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Giovanni Luca Valea. Pablito o della pioggia che si aspetta

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In un paese abbandonato dalla pioggia e popolato solo da superstiti e ostinati, arriva un uomo. Si chiama Pablito, e nessuno sa da dove venga, né se sia innocente o colpevole. Eppure tutti, quasi d’istinto, comprendono che va salvato. A ogni costo.

Il racconto si sviluppa come una parabola moderna, in cui la narrazione si fa essenziale e simbolica. Dopo la morte improvvisa di Angel, figura giusta e generosa, il paese sembra toccare il fondo della desolazione. Ma è proprio da questo abisso che sorge una forma nuova di speranza. Gli abitanti decidono di non abbandonare Pablito. Nessuno sa davvero da cosa vada salvato, ma questo non importa: il bene qui non ha bisogno di giustificazioni. È il suo stesso esserci, fragile e disarmato, a generare senso.

Nel cuore di questa narrazione si trova un conflitto mai dichiarato ma percepibile: il male che consuma il paese non ha un volto preciso. È nella siccità, nella paura, nella fuga dei vecchi e nella fatica dei corpi. Eppure, attraverso una misteriosa adesione collettiva, il racconto porta il lettore a comprendere che l’amore gratuito – offerto senza condizioni – può avere conseguenze reali.

Il linguaggio è sobrio e poetico, attraversato da risonanze bibliche e teatrali, senza mai diventare enfatico. I dialoghi brevi, quasi rituali, conferiscono al testo un tono sacrale, ma profondamente umano. I personaggi – l’oste, José, i saggi – sono più figure simboliche che individui psicologicamente scolpiti, e questo non è un difetto: è una scelta coerente con la forma di allegoria morale che il racconto abbraccia.

La struttura è ciclica e corale. L’inizio e la fine sono speculari: un paese che soffre e un evento atmosferico che segna un possibile ritorno alla vita. È la pioggia, attesa da tempo e finalmente caduta subito dopo l’ingiusta morte di Pablito, a indicare un miracolo: non quello sovrannaturale, ma quello morale. La pioggia arriva quando si compie il bene, anche se a caro prezzo.

Il racconto non pretende di spiegare il senso del dolore, ma suggerisce che solo una comunità unita, che sceglie di proteggere l’innocente, può attraversarlo e uscirne trasformata. La morte di Pablito non è inutile: coincide con il ritorno dell’acqua e forse con la purificazione del paese stesso. È il sacrificio dell’innocenza che smuove l’ordine del mondo.

Pablito è un Cristo laico, silenzioso, mite. Il suo assassino, José, è un ragazzo confuso, forse spinto da paura o da ignoranza. Ma anche questo gesto assurdo trova un senso nel racconto: la grazia non è impedita dall’errore umano, anzi, sembra passare proprio attraverso di esso.

Il lettore attento troverà numerosi echi letterari: da Camus a Saramago, dalla Bibbia al teatro greco. Tuttavia, l’autore riesce a evitare l’imitazione o la dipendenza da modelli, e costruisce un proprio stile riconoscibile: controllato, lirico, limpido. Il ritmo lento è parte integrante della narrazione: si legge non per correre, ma per ascoltare.

Perché leggere questo racconto? Perché offre un’esperienza letteraria ed etica insieme. In un tempo dominato dalla frenesia, dalla semplificazione e dal disincanto, qui troviamo una storia che ci chiede di fermarci, riflettere e soprattutto sentire. Leggerlo è come assistere a una liturgia civile: ci ricorda che il bene, sebbene fragile, può ancora cambiare le cose. Non si tratta di un racconto facile o consolatorio. È un testo che fa male, ma lo fa con dignità e necessità. Come la pioggia, arriva quando tutto sembra perduto.

Voto finale: 8/10.

Un racconto profondo, simbolico e commovente, scritto con finezza e consapevolezza. Leggermente rallentato da una costruzione simbolica talvolta troppo compatta, ma di grande forza morale e letteraria. Un piccolo gioiello contemporaneo.

Francesca Mezzadri 

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Pablito o della pioggia che si aspetta, Giovanni Luca Valea, Robin Edizioni, 2025, 96 pp.

Link per l’acquisto https://www.robinedizioni.it/nuovo/pablito-o-della-pioggia-che-si-aspetta/

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