grazie alle illustrazioni di Luca Ralli, storico illustratore di Stefano Benni, il libro acquista anche dal punto di vista grafico un’ispirazione incisiva e incalzante, in cui la funzionalità stilistica e concettuale del disegno accompagna l’intelaiatura delle parole, illumina l’indelebile contrasto emotivo delle vite dei personaggi. Giorgio Nisini concentra il panorama della realtà verso qualcosa che disperde la capacità sensibile di vedere oltre, indica la superficie incerta e mutevole dell’esistenza per cogliere il terreno nascosto e inavvertibile delle reazioni umane. “La ragazza che vedeva nel buio” mostra in modo chiaro ed efficace, il rilievo penetrante e minuzioso della sfocatura, il profilo sinuoso, velato e annebbiato di una figura che si fa vaghezza dell’anima, ricalca la distanza di un desiderio rarefatto, la potenzialità poetica di una iconografica seducente che rafforza la trance letteraria. Amplifica e contrae i dettagli coinvolgenti della storia, l’ascendente evocativo della coscienza, per offrire al lettore l’impatto sensoriale e visivo di un richiamo incantatore e lasciare al silenzio il compito di mostrare e illustrare la percezione della vicenda. Giorgio Nisini attraversa lo scenario sospeso di Civita di Bagnoregio per ambientare la suspense, la perplessità, l’indugio, per rivelare e allontanare l’onirica instabilità di un fantasma, l’angoscia labirintica della memoria, il limite singolare e assurdo tra verità e invenzione. In un sortilegio effimero nel tempo l’orizzonte irreale trascende il passaggio sperduto e solitario del racconto, il destino impenetrabile e obliquo, interpreta la materia illusoria, sovverte l’immaginario, adagia la fragilità all’ombra del buio e della luce, insidia l’epifania di un sogno dalla soglia di una città che muore.

Rita Bompadre

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Rientrò a casa nel tardo pomeriggio. Il sole tagliava Civita illuminandola di una calda luce crepuscolare.

I mattoni tufacei degli edifici assorbivano quella luce fin quasi ad assumere una tonalità ambra: tutto appariva brillante e armonico, persino i fiori appassiti del suo balconcino a cui non aveva più dato acqua o il vecchio cancello di ferro battuto che serrava l’ingresso del giardino di fronte. Il senso di pace che attraversava l’ambiente era del tutto fuori linea con il suo stato d’animo: si sentiva come un’entità grigia in un quadro pieno di colori.

Prima di varcare la soglia si fermò nel centro della piazza per far decantare quel nodo contorto di sensazioni che ormai lo perseguitava da giorni. Anche la giovane ragazza si fermava sempre in quello stesso punto: era da lì che lo osservava non appena arrivava la notte, ed era sempre da lì che, di spalle, doveva averla vista l’anziana signora dalla finestra, anche se la finestra era sempre socchiusa e il palazzo sempre immobile su sé stesso.

Rimase in quella posizione per diversi minuti. Provò a osservare attentamente tutto quello che la ragazza poteva vedere da lì; fissò la facciata della sua casa alla ricerca di qualche segnale visivo a cui poteva non aver mai fatto caso – una scritta, un altorilievo, una targa in pietra – ma non trovò nulla di anomalo o interessante. Dalla finestra del soggiorno – studio s’intravedeva il ciocco di legno posizionato sul basso fratino di marmo in cui lavorava. Lo guardò con attenzione, nonostante il riflesso del vetro e le luci interne spente, come se anche lui, con la stessa incomprensibile capacità di quella ragazza, riuscisse adesso a vedere nel buio. In realtà si trattava solo di avere una buona vista e una buona immaginazione: a forza di concentrarsi riuscì infatti a notare molti particolari che a una prima occhiata gli erano sfuggiti, non solo altri dettagli reali, oggettivamente presenti e immobili nella staticità di una stanza protetta da quattro mura – la libreria sullo sfondo, una riproduzione di Gaberndorf II di Lyonel Feininger, una tazza verde di alluminio lasciata sul tavolo dalla sera prima – ma anche qualcosa che andava oltre quella staticità e quell’istante.

L’immagine di sé stesso che forgiava il ciocco di legno e gli dava una forma che mai come in quell’attimo gli parve la più necessaria da realizzare – una forma nitida, che stava da tempo trattenuta nelle sue mani e nella sua testa – lo rassicurò su ciò che era più giusto fare.  Helmut sospirò avvicinandosi alla soglia di casa. Con un piede allontanò i due soliti gatti che stavano acciambellati sotto il portone; varcò l’ingresso e sospirò di nuovo. Il nodo contorto di emozioni non si era ancora sciolto, si era però condensato in quella zona del petto dove il respiro si fermava a metà, come un buco nero che aveva acquistato talmente tanta forza gravitazionale da implodere in sé stesso.

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