GLI ANNI DUEMILA – PRIMA PARTE

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Davide Steccanella

La prima volta che sono andato al cinema fu a Padova, era il 1965.

Avevo poco più di tre anni e mamma e papà mi portarono a vedere Mary Poppins di Walt Disney.

Da allora ci sarei tornato molte volte.

Penso che non mi stancherò mai di andare al cinema.

Dicono che il primo lungometraggio sia stato Nascita di una Nazione dell’americano David Griffith, uscito l’8 febbraio del 1915.

Sono passati più di cent’anni, sono usciti migliaia di film e si continua ad andare al cinema.

Ho voluto ricordare 260 titoli italiani e stranieri in ordine cronologico dedicando, al termine di ogni decade, un approfondimento a registi, attori o a particolari “filoni”.

Ovviamente sono scelte soggettive che non metteranno d’accordo tutti, ma l’importante è continuare ad andare al cinema.

Perché nessuno schermo televisivo saprà mai restituire la magia di un grande schermo che si illumina nel buio di una sala gremita di spettatori vocianti che improvvisamente si zittiscono, come davanti a un’apparizione divina.

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Il cinema del terzo millennio si apre con il Gladiatore e prosegue con le grandi produzioni di fantasy come Il Signore degli anelli e Harry Potter.

Il Gladiatore di Ridley Scott (2000)

Grandiosa epopea in costume superbamente realizzata da un maestro del cinema con le più belle scene di battaglia mai viste sul grande schermo e che ha esaltato la guerriera bravura di Russell Crowne, l’unico vero erede dei vari John Wayne, Clint Eastwood e Charles Bronson, e l’allora ancora poco conosciuto Joaquin Phoenix, indimenticabile Commodo. Tutti i successivi tentativi di cavalcare l’onda del neo-kolossal sono miseramente falliti, da Troy ad Alexander, perchè qui il regista era il grande (quando vuole) Scott. A riprova, il regista britannico entra in tre decadi con tre film che più diversi tra loro non potrebbero essere, come Blade Runner, Thelma & Louise e appunto, Il Gladiatore.

Billy Elliot di Stephen Daldry (2000)

Il primo film importante del regista inglese di futuri capolavori come The Hours e The Reader. Durante il periodo peggiore del regime di quella gran stronza della Thatcher, e che coincide con il drammatico sciopero dei minatori britannici, un giovane proletario di Durham corona con il lieto fine la sua passione per la danza, grazie ad una straordinaria insegnante e ad un padre vedovo che commuove anche i sassi. La scena in cui Billy, prima di andare alla prestigiosa Royal Ballet, saluta il fratello risotterrato all’inferno con gli altri minatori, è uno dei più grandi pugni nello stomaco del cinema a sfondo sociale. Strepitosi il protagonista Jamie Bell, Julie Walters e Gary Lewis, ma anche l’acerbo amichetto gay Stuart Wells, rovinato da quel finale osceno del suo subentrante e macchiettistico adulto.

Magnolia di Paul Thomas Anderson (2000)

Il giovanissimo Anderson, che aveva semi-debuttato con il per mio conto bellissimo Boogie Nights, costruisce un fantastico capolavoro corale di straordinaria maturità espressiva dallo stile narrativo vagamente Altmaniano, dove in sottofondo di una musica ossessivamente costante e senza soluzione di continuità, si intrecciano varie microstorie ambientate nel quartiere di L.A che dà il nome al film, e destinate alla finale e comune catarsi con la nota e controversa pioggia di gigantesche rane. Straordinarie prove recitative non solo dei “mostri sacri” Julian Moore, William Macy e Philip Hoffman, attori cult del regista californiano, ma anche del generalmente più commerciale Tom Cruise, che nella parte del Guru del sesso Frank T.J. Mackey represso da un irrisolto problema con il padre, ottenne una strameritata nomination all’Oscar, frustrata come quella come del suo predecessore Burt Reynolds per il citato Boogie Nights.

Wonder Boys di Curtis Hansen (2000)

Grande interpretazione di Michael Douglas che qui fa un tormentato professore in cerca di ispirazione per un secondo libro che non riesce a finire e che, mollato dall’ennesima moglie giovane e bella mentre ama e mette incinta la bruttina preside (Frances Mc Dormand), incontra sulla sua strada uno studente geniale (Tobey Maguire) che gli cambierà la vita. Colonna sonora da brivido con tanto di inedito di Dylan, Things Have Changed, che vincerà l’Oscar, una sceneggiatura perfetta e un cast irripetibile, visto che oltre ai citati, c’è il solito strepitoso Robert Downey Jr. e persino una giovane Katie Holmes non ancora signora Cruise. Film splendido e sottovalutato, assolutamente da rivedere e subito.

I Cento passi di Marco Tullio Giordana (2000)

La scena finale in cui la madre si affaccia al balcone richiamata dall’imprevisto corteo e decide di sfilare, fiera e compresa, a fianco del figlio minore che alza il pugno chiuso per i funerali di Peppino, tra slogan, bandiere rosse e le note di “White Shade Of Pale” dei Procol Harum fa piangere chiunque la vede. Il debuttante Luigi Lo Cascio non è più stato così bravo, ma neppure Giordana, Meglio gioventù inclusa.

Il Signore degli Anelli di Peter Jackson (2001, 2002 e 2003)

Tre episodi per la sontuosa, ricca ed iperbolicamente accurata saga fantastica di John Ronald Tolkien più adatta ad i grandi che ai piccini. Le avventure di Frodo e dei suoi amici, alla ricerca del luogo ove fare scomparire il fatale anello, impegneranno tutta la prima parte della decade garantendo un posto di preminenza all’indimenticabile cast tra cui brillarono le stelle di Elijah Jordan Wood, Ian McKellen, Orlando Bloom e dell’attore di origini danesi Viggo Mortensen, in seguito impegnato su ben altri fronti.

Harry Potter di Chris Columbus (2001) e in seguito altri

L’altra grande saga dei primi anni del terzo millennio è stata invece quella che ha fato la fortuna di Joanne Rowling e del suo inconsapevole maghetto, Daniel Radcliffe, alla scuola diretta dalla straordinaria Maggie Smith, e dei suoi due inseparabili amici e che ha convogliato al cinema non solo i lettori già fanatici dei libri della scrittrice inglese. Il primo rimane il meglio riuscito ma le saghe impongono anche i sequel e così fu, e quindi si premi nel complesso l’intera sequenza giunta a quota sette, non mancando di ricordare che il primo match del primo episodio rimane una delle più elettrizzanti sequenze di cinema Fantasy da fare invidia al Disney dei tempi d’oro.

Moulin Rouge ! di Baz Luhrmann (2001)

Geniale e originalissimo musical che per mio conto supera per importanza nonché per valenza il pur bellissimo Romeo+Giulietta del bel Di Caprio. La straordinaria coppia formata da Nicole Kidman e Ewan McGregor evoca talvolta quella indimenticabile di Mary Poppins, e la meravigliosa colonna sonora ha riempito gli scafali di molti di noi, prima dell’avvento del meno ingombrante ipod.

Traffic di Soderbergh (2001)

Magnifico psico-thriller sul traffico di droga messicano in tinta seppia e montaggio rallentato con un Benicio del Toro strepitoso, una Caterina Zeta-Jones per una volta quasi espressiva e che soprattutto non aveva inebetito un ancora bravo Michael Douglas nel ruolo del padre integerrimo di figlia tossica, e con tanto di splendido cameo del grande Tomas Milian.

Minority Report di Spielberg (2002)

Fantascienza si, ma ad altissima densità narrativa e girata con rara maestra dalla prima all’ultima inquadratura. Eccezionale Tom Cruise checché ne dicano i soliti soloni che non gli hanno mai perdonato quella incolpevole figaggine troppo yankee e poco “dannata”, e indimenticabile il personaggio di Samantha Norton. Fu il film che rivelò il talento dell’ancora poco noto Colin Farrell.

Il Pianista di Roman Polanski (2002)

Oscar a regia, sceneggiatura e protagonista per questo superbo film del reietto regista polacco naturalizzato francese che racconta l’odissea di sopravvivenza del pianista ebreo Władysław Szpilman dal momento dell’invasione nazista della Polonia nel settembre del 1939 fino alla fine della Seconda Guerra mondiale. Consacrazione per Adrien Brody e menzione speciale per Thomas Kretschmann, l’ufficiale tedesco Wilm Hosenfeld che gli salva la vita.

Unfaithful – L’amore infedele di Adrian Lyne (2002)

Angosciante apologo su quanto possa trasformarsi in tragedia un “cornino” coniugale, ma quello che rende oltremodo originale questa pellicola di Lyne è il fatto che a subirlo sia quel rinomato figo di Richard Gere e neppure per colpa di un “sofferto” intellettuale ma per un aitante giovanotto che ha le sembianze di Olivier Martinez. Riesce sempre bene a Diane Lane la parte della moglie innamorata del marito eppure incapace di trattener gli ormoni di fronte alla bonaggine ostentata (vedasi il venditore di camicette Viggo Mortensen in Complice la luna di Tony Goldwyn), sorprendente la recitazione di Gere che raggiunge l’apice nell’espressione che fa alla moglie che si accorge della scritta amorevole da lui lasciata sul perfido oggetto che sarà quello che…e qui mi taccio per non svelare il finale tutt’altro che politically correct. Bello e molto, fidatevi.

Lontano dal paradiso di Todd Haynes (2002)

Perfetta ricostruzione di un melò anni ‘50 di bassezze e pregiudizi della provincia americana con una ancor più del solito esemplare Julianne Moore e un Dennis Quaid che qui riesce a fare del suo sopravvenuto imbolsimento una virtù. Un film stupendo.

Respiro di Emanuele Crialese (2002)

Girato a Lampedusa, protagonista una bravissima Valeria Golino nel ruolo di una moglie e madre affetta da disturbi depressivi con un finale a sorpresa collegato alla locale festa di San Bartolomeo, fu il film che rivelò il talento del regista romano premiato al Festival di Cannes. In seguito, e nonostante produzioni ben più ricche, Crialese non si sarebbe più ripetuto a questi livelli, ma il film del suo sostanziale debutto, cinque anni prima aveva fatto Once We Were Strangers che avevano visto in pochi, è semplicemente perfetto.

La 25° ora di Spike Lee (2002)

Basterebbe la sequenza in cui il protagonista, un superbo Edward Norton destinato ormai all’inevitabile carcerazione, vede scorrere velocemente davanti allo specchio tutte le immagini della città di New York, per fare di questo Spike Lee d’annata un capolavoro. In realtà è proprio la capacità di trasmettere l’ansia della implacabile attesa la migliore qualità di questa angosciosissima pellicola girata con assoluta maestria ad un ritmo incalzante come poche altre. Anche se gran parte del merito, và detto, è appunto della memorabile recitazione di Edward Norton che qui supera, se possibile, persino il fratello nazi redento del precedente American History X.

The Hours di Stephen Daldry (2002)

Non era facile trarre un grande film da un grande, anzi che dico, grandissimo libro, quale certamente era lo scritto di Michael Cunningham. Merito immenso dunque al regista Daldry, non foss’altro che per avere saputo radunare il migliore dei terzetti femminili possibili. E se poteva anche prevedersi una perfetta immedesimazione nei rispettivi ruoli di Julianne Moore e Meryl Streep, nessuno, credo, avrebbe mai potuto neppure lontanamente immaginare che quel bel viso da porcellana australiana di Nicole Kidman, ex signora Cruise, riuscisse a creare quell’assoluto capolavoro di Virginia Woolf finendo con l’apparire intellettualmente affascinante, grazie ad uno straordinario trucco che la rese irriconoscibile per l’intera proiezione, al punto che ricordo che qualcuno in sala alla fine disse: “ma la Kidman non c’è però”.

Mulholland Drive di David Lynch (2002)

Meritato premio Cannes alla regia per questo intrigante e un pò perverso continuo sdoppiamento tra due giovani donne in cerca di fortuna sulle colline di Hollywood. Non tutto si capisce subito della complicata sceneggiatura ma non importa, visto che si apprezza la maestria di una tecnica di girato stupefacente. Trampolino di lancio per Naomi Watts, che in breve sarebbe diventata una delle migliori attrici in circolazione, e sensazionali le ambientazioni sia interne che esterne. E’ il Viale del tramonto del nuovo millennio.

Davide Steccanella