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Groviglio

Henk Serfontein, opera in mostra, courtesy MAD art Gallery

Ho appena terminato il libro di Laura Sordi e lo ripongo in libreria, tra Patti Smith e John Steinbeck.
«Ti ha toccato un gran posto, Laura», penso.
Anche a me piacerebbe vedere un giorno i miei libri stretti tra due giganti simili.

Ho iniziato a leggerlo su un volo Ryanair diretto a Poznań, in Polonia.
Lo apro mentre il giallo acido e il blu urlato della compagnia mi stridono negli occhi, e una voce biascicata in inglese ordina di tenere le cinture allacciate finché la spia luminosa non si spegnerà.

La prima cosa che mi colpisce è l’identificazione dell’autrice con il protagonista: un uomo poco più giovane di me, diretto in un penitenziario per incontrare qualcuno. Mi piace che una donna scelga di immedesimarsi in un uomo, anche se mi chiedo se riuscirà ad essere credibile. Comprendere l’altro sesso è difficile: io non ho mai capito le donne e loro non hanno mai capito me. Forse è per questo che ci amiamo, per accettare quel che non possiamo comprendere.

Mi torna in mente uno dei libri che mi hanno cambiato la vita: Le confessioni di un’anima di Dostoevskij. Ne conservo una copia rubata da bambino dallo studio buio e polveroso di mio nonno. La tratto come una reliquia: un libro imbrunito dal passare del tempo e che va a pezzi… Quanto amo quei pezzi!
Ricordo l’incipit — è impossibile dimenticarlo: «Non ricordo mio padre. Morì quando avevo appena due anni…».
Dostoevskij scrive come fosse una ragazzina, Laura Sordi come fosse un uomo.

Non riesco a finire il primo capitolo che una hostess dal fondoschiena generoso si ferma nel corridoio e, senza volerlo, mostra la sottile cintura gialla che taglia la gonna sintetica blu. Tutto mi distrae, tutto sembra esistere per distrarre.
Allora mi volto verso il finestrino e cerco nel libro un modo per fuggire alla volgarità.

Mi tornano in mente le saline di Trapani, con il loro rosa pallido ed ambrato. Immagino che la storia possa trascorrere proprio lì, tra cumuli di sale bianco che scintillano al sole.
Il libro scorre veloce. L’identificazione è naturale, Laura é riuscita nella sua immedesimazione: Pietro sono io. Le immagini nascono dalle parole e mi sorprendo a desiderare di essere un regista, per trasformarle in qualcosa di eterno.

Bigas Luna un giorno mi chiese perché non ci avessi mai pensato. Ci penso ora.

Vedo le scene come fossero reali. Immagino i volti, i colori, i movimenti della macchina da presa.
Close-up, molti close-up. I dettagli sono tutto: diventano così astratti da aprire spazio, come un campo lunghissimo sull’orizzonte incerto del mare.

Quando l’aereo frena bruscamente a Poznań, chiudo il libro e ne osservo la copertina. È un’edizione curata, una di quelle piccole case editrici che cercano qualcosa di diverso e lo fanno attraverso i dettagli.

Di colpo mi ritrovo sbattuto in una realtà anti-italiana, in una Polonia più tedesca della Germania stessa: fredda, razionale, fatta di linee dritte, segnaletica precisa, colori grigiastri e terrosi. Le strade sono pulite, il centro quasi perfetto, le facciate discrete, il cielo plumbeo e distante.
La luce appiattisce tutto in infinite sfumature di grigio, finché il giallo cadmio dell’insegna MAD Art Gallery mi attrae. Il cadmio mi attrae sempre.

Entro. Uno spazio bianco, quasi evaporato, mi avvolge e all’improvviso sto bene. Sulle pareti, mani intrecciate a carboncino. Il nero è davvero nero. Linee morbide e spesse governano forme che si attorcigliano su se stesse, come fossero il groviglio di un nido.
«Devo fare una mostra qui», penso.
E subito penso a Pietro, il mio nuovo alter ego: cosa cerca Pietro?
«La perfezione».
Quell’armonia delle cose, anche quando sono stridenti o conflittuali. La bellezza che spinge lo sguardo verso l’orizzonte. La vita che chiama altra vita.

Come Pietro, non sopporto i rumori di chi mangia male e i gesti sgraziati. Vorrei che ogni dettaglio fosse perfetto.

Tornato in aereo riapro il libro. Il fenicottero Betto è già il mio migliore amico.
Ognuno cerca un nido per deporre le uova. Ognuno ha bisogno del proprio nido.

Ho visto “Il cielo intero battere le ali” ed una macchia rosa corallo espandersi nel blu del mare. E quella macchia gridare forte, sempre più forte la vita fino a che il sole scompare a ovest lasciando dietro di se un silenzio che sa di infinita pace.

Laura Sordi, SE UN NIDO CADE, AstARTE Edizioni

Paolo Maggis 

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