IV CAPITOLO
Il quarto capitolo di Casa d’altri è un punto di svolta profondo, quasi un ritorno del rimosso, in cui ciò che fino ad allora era solo un’ossessione muta e remota diventa finalmente presenza reale. È qui che l’incontro con Zelinda – la “vecchia della capra e degli stecchi” – si compie, ma non come semplice incontro tra due persone: piuttosto come confronto con qualcosa di più grande, più disturbante, e forse anche più sacro.
Il capitolo si apre con una confessione sconcertante, soprattutto in bocca a un prete:
«Un paese che brucia è soltanto un paese che brucia… e una guerra soltanto una guerra…Voglio dire che i grossi flagelli non sono mai riusciti a toccarmi gran che. … ma la vecchia in fondo al canale era qualcosa di più. Altrochè se lo era»
Il parroco mette subito in chiaro la sua estraneità rispetto ai grandi eventi, ai “flagelli” della storia. Non per cinismo, ma per immunità emotiva:
I cataclismi non lo toccano, le guerre passano, come il diluvio o il terremoto.
La vita vera, quella che lascia un segno, è la vita minima, quotidiana, come una donna sola che lava stracci nel gelo.
In questa affermazione c’è tutta la filosofia del romanzo: la vera tragedia è quella silenziosa, domestica, dimenticata. La grande Storia è rumore di fondo.
Il tempo passa, la donna sparisce.
Dopo i capitoli precedenti, dominati dalla ripetizione quasi rituale dell’apparizione della donna, ora avviene un cambiamento secco: Zelinda non si fa più vedere. Questo aumenta l’ossessione del parroco, lo rende inquieto, quasi dipendente dalla sua presenza.
Lo spinge per la prima volta a fare qualcosa di attivo, rompendo la sua abitudine alla passività. Perché:
«Feci quello che non avevo mai fatto. Mi decisi a informarmi di lei.»
Qui c’è la rottura di un equilibrio: il parroco, che fino a quel momento si era tenuto in disparte, scende dal suo piedistallo, si coinvolge, entra nel mondo degli “altri”.
L’indagine e la scoperta.
Il ragazzo chierichetto, quasi un novello Sherlock dei poveri, per tre pelli di coniglio in cambio, raccoglie le informazioni chiave: ![]()
La donna si chiama Zelinda Icci fu Primo.
Ha 63 anni, viene da Bobbio, da un paese bruciato dai tedeschi.
Vive ai margini estremi della parrocchia, in un posto dimenticato da Dio e dagli uomini.
Lavora per una fabbrica a valle, lavando budella e stracci per pochi soldi.
È devota: si fa il segno della croce davanti al Tabernacolo, ma non entra mai in chiesa.
Questa figura comincia a riempirsi di senso, di peso specifico. Non è più solo un’ossessione visiva: diventa un’esistenza reale, dolorosa, spigolosa, ma anche misteriosa e piena di dignità.
Il parroco, però, cerca subito di sminuirla:
«Abbiamo anche la Befana a Montelice.»
Una battuta difensiva, che però non convince neppure lui, e che tradisce il suo disagio crescente.
Il ritorno di Zelinda: un debito esistenziale.
Quando finalmente la donna si presenta in parrocchia, il parroco scivola in uno stato d’ansia e colpa. La descrizione è magistrale:
«Mi sentii come uno che è in debito: il creditore è di là ad aspettarlo, e lui intanto non sa come fare…»
Questa immagine esprime tutto il peso morale che la figura di Zelinda ha assunto per lui: lei porta una verità scomoda, che lui ha tentato di evitare, ignorare, ridicolizzare.
Ma adesso non può più sfuggire: l’incontro è inevitabile.
La sua presenza è un esame di coscienza, una sfida alla sua fede, al suo ruolo, alla sua umanità.
È emblematico il momento in cui si sbarazza dei ragazzi e resta solo con lei:
«Per questa sera non ho proprio bisogno di voi.»
Questa frase ha un doppio valore:
Narrativo: chiude il mondo “esterno”, per aprire lo spazio intimo dell’incontro.
Simbolico: ora è solo tra sé, la donna, e ciò che rappresenta: il dolore, la colpa, l’impotenza.
Il mistero si fa carne.
Il capitolo si chiude nel massimo dell’attesa, proprio sull’orlo dell’incontro: «Dopo un poco aprii l’uscio. Era là.»
Con questa semplice frase, D’Arzo lascia sospeso il momento decisivo. L’incontro è pronto, il silenzio è rotto, ma la parola ancora non arriva. Perché?
Perché l’incontro reale con l’altro non è mai facile né immediato: serve preparazione, silenzio, svuotamento.
Perché qui non si tratta di parlare… ma di ascoltare. In questo capitolo il lettore diventa consapevole della solitudine di Zelinda; vive ai margini, invisibile. Ma anche il parroco è solo.
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Punti Chiave
Vergogna e colpa.
Il prete sente il peso della propria inadeguatezza davanti al dolore dell’altro.
Passività – Azione. Per la prima volta, il parroco si muove, cerca, indaga.
Fede e distanza.
Zelinda è devota ma non frequenta la chiesa. Il parroco è in chiesa, ma lontano dalla fede. 
Incontro con l’Altro.
L’incontro con Zelinda si prepara come un evento sacro e destabilizzante.
A questo punto abbiamo abbastanza elementi per riflettere sul titolo: Casa d’altri
Il titolo del romanzo si illumina a ogni passo. Qui più che mai: Zelinda non è “di casa” a Montelice.
Il parroco stesso non si sente più a casa in nessun ruolo: né uomo, né prete, né giudice.
La casa degli altri è anche il dolore dell’altro, in cui bisogna entrare senza strumenti, senza certezze.
Questo capitolo è una lunga soglia. È come se l’autore ci dicesse: “Adesso che avete visto da fuori, che avete giudicato, che vi siete costruiti delle idee… siete pronti a entrare davvero?”
La porta si apre. Lei è là.
E nel capitolo successivo, finalmente parlerà.
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V CAPITOLO
Il quinto capitolo di Casa d’altri è il cuore pulsante del racconto, il momento in cui tutto converge: lo sguardo, il giudizio, la distanza, la curiosità, l’ossessione. È il punto di massimo silenzio che si rompe con una sola domanda – e non è una domanda qualunque.
Il volto di Zelinda: la carne del dolore.
Il capitolo si apre con una descrizione minuziosa e brutale:
«Aveva pelle scura e rugosa, e capelli color grigio-passera… vene dure e sporgenti… un vecchio ulivo di fosso…»
Questa immagine vegetale – l’ulivo di fosso – suggerisce:
Resistenza secolare, ma anche solitudine, forza muta, radicata in un mondo che sopravvive al dolore.
Una dignità selvatica, lontana sia dal patetico sia dal mistico.
C’è in Zelinda qualcosa di inumano e infantile insieme, come nota il parroco:
«Un’aria di bestia selvatica o di bambino viziato…»
Questa doppia immagine è fondamentale: la donna non rientra in nessuno schema sociale o religioso. Non è penitente, non è vittima, non è peccatrice nel senso tradizionale. È un’eccezione vivente, una creatura a parte.
Il dialogo che non decolla.
Nonostante l’attesa di giorni, l’incontro è impacciato, stentato, goffo. Zelinda è lì, ma non riesce a parlare. Il parroco cerca un equilibrio:
Usa tattiche da uomo esperto (fa il gentile, ironizza, simula indifferenza).
Poi si rifugia nel suo sconforto personale: sfoglia un lunario vecchio, simbolo della sua vita ormai inutile, da prete da sagre, come si definisce lui.
La sua crisi emerge netta:
«Ho gran paura sul serio di non poter servir più per un caso del genere. Tutto questo è un’altra lingua per me…»
Questa frase è essenziale. Il prete non capisce più la vita vera. I drammi profondi – come quello che Zelinda sta per raccontare – gli parlano in un’altra lingua. E lui non è più capace di ascoltare, di accogliere.
Il tempo dell’attesa.
L’attesa si fa pesante, quasi sacra. Il narratore paragona la donna a un uccello sul ramo:
«Indugiava ancora: non scendeva dal ramo.»
È un’immagine di connessione con la natura, paura, pudore, ma anche fragilità estrema.
Nel frattempo, la scena si riempie di suoni familiari: l’abbaiare dei cani, il ritorno dei greggi con i campanacci.
Questa ambientazione rurale e crepuscolare, già carica di ripetizioni e riti quotidiani, fa da contrasto alla rottura in arrivo.
Il capitolo si conclude con la domanda, a lungo attesa, se esistano norme ecclesiastiche che consentano il matrimonio anche a chi è separato da un precedente vincolo matrimoniale.
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VI CAPITOLO
Eccola finalmente.
«È vero o no che anche voi… sì, la Chiesa… ammette che due che si sono sposati possono anche dividersi, e uno è libero poi di sposare chi vuole?»
Una domanda in apparenza semplice, ma che contiene un terremoto. Zelinda rompe il silenzio con un’esigenza morale e affettiva profonda, che sfugge alle formule.
Cosa c’è in questa domanda?
Un passato taciuto
Zelinda non è lì per parlare di fede, ma di una storia personale, probabilmente legata a un amore perduto, a un matrimonio fallito. Una sfida alla Chiesa: la domanda è secca, frontale, e non accetta ambiguità.
Pare vi sia, nella vecchia Zelinda, una speranza che resiste: dopo tutto il silenzio, il dolore, la miseria… lei chiede ancora se è possibile amare di nuovo, se qualcosa si può salvare, se una seconda possibilità esiste.
Una provocazione per il parroco.
Lui, proprio lui, un tempo chiamato con stima “Dott. Ironicus” per la sua verve e acutezza, che si sente ormai solo un funzionario, un prete da matrimoni semplici e unzioni rapide… si ritrova di fronte a una vera domanda morale, autentica.
L’impatto sul parroco.
Il narratore non risponde, almeno non subito.
Perché? Perché non è pronto: quella domanda lo mette a nudo. Tutto ciò che ha detto e pensato nei capitoli precedenti – le frasi sulla tristezza del mondo, sul non accorgersi delle cose, sul chiudere gli occhi – non basta più.
Ora serve una risposta vera. E lui non ce l’ha.
Fede e Vita reale.
Zelinda pone una domanda che sfida la dottrina, partendo da un’esperienza vissuta:
la lingua della sofferenza. Il prete ammette di non parlare più la lingua dei dolori veri. L’uomo e il prete sono ormai due persone diverse. Qui, deve scegliere chi vuole essere.
Domanda impossibile.
Da sottolineare anche questa solitudine condivisa Entrambi i personaggi sono soli, ma ora finalmente si guardano da vicino.
Una riflessione finale.
La domanda di Zelinda è la voce di tutti i “dimenticati”, di chi ha perso qualcosa e chiede solo se è lecito sperare ancora. E quando chiede:
«…uno è libero poi di sposare chi vuole?»
in realtà sta chiedendo molto di più:
Sta chiedendo se il passato può davvero morire, se il peccato può essere superato, se l’amore, anche in tarda età, anche dopo il dolore, ha ancora un diritto alla vita.
Lì il parroco risponde – e come risponde, fa tutta la differenza.
Siamo in una parte molto intensa della novella. Zelinda ha finalmente affrontato il prete con una domanda che riguarda un presunto “caso speciale”, alludendo alla possibilità di derogare alle norme della Chiesa. Il prete risponde inizialmente con irritazione, ma poi entra in una riflessione più complessa, che mette in crisi il suo ruolo e la sua fede.
Il Prete – Le emozioni predominanti:
Insofferenza e frustrazione: quando si rende conto che le domande di Zelinda sembrano infantili o pretestuose, e che sta toccando temi pericolosi.
Disillusione: capisce che il suo ruolo di sacerdote è limitato, quasi “in pensione”, come dice amaramente.
Empatia repressa: si sente coinvolto, ma cerca di trattenere ogni partecipazione emotiva nel rispetto del ruolo.
Tristezza profonda: la scena finale in cui la guarda allontanarsi nella notte è carica di dolore trattenuto, solitudine, rimpianto.
“Ero triste come un ragazzo, parola: e lasciarla andare così era più di quel che potessi permettermi.”
In questa frase si svela il conflitto interiore tra il dovere e il desiderio di comprendere, tra il ruolo e la compassione. La figura del prete si umanizza completamente.
Zelinda Icci
Zelinda è un personaggio enigmatico, ma profondamente autentico, determinato, e straordinariamente dignitoso, nonostante la sua povertà e solitudine.
Le emozioni predominanti:
Dolcezza implacabile: la sua voce è sempre calma, mite, ma ostinata. Non si lascia mai sopraffare.
Astuzia: finge di porre una domanda dottrinale per nascondere una richiesta personale ben più grave.
Vergogna e ritrosia: si muove come un “riccio”, si chiude e si ritira quando percepisce il giudizio o il disagio dell’altro.
Speranza nella compassione umana, non nella regola.
Lucida disperazione: capisce che non ci sarà risposta, eppure è “contenta” di aver sentito il prete dire che esistono eccezioni.
Zelinda non cerca una soluzione pratica, cerca una parola che giustifichi le sue intenzioni, ma detta da un’autorità morale: il prete.
“Se anche da voi qualche volta si può non badare alla regola: se la regola non vale per tutti…”
Il tema centrale del capitolo è il conflitto tra la regola e la vita.
È il tema cardine: può la regola (quella della Chiesa, del diritto, della morale) adattarsi alla complessità della vita reale?
Può esistere un caso così estremo da giustificare l’eccezione?
Il prete risponde formalmente “no”, ma poi concede che “sì, qualche volta”, ma “uno su centomila”. È una risposta che non soddisfa né lui né Zelinda
Il tono oscilla tra:
L’ironico (nelle battute iniziali), il riflessivo e filosofico (nelle spiegazioni), il lirico e poetico (nella scena finale del commiato).
L’uso del discorso diretto crea un’intimità intensa e realistica.
Immagini simboliche
Il riccio: metafora della chiusura emotiva di Zelinda.
La luna blu e il paesaggio gelido: specchio della desolazione interiore del prete e della vecchia.
Il rumore dei tacchi che si allontanano: rappresenta la perdita, l’irreparabilità, l’eco di una domanda rimasta sospesa.
È qui che:
Si svela l’ambiguità morale della vicenda, si mostra il fallimento della regola nel rispondere al dolore, si evidenzia la solitudine sia del prete che di Zelinda, si chiarisce che, forse, nessuno può aiutare veramente un altro essere umano, se non mettendo in discussione sé stesso.
“A ciascuno il suo, e così sia. Ecco un prete in pensione oramai.”
Qui il prete ammette la crisi del proprio ruolo: non è più guida spirituale, non ha più risposte. È solo un uomo, impotente di fronte al mistero della vita e del dolore.
Francesca Mezzadri