Giulia Contini inedita. Ve l’avevo detto

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Un sorriso può disinnescare qualunque ordigno esistenziale.

Questo, forse, l’insegnamento che è possibile trarre da Ve l’avevo detto, un curioso racconto inedito carico di ironia che Giulia Contini, autrice del romanzo di recente pubblicazione per Bompiani intitolato La stanza dei canarini,  regala a Satisfiction, anticipando – di poco – il Natale.

Quante volte, nella vita, abbiamo pensato di essere migliori degli altri, di avere tutto sotto controllo, di saper organizzare vacanze e feste meglio di Clarissa Dalloway. E quante altre volte, invece, ci siamo sforzati, ci siamo messi da parte per quieto vivere e li abbiamo lasciati fare, rimasti in disparte a guardarli fallire.Abbiamo sfoderato sguardi eloquenti, sadici come pargoletti, dicendo tutto nella maniera più fastidiosa: con gli occhi. Ma alla fine saperci ridere sopra rimane l’antidoto più efficace, il che vale anche per Superman.

Pierangelo Consoli

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Ve l’avevo detto

Se ci fossi io andrebbe meglio.
Lo penso spesso.
Se ci fossi io, mia madre sarebbe più felice.
Se ci fossi io, mio padre lavorerebbe meno.
Se ci fossi io, mia nonna non starebbe tutto il giorno davanti alla televisione.
Se ci fossi io, avremmo già affittato i negozi, che invece sono vuoti da due anni e ci paghiamo pure le tasse sopra.

Si chiama la malinconia di Superman.

È quella sensazione di superomismo e impotenza che intorbidisce l’esistenza e non ti fa girare le giornate come dovrebbero.
È un leggero malessere.
Il fischio dell’acufene fisso nella testa.

Le contratture sulla parte alta della schiena.
Un volantino impigliato nei tergicristalli che sbatte di continuo sul vetro della macchina.

Ti vergogni a pensarlo, di essere migliore degli altri, che a te verrebbe meglio se solo ti lasciassero fare, se ascoltassero i tuoi consigli, invece di fare sempre di testa propria e poi dire: “avevi ragione”.

Lo so. Grazie. Ho ragione nove volte su dieci!
Ma non lo puoi dire.Se vuoi avere una ragazza, degli amici, una vita sociale, quello che pensi veramente te lo devi ingoiare. 

Ad esempio, ogni anno i miei amici intorno dalla metà di novembre iniziano ad andare in fregole per il capodanno.
“Dove andiamo a capodanno?”
“Cosa facciamo a capodanno?”

“Non staremo mica a casa a capodanno?” Un classico.

Chiunque sano di mente sa che capodanno è proprio l’unica sera in cui non si dovrebbe strafare, perché tanto sono alte le aspettative, tanto è forte il botto che si fa quando si infrangono, lasciandoti come uno scemo a mezzanotte e uno, con una stella filante in mano a dire: “ma chi me l’ha fatto fare?”
Allora pensi: dai, ce l’hanno fatta, stavolta ci sono arrivati, l’avranno capito persino loro che non è stata una buona idea imbarcarci in un veglione con ottomila sconosciuti a mangiare lenticchie flaccide e cotechino secco per 200 euro a persona.

E invece niente, loro resettano tutto, come le donne dopo il trauma del parto che l’anno successivo sono pronte a rifare tutto da capo.
Una volta gli era presa che per capodanno dovevamo andare fuori, in una bella città d’arte dove mangiare, passeggiare, fare shopping e visitare qualche museo. Praticamente Emily in Paris versione natalizia. Peccato che siamo finiti a Bologna che, con tutto il rispetto, si gira in 3 ore, era tutto chiuso e faceva un freddo che nemmeno a Praga. La sera del 31 dicembre alle 22 ci hanno cacciato dal ristorante, abbiamo aspettato la mezzanotte in piazza circondati da individui avvinazzati alquanto molesti che spaccavano bottiglie di birra esplodendo rudimentali fuochi d’artificio. Ci siamo spaventati e siamo scappati. I locali erano tutti affollati, siamo finiti a bere tisane allo zenzero sotto un fungo di calore battendo i denti, aspettando almeno l’una per tornare in albergo.

Ok, è stato un incubo, ma stavolta avranno capito. Non proprio.

L’anno dopo: siamo troppo vecchi per il capodanno in piazza, stavolta vogliamo fare i signori, ce ne andiamo in un bell’agriturismo in Umbria, affittiamo le macchine e brinderemo al nuovo anno sorseggiando spumante affianco al camino. Praticamente la famiglia Forrester nello chalet di Big Bear.
Peccato che l’agriturismo scelto era piuttosto una casa di pastori restaurata. Al cenone, adibito in una sorta di veranda addobbata, c’eravamo noi e una cinquantina di settantenni arzilli vestiti di pizzo e di paillettes che ballavano al ritmo di “mueve la colita, colita, colita. Mueve la colita!”.
Se ripenso all’opera di vestizione, trucco e parrucco delle mie amiche in vista del cenone mi rendo conto che forse in quella scena c’era già scritto tutto il senso profondo di questo 2020.

In tutto ciò ci sono io, che vorrei solo avere un gatto bianco da accarezzare mentre osservo la scena da una poltrona girevole, senza dire una parola, ma con un eloquente: VE L’AVEVO DETTO stampato in faccia.

“It’s not easy to be me”, dice la canzone “Superman” dei Five for Fighting.

Non è facile essere Superman, vedere, sentire, prevedere tutto e poi scegliere di non fare niente. Decidiamo di essere Clark Kent per permettere agli altri di amarci, per lasciare che ognuno si salvi da solo, perché è felice quella società che non ha bisogno di eroi.

Ma quanto cavolo è difficile scegliere di restare in silenzio quando, anche nel mezzo di una pandemia, allo scadere del 15 di novembre scatta la domanda:

“Allora, che facciamo a capodanno?” Così maledettamente difficile. 

Giulia Contini