Gli anni duemila – seconda parte

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Davide Steccanella

La prima volta che sono andato al cinema fu a Padova, era il 1965.

Avevo poco più di tre anni e mamma e papà mi portarono a vedere Mary Poppins di Walt Disney.

Da allora ci sarei tornato molte volte.

Penso che non mi stancherò mai di andare al cinema.

Dicono che il primo lungometraggio sia stato Nascita di una Nazione dell’americano David Griffith, uscito l’8 febbraio del 1915.

Sono passati più di cent’anni, sono usciti migliaia di film e si continua ad andare al cinema.

Ho voluto ricordare 260 titoli italiani e stranieri in ordine cronologico dedicando, al termine di ogni decade, un approfondimento a registi, attori o a particolari “filoni”.

Ovviamente sono scelte soggettive che non metteranno d’accordo tutti, ma l’importante è continuare ad andare al cinema.

Perché nessuno schermo televisivo saprà mai restituire la magia di un grande schermo che si illumina nel buio di una sala gremita di spettatori vocianti che improvvisamente si zittiscono, come davanti a un’apparizione divina.

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Il cinema del terzo millennio si apre con il Gladiatore e prosegue con le grandi produzioni di fantasy come Il Signore degli anelli e Harry Potter.

Thirteen di Catherine Hardwicke (2003)

Impressionante ritratto dell’abisso adolescenziale in cui può precipitare in una città come Los Angeles una ragazzina bella e talentuosa senza che un genitore amorevole e motivato possa fare nulla per evitarlo. Intenso sia il rapporto madre-figlia che quello tra le due amiche, i maschietti in questo film recitano il ruolo degli inutili sfigati. Film bellissimo e se Holly Hunter si conferma una delle migliori attrici americane di sempre nonostante debba la celebrità a quella palla micidiale e sopravvalutata di Lezioni di piano (meno male che ho visto gli altri), la tredicenne Evan Rachel Wood è semplicemente FENOMENALE, al punto da sembrare impossibile che stia “solo” recitando. Chi se lo è perso lo recuperi con urgenza.

Fame chimica di Antonio Bocola e Paolo Vari (2003)

La fame chimica è quella che si sperimenta dopo aver fumato la cannabis e che parrebbe dovuta alla stimolazione di un recettore presente nel bulbo olfattivo, che amplifica la sensibilità agli odori e l’appetito. Girato quasi fosse un documentario, il film è un ritratto amaro delle realtà periferiche della città “da bere”, nel caso in questione i quartieri Baroni e Quarto Oggiaro. Candidato al David di Donatello, molto bravi i protagonisti Andrea Kenni e Marco Foschi.

Mystic River di Clint Eastwood (2003)

Ero incerto se scegliere questo movie da strada, a metà tra la prima parte di C’era una volta in America e The Sleepers oppure il pluripremiato Million Dollar Baby per la doverosa scelta del Clint della prima decade, entrambi essendo due assoluti capolavori. Alla fine, ho optato per il film tratto dal romanzo La morte non dimentica di Dennis Lehane, forse perché influenzato dalla più straordinaria recitazione cinematografica maschile degli ultimi anni. Sto parlando di quel fenomenale Sean Penn, il cui urlo zittito al momento in cui scopre che la bimba trovata uccisa nei boschi è sua figlia, può star di paro all’urlo invece più che sonoro della Magnani in Roma città aperta. Grandissimi anche Tim Robbins e Kevin Bacon, questa volta arruolato dalla parte buona dei tutori dei violentati, anziché, come capitato in The Sleeper, dall’altra. “Penso che quel giorno siamo saliti tutti e tre su quella macchina” è la frase centrale del film, ma il saluto del poliziotto Bacon all’assassino Penn “adesso manderai i soldi tutti i mesi anche a lei?” chiude ogni cerchio, dove per una volta tanto il buono lascia impunito il cattivo di turno.

21 grammi di Alejandro González Iñárritu (2003)

Eccezionali Sean Penn, Naomi Watts e Benicio del Toro intrecciati in una unica e coinvolgente storia di morte e di colpa che il regista messicano, già autore tre anni prima del bellissimo Amores Perros, sposta continuamente da un piano all’altro grazie ad un ritmo di montaggio semplicemente perfetto.


Kill Bill di Quentin Tarantino (2003)

Nove anni dopo Pulp Fiction il geniale regista di Knoxville firma il suo secondo capolavoro che girato in unica soluzione avrà un seguito l’anno dopo con il volume 2. Risvegliatasi dal coma, un’assassina va alla ricerca del suo ex capo e della gang responsabile dell’agguato in cui è caduta quattro anni prima. L’immagine della stupefacente Uma Thurman, nel film “la sposa”, armata di scimitarra, è diventata l’icona del cinema dei primi anni Duemila, Tarantino volle girarlo come regalo di compleanno per i 30 anni di Uma che nel frattempo era rimasta incinta ed è un vero peccato che il loro straordinario connubio si sia concluso qui.

Mysterious Skin di Gegg Araki (2004)

Torbida e coinvolgente storia di adolescenze vulnerate nel Kansas sottoproletario che ai tempi rivelò il talento acerbo e poi non troppo mantenuto di Joeph Gordon Levitt e dell’irriverente regista Araki. Bravissima Elisabeth Sue nel ruolo della madre resa inadeguata dalla vita e struggente la giovanissima vittima occhialuta di Brady Corbet.

Closer di Mike Nichols (2004)

Che il regista de Il laureato sapesse fare quasi 40 anni dopo un film così sofisticato nei ritmi e nei toni dell’intreccio sia negli interni che negli esterni fu una grande sorpresa anche se la musica per quanto azzeccata non vale Simon & Garfunkel. Perfetto anche l’assortimento del quartetto degli attori, con lieve preferenza al duo femminile Roberts/Portman perché il poco espressivo Owen esce un pò con le ossa rotte dal confronto con quell’irresistibile Jude Law, forse al suo top, anche estetico.

La mala educacion di Pedro Almodovar (2004)

So di essere contro tendenza ma per me è il più bel film del talentuoso regista spagnolo (meglio ancora di Tutto su mia madre) per lo straordinario ed avvincente intreccio che ruota intorno al protagonista nel doppio ruolo del fratello di Ignacio che interpreta Ignacio. La storia, amara anche nel finale che non svelo, muove da un abuso in collegio di un prete pedofilo che ne pagherà il fio tanto quanto l’abusato, tra amicizie di infanzia, delusioni, assenze di scrupoli e varie bassezze umane. Non manca come sempre anche il dolce in tanto agro, ma meno del solito, in un film, altra rarità per Almodovar, recitato da soli uomini. Gael Garcia Bernal raggiunge il suo vertice assoluto ma una menzione speciale la meritano anche i bravissimi Fele Martinez, Liuis Homar, Daniel Gimenz Cacho e Gavier Camara.

I Diari della motocicletta di Walter Salles (2004)

La storia del mitico viaggio del Che prima che diventasse il Che, ma tratto dai diari del Che. L’appena laureato Ernesto visita con l’amico Granado a bordo della “poderosa” il Sudamerica diverso dalla sua Argentina e ne vedrà talmente di ogni da diventare in seguito il Che. Road movie ben fatto, musica eccellente, immagini che rendono e molto bravi i due attori protagonisti Gael Garcia Bernal e Rodrigo De la Serna. Un pò donne orpello le femmine del film ma forse allora in quel contesto erano davvero donne orpello, i tempi di Tamara Bunke Bider erano lontani da venire, come peraltro quelli di Castro e Cienfuegos per il giovane protagonista.

Che sarà di noi di Giovanni Veronesi (2004)

Tra le tante pellicole del filone liceale Notte prima degli esami, questa è quella che si fa preferire. Ambientato a Santorini, il film racconta una vacanza estiva di tre amici che cambierà per sempre le loro vite. Bravissimo Silvio Muccino con la sua solita “lisca”, fascinosa Violante Placido e già emergente in nuce il talento di un poco riconoscibile Elio Germano.

Transamerica di Duncan Tucker (2005)

A me questo road movie americano che dilania tutto l’arcobaleno dei sentimenti che passano tra una madre ed un figlio ritrovato, tra un figlio ed un padre mai incontrato, e anche tra un padre che diventa in corso di conoscenza madre, alternando momenti quasi comici a momenti di incredibile commozione, ha esaltato come pochi altri film di questa decade. La recitazione di Felicity Huffman, futura casalinga disperata, che nasconde il suo essere donna per mostrare il disperato anelito al diventarlo, è a dir poco pazzesca! E la scena a casa dei nonni, allorché il figlio, il carismatico Kevin Zegers, ancora inconsapevole dice all’avvilita protagonista che “la vede”, vale da sola l’intera pellicola. Chi non l’ha visto rimedi al più presto.

I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee (2005)

Non fosse per quel titolo che parrebbe tradursi nella “montagna dei rotti in cu…” questo film sull’amore disperato di due cowboy tra i pascoli montani del Wyoming si rivela ancora, a distanza di anni, persino più bello di quando uscì. A dir poco strepitosi Heath Ledger e Jake Gyllenhaal, e soprattutto il primo, nel trasmettere l’angoscia di un sentimento impedito e l’infelicità di una vita obbligata. Impossibile anche per i più “duri” trattenere la commozione quando la mamma di Jack sorride amorevolmente a Ennis vedendo che si sta portando via quella vecchia camicia macchiata che il figlio indossava 20 anni prima, quando aveva incontrato per la prima volta Ennis.

A History of Violence di David Cronenberg (2005)

Uno straordinario Viggo Mortensen nella parte dell’ex criminale omicida trasformatosi in un placido barista della sonnacchiante provincia americana con tanto di ignara famiglia mulino bianco. Di improvviso tutto salta e scoppia la tragedia. Bravi lo sfregiato Ed Harris ed il redivivo William Hurt e memorabile la scena di sesso selvaggio sulle scale quando la mogliettina Maria Bello scopre nell’imborghesito maritino Tom le rimosse virtù amatorie dell’ex malandrino Joey.

Vai e vivrai di Radu Mihăileanu (2005)

Tratto dal bellissimo romanzo scritto dallo stesso regista, già autore del bel Train de vie, è la commovente storia dell’etiope cristiano Shlomo sottratto alla carestia grazie ad un artificio della madre durante l’operazione Mosè e allevato e cresciuto in Israele da una famiglia politically correct che lo fa studiare e diventare medico fino al rincontro in Sudan con la madre in un finale davvero emozionante. Cast giusto e premio Cesar per la miglior sceneggiatura originale, riesce nella non facile impresa, visto il tema, di sottrarsi a qualsiasi polemica per quella atavica “situazione” di quella zona destinata evidentemente a rimanere l’unica a non volere essere risolta.

Match Point di Woody Allen (2005)

Da oltre 30 anni Allen sforna un film all’anno per cui, pur trattandosi di un genio, generalmente tutti i suoi lavori non vanno da tempo al di là della soglia del confezionato benissimo ma non memorabile. Tra questi tuttavia fa eccezione questo cinico apologo di ambizione e impunità che il regista americano ha costruito in maniera così perfetta da costituire tutt’oggi una sorta di archetipo mai più ripetuto. E’ il film che ha rivelato l’immenso talento di Scarlett Johansson che vicino ad un inespressivo Jonatahn Rhys-Meyers sembra rinverdire, con finale ben diverso, le gesta di Liz Taylor con Montgomery Clift in Un posto al sole. La sequenza finale abbinata alla pallina da tennis è indimenticabile. Meritato Oscar alla sceneggiatura originale.

Il diavolo veste Prada di David Frankel (2006)

Una strepitosa Meryl Streep nel ruolo della perfida Miranda direttrice del più famoso settimanale di moda USA, che farà capire alla giovane Anne Hathaway che è meglio lavorare in un giornale intelligente e restare con il fidanzato carino e squattrinato che diventare scemi tra tutte quelle inutili lustrini e pailettes. Tra le tante frasi memorabili di Amanda lo sprezzante “Primavera? Fiori? Avanguardia pura” alla riunione dei creativi della rivista e lo spettacolare monologo sulla storia di una cintura. Da ridere e da piangere al tempo stesso, perfetto quadretto di un’epoca tanto vacua quanto ambita.

Diario di uno scandalo di Richard Eyre (2006)

In una scuola turbolenta di una Londra defilata si consuma l’incontro esplosivo tra le ossessioni di due insegnanti, quello della giovane avvenente e insicura per l’allievo minorenne e quello della azzimata ed inzittellita bruttina per la bella collega. Alla fine ci rimetteranno tutti, compresi gli incolpevoli figli della bella famigliola politically correct della prima. Semplicemente strepitose Cate Blanchett e Jude Dench.

Guida per riconoscere i tuoi Santi di Dito Montiel (2006)

Un capolavoro! Tratto dalla biografia del regista, scrittore di successo in California, che torna dopo 20 anni nel distretto Astoria di New York da cui è scappato per sfuggire ad una adolescenza intrisa di violenze, amori, drammi e amicizie indissolubili. Uno dei migliori ritratti del proletariato urbano dell’est USA di fine Novecento, con una sceneggiatura e una colonna sonora da Oscar. Strepitoso Robert Downey Jr nel ruolo del protagonista e Chazz Palmintieri e Dianne West in quello dei genitori, straordinario Channing Tatum e bellissima Rosario Dawson. Peccato che in pochi lo abbiano visto, forse a causa del titolo che è poi quello del libro pubblicato tre anni prima. Se potete recuperatelo SUBITO!

Truman Capote di Bennet Miller (2006)

Meritato Oscar allo straordinario Philip Seymour Hoffman per questa pellicola che racconta la lunga gestazione di A sangue freddo, l’ultimo libro dell’eccentrico scrittore americano amico dei Divi ma pronto ad innamorarsi del proletario che una sera fece fuori nel Kansas un’intera famiglia per pochi denari. Molto brava anche Catherine Keener e strepitoso Clifton Collins. Da vedere (o rivedere) subito.

Salvador – 26 anni contro di Manuel Huerga (2006)

Storia vera e orrenda, quella del giovane anarchico Salvador Puig Antich oscenamente garrotato a Barcellona da Franco il 2 marzo 1974 mentre in Italia ci occupavamo di divorzi e austerity e in Germania si preparavano ad allestire i Mondiali di calcio. Semplicemente strepitosa l’interpretazione del poliglotta Daniel Bruhl, eclettico tedesco nato in Spagna, che anni dopo ritroveremo in Bastardi senza gloria di Tarantino e come Niki Lauda in Rush. Molto bravo anche l’argentino Leonardo Sbaraglia nel ruolo del carceriere che si affeziona a quel detenuto così speciale. Premio Goya al miglior Film dell’anno, è una vicenda che fa venire i brividi e il finale “carogne” pronunciato dal giovane Salvador prima di infilare la testa nel ferro trasmette tutto l’orrore per un feroce dittatore fascista che si rifiuta persino di rispondere alla chiamata di un Papa pur di consumare la sua più bieca vendetta.

Bobby di Emilio Estevez (2006)

Le ultime ore di alcuni ospiti a diverso titolo dell’hotel di Los Angeles dove verrà assassinato Bob Kennedy dopo l’esito favorevole delle primarie in California. Filmati d’epoca alternati a micro vicende personali con ritmo giusto ed un cast ricchissimo di nomi di grido, dai giovani Linsday Lohan, Ashton Kutcher e Elijah Wood, al vecchio Antony Hopkins che se la racconta con Harry Belafonte. Superlativo il confronto dal parrucchiere tra le stagionate ma ancora avvenenti Demi Moore, diva alcolizzata, e Sharon Stone, parrucchiera dei vip. Il padre del regista Martin Sheen deve vedersela con la insopportabile Elen Hunt e William Macy con Christian Slater. Kennedy non era un santo ma per il regista si, da vedere.

Le vite degli altri di Florian Von Donnersmarck (2006)

E’ stato il “caso” cinematografico della stagione, premiato con l’Oscar come miglior film straniero ed esaltato per la maiuscola prova dell’attore protagonista Ulrich Mühe, scomparso poco dopo. Per mio conto la “storia” è superiore alla realizzazione, anche se il finale è davvero di modernissima commozione, ma la grande importanza di questa pellicola è stata quella di rivelare per la prima volta un dramma storico recente e su cui molto poco per varie ragioni era stato detto o scritto. Impossibile non uscire dalla sala con un inarrestabile senso di angoscia e di inquietudine, merito anche di un’ambientazione volutamente opprimente e claustrofobica anche nei colori del cielo.

Anche libero va bene di Kim Rossi Stuart (2006)

Sorprendente esordio alla regia dell’attore romano che interpreta una bellissima figura di ragazzo padre costretto ad occuparsi a tempo pieno dei due figli minori per l’assenza della madre, una bravissima Barbora Bobulova, che d’improvviso ritorna a casa. Commovente soprattutto lo speciale rapporto che Renato costruisce con il figlio Tommi e che sarà il destinatario della frase finale che da il titolo al film.

Davide Steccanella

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