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Guida alla lettura di “Casa d’altri”

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I CAPITOLO 

Casa d’altri è un racconto scritto da Silvio D’Arzo (pseudonimo di Ezio Comparoni), pubblicato postumo nel 1953. È ambientato in un paesino di montagna isolato, dove il narratore è un prete che racconta un incontro determinante con una donna anziana, Zelinda, che gli pone una domanda etica e religiosa importante, pur senza esplicitarla mai completamente se non nel finale.

Il primo capitolo di “Casa d’altri” di Silvio D’Arzo si apre con un’immersione profonda e immediata in un mondo isolato, chiuso, quasi fuori dal tempo: una veglia funebre a Montelice, un minuscolo villaggio di montagna. Questo luogo diventa già da subito un personaggio a sé, uno spazio simbolico dove si condensano solitudine, necessità, silenzio e fatica, e che costituisce il teatro dell’indagine umana e psicologica che seguirà nel racconto. 

Il luogo

«Così in treno non ci si arriva, lassù…»

«No. E neanche in corriera.»

[…]

«Vi ci vogliono tre ore di mulo. E poi non d’inverno […]»

<<-Bhe… Avrà pure un nome>>.

<<-Si, mi pare di sì. Deve essere l’unica cosa che abbia>>.

Il racconto si apre con un breve dialogo che descrive l’inaccessibilità fisica di Montelice. Il villaggio è difficilmente raggiungibile, isolato geograficamente e quindi anche esistenzialmente. Il tono è spoglio, quotidiano, ma carico di sottotesti: la difficoltà nel raggiungere Montelice preannuncia un altro tipo di distanza quella morale, spirituale, umana. Il paese è come un mondo a parte, separato dalla vita “normale”, dove le regole comuni sembrano non valere.

L’Io narrante IL PARROCO

Il narratore in prima persona è un prete di campagna e medico condotto – una figura emblematica, divisa tra dovere e dubbio, tra spiritualità e miseria materiale. È un uomo colto, <<… vi dico, che un Falstaff come me deve strisciarci con i gomiti contro.>>, introspettivo, lucido, ma anche profondamente disilluso e solitario. Nel suo sguardo sulla morte, sul dolore, sulle persone, emerge una vena amara e rassegnata, talvolta venata da ironia e sarcasmo:

«Mai assistito a una lezione di anatomia? Bene. La stessa cosa per noi in un certo senso.»

Questo paragone irriverente (e volutamente disturbante) tra la veglia funebre, fulcro del primo capitolo e una lezione di anatomia suggerisce un distacco emozionale, una difesa del narratore nei confronti della morte e del dolore. Allo stesso tempo, lo paragona a un presepe, <<… Tutto quello che si poteva vedere erano le nostre sei facce, attaccate l’una all’altra come davanti a un presepe>>, richiamando invece la tenerezza e il senso del sacro. Questo contrasto riflette bene la sua complessa umanità.

 «Le parole mi fanno vergogna, ecco il fatto: e i commiati non sono mai stati per me. Specie quelli.»

Questa frase getta una luce sulla sua difficoltà nei rapporti umani profondi, nel comunicare emozioni autentiche. Il suo disagio nei momenti di commiato rivela un desiderio di fuga da ciò che è troppo intimo o troppo doloroso. È un uomo abituato alla solitudine, che affronta la sofferenza con un certo pudore e una forma di difensiva malinconia.

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GLI ALTRI PERSONAGGI

La vedova

«Vicino al saccone di foglie se ne stava seduta la vedova. Difficilmente si piange quassù: e anche lei rimaneva immobile e fissa come la vecchia del Duomo in città che sta lì ad aspettare il suo soldo.»

Questa descrizione è essenziale e molto evocativa. La vedova incarna il silenzio del lutto, la rassegnazione di chi ha già visto troppo. L’immagine della “vecchia del Duomo” richiama un’umanità ferma, passiva, consumata dalla vita, ma non vinta. Anche lei, come il prete, è un simbolo del non detto, del trattenuto, della dignità muta.

Le donne e le vecchie

Le altre figure femminili sono descritte con pochi tratti, ma sono presenze fondamentali, quasi ancestrali. Custodi dei rituali della morte (lavare il corpo, vestirlo, piangere), si muovono con gesti antichi, meccanici, come parte di un tempo che non scorre più. Sono parte di una comunità arcaica, che vive secondo ritmi e credenze arcaiche.

 SIMBOLISMI presenti nell’atmosfera del primo capitolo del romanzo

 «L’aria intorno era viola, e viola i sentieri e le erbe dei pascoli e i calanchi e le creste dei monti…»

Il colore viola – colore della penitenza, del lutto, ma anche del crepuscolo – domina questa scena. Il tempo sembra sospeso, irreale, metafisico. Il mondo esterno è descritto come una pittura visionaria, quasi fiabesca, ma anche funerea. Questo tono cromatico accompagna la dimensione interiore dei personaggi: c’è malinconia, stanchezza, ma anche una forma di serena accettazione.

Solitudine

Il parroco è profondamente solo, nonostante viva in mezzo alla gente. La sua solitudine è spirituale, culturale, emotiva. Si sente fuori posto sia tra i contadini che tra i suoi superiori ecclesiastici (questo sarà chiaro nei capitoli successivi).

Morte

La morte, qui, è presenza costante, non tragica ma banale, parte della vita quotidiana. È una morte povera, senza cerimonie, affidata alla pietà popolare e ai suoi riti semplici.

Comunità e isolamento

Il borgo è una comunità stretta, dove tutti si conoscono e si aiutano, ma anche un luogo di isolamento dal mondo. Il nome >deve essere l’unica cosa che abbia>.

Montelice è quindi metafora di un’esistenza chiusa, marginale, dimenticata.

Frase a chiusura del capitolo rivelatrice e profondamente amara:

 «Ecco tutta Montelice» dissi. «Tutta quanta: e nessuno lo sa.» Montelice è un universo dimenticato, piccolo ma completo, chiuso nel proprio inconsapevole dolore e nella propria umanità. Ma il mondo là fuori lo ignora. Questa frase può essere letta come una condanna dell’indifferenza del mondo moderno, ma anche e soprattutto come riflessione sulla condizione dell’uomo, che vive interi mondi interiori che spesso nessuno vede o conosce.

Il primo capitolo di Casa d’altri non è solo l’inizio di una storia: è già, in sé, una riflessione sulla condizione umana. Attraverso un io narrante lucido e disincantato, Silvio D’Arzo ci introduce in un mondo chiuso, dove ogni parola pesa e ogni gesto ha valore. La scrittura è sobria, essenziale, carica di sottintesi, e ogni dettaglio – visivo, sonoro, tattile – concorre a creare un’atmosfera intensamente emotiva. 

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II CAPITOLO 

Nel secondo capitolo di Casa d’altri, prosegue l’esplorazione interiore e ambientale avviata nel primo, spostando il fuoco dal contesto comunitario e funebre alla riflessione personale e disillusa del parroco-narratore, in contrasto con la presenza fresca, ingenua e idealista del giovane curato di Braino. Si tratta di un confronto fra due generazioni, ma anche e soprattutto di due sguardi sul mondo, sulla vita, sul senso del fare e dell’essere. 

Il Parroco: una coscienza esausta

Fin dalle prime battute emerge il tono scettico, sarcastico, ma anche umano del parroco:

«Non dirò che fosse una sciocca domanda, (l’oggetto è la vita a Montelice, come si evincerà dalla risposta del vecchio parroco, ndr), come al momento poté anche sembrarmi: il fatto è che sciocca sarebbe stata qualsiasi risposta.»

La frase riflette l’inutilità di certe domande in contesti dove il tempo e la vita sembrano fermi, ripetitivi, monocordi. Non è la domanda del giovane ad essere sciocca, ma l’idea stessa che ci sia qualcosa di sensato da rispondere. Per il parroco, a Montelice non succede niente che meriti davvero di essere raccontato. C’è una stanchezza esistenziale che lo pervade, una fatica nel giustificare il senso stesso della vita quotidiana.

«Vivono… ecco. Vivono e basta, mi pare.» (…)

«E poi muoiono» aggiunsi.

Queste risposte, apparentemente fredde, non vanno confuse con cinismo allo stato puro. Al contrario, sono difese emotive, maschere di lucidità dietro cui si cela una profonda empatia. Il parroco è uno che ha visto troppo e troppo a lungo, e ha imparato che i grandi discorsi, in certe condizioni, non servono a nulla. Ha smesso di credere nella retorica dell’impegno, del progresso, dell’“intervento salvifico”.

Il giovane curato invece rappresenta il futuro, la fiducia, la spinta missionaria. È definito con tratti quasi iconici:

«Impossibile imbattersi al mondo in qualcosa più nuovo di lui.» (…) >una cosa nuova nuova (…) appena uscita dal conio.>

«La più giovane cosa del mondo. O anche la più vecchia: chissà.»

C’è una ambiguità poetica in questa ultima frase. Il giovane è sì “nuovo”, ma anche, forse, portatore di un’ingenuità antica, una apparizione di speranza (o di un’illusione) che si ripete ogni generazione. È una presenza fragile, che viene definita più per contrasto con il parroco che per caratteristiche proprie. Parla con garbo, rispetto, ma non sembra cogliere la profondità del vuoto che l’altro gli descrive. <<Starlo a sentire era un po’ un divertimento per me. Beh, anche una cosa triste però” perché “un giorno era stato nuovo anche lui>>.

Il cuore del capitolo è nel dialogo serrato, teso e ironico tra i due. Il parroco, con tono ora paterno, ora sarcastico, mette in scena il fallimento delle grandi intenzioni.

<<La vecchia storia del medico condotto anche lì […] gli piace anche di fare un po’ il martire.>>

Il giovane curato viene equiparato a quei professionisti idealisti che arrivano nei paesi con entusiasmo e visioni di riforma, ma finiscono imprigionati nella realtà concreta: artriti, sciatiche, pioggia, neve, isolamento, lentezza del vivere. Il parroco mostra come ogni slancio si infranga contro l’indifferenza della realtà.

<<Poi s’accorge che non ci sono che casi d’artrite: sciatiche e artriti, (…) e nient’altro… Allora non gli resta che prescrivere jodio e ingrassare >>

L’ironia è un modo per preservare sé stesso dalla delusione, perché questo stesso parroco, una volta, doveva essere come il giovane. E ora si ritrova con le scarpe slacciate, un bicchiere di grappa, e l’enorme consapevolezza che nulla cambia davvero.

Il leitmotiv di tutto il capitolo è l’inutilità del tempo che passa:

<<E per più di trent’anni. Più di trenta Natali, sapete?>>

<<Nevica e piove. Nevica e piove e niente altro.>>

Il tempo, a Montelice, è ripetizione. Le stagioni si rincorrono senza produrre cambiamenti, solo accumulo di stanchezza. Il parroco è prigioniero di questo ciclo eterno, come gli abitanti del paese, come le capre, come la capra stessa che entra in casa e se ne va come uno di casa.

La capra come simbolo e chiave del capitolo: 

<< Una capra mise dentro la testa: ci considerò, un po’ delusa, e se ne andò via come uno di casa.>>

L’episodio della capra è carico di ironia, ma anche di profondo significato simbolico. L’animale che entra in casa come fosse familiare rappresenta:

la fusione tra natura e umanità nel mondo contadino, la banalità e la quotidianità del vivere, ridotto a gesti semplici, quasi meccanici ma anche il distacco, lo sguardo deluso, proprio come quello che il giovane rivolge al parroco.

Nel suo comportamento dimesso e indifferente, la capra rappresenta il vero “abitante” di Montelice, più degli uomini.

Il tono è quello tipico di Silvio D’Arzo: apparentemente leggero, colto, ironico, ma in realtà tragico e poetico. Il parroco mescola:

il realismo delle immagini quotidiane (scarpe slacciate, bicchierino di grappa, fornelli, la neve…)

con riflessioni quasi filosofiche, sulla vanità dell’agire umano, sull’inevitabilità dell’immobilismo.

Nel dialogo col giovane, il parroco mostra una lucidità amara. Ha perso la fede non in Dio -forse- ma nella missione. Non crede più di poter fare la differenza. È un uomo che ha vissuto tutto, che si è consumato lentamente, fino a diventare uno spettatore della propria inutilità.

 «Niente di niente. Ecco qui.»

Questa frase conclusiva, quasi mormorata, è definitiva: è la resa esistenziale di un uomo che ha smesso di cercare senso nelle cose.

L’Ultima frase del giovane: il contrasto tra vita e parole

 «Beh, qualche volta possono succedere anche incontri del genere. Come quello con lei di quest’oggi.»

Il giovane tenta di salvare il dialogo, di dargli un valore. È un gesto gentile, forse ingenuo, ma importante. Anche se il parroco lo liquida con ironia, qualcosa si è mosso. Un incontro c’è stato, e proprio perché raro, ha valore. 

In queste pagine il dialogo è in realtà un monologo dell’anima, quello del parroco, che proietta sul giovane tutte le sue speranze deluse, la sua esperienza svuotata, e una vita intera passata ad attendere qualcosa che non è mai arrivato.

Il giovane, “la più giovane cosa del mondo”, se ne va. Forse si trasformerà anche lui nel parroco tra trent’anni. O forse no. Ma per ora rappresenta quello che il protagonista non è più: una possibilità, una speranza.

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III CAPITOLO 

Il terzo capitolo di Casa d’altri rappresenta una svolta decisiva nel percorso psicologico del protagonista: segna l’ingresso della donna misteriosa, che lentamente e inesorabilmente scuoterà il suo equilibrio emotivo, già segnato da stanchezza e disillusione. È un capitolo di transizione. Non porta avanti la storia in modo diretto, ma prepara quello che succederà dopo. Serve a far nascere la tensione tra i due personaggi.

Queste pagine rappresentano uno dei nuclei più forti del racconto di D’Arzo: la riduzione estrema del linguaggio, la materialità quasi “sensoriale” della scrittura e, soprattutto, la costruzione di un confronto umano che è insieme spirituale e radicalmente disilluso.

La prima cosa che colpisce è l’idea di una scrittura che non descrive semplicemente, ma restituisce fisicità. La prosa non è levigata, non consola, ma consuma e raschia il superfluo. Siamo davanti a una delle pagine più intense della narrativa italiana del Novecento, dove il non detto, il ripetuto, l’indefinito diventano strumenti potenti di introspezione.

Il capitolo si sviluppa in tre momenti principali:

1. L’incontro fortuito e casuale con la donna.

Non succede un incontro vero e proprio tra il prete e la vecchia. Più che altro è il momento in cui il prete la vede per la prima volta in modo significativo, da lontano.Non parlano ancora. Non domina l’azione, ma lo sguardo. Il prete osserva la vecchia e questa osservazione diventa importante perché cambia il suo modo di percepirla.

2. La ripetizione ossessiva e rituale di quell’incontro nelle sere successive.

La vecchia inizia a diventare una presenza fissa nella mente del prete. Non è ancora un rapporto, ma una specie di fissazione. Lui non riesce più a ignorarla.

3. La nascita di un turbamento profondo, irrazionale, nel narratore. Lo sguardo è il centro del capitolo. Il prete non conosce ancora davvero la donna, ma la “vede” e proprio questo vedere lo coinvolge. È come se guardare significasse già entrare nel problema.

L’idea è che vedere il dolore degli altri non è mai neutro. Infatti emerge implicitamente il dubbio: fino a che punto è giusto continuare a guardare? A un certo punto, quasi, gli occhi vorrebbero anche chiudersi.

Se nel secondo capitolo il parroco appariva rassegnato, lucido, tagliente, qui lo vediamo in uno stato sospeso, perturbato, coinvolto in qualcosa che non sa spiegare né controllare.

L’apertura del capitolo è già significativa:

<<Fu una sera, sul finire d’ottobre.>> (…)

 <<Né contento né triste: così. Senza nemmeno un pensiero.>>

È un momento di neutralità emotiva, che però viene subito incrinato dalla vista della donna: una figura estranea, solitaria, dura, inesplicabile — quasi un’apparizione. Il fatto che lui la osservi senza sapere chi sia, ma ritornando ogni sera allo stesso punto, mostra che qualcosa lo attrae e lo turba, ben oltre la logica.

 La donna

Quella che sarà la “vecchia del racconto” è presentata inizialmente come una presenza muta, indefessa, impersonale, ma anche l’unico segno di vita in un mondo dominato dall’inverno, dal silenzio, dalla morte:

 «In mezzo a tutto quel silenzio e a quel freddo e a quel livido e a quell’immobilità un poco tragica, l’unica cosa viva era lei.»

Il modo in cui viene descritta — china sul canale, a lavare stracci o budella, in silenzio, senza mai alzare la testa — la avvicina più a una figura mitica, ancestrale, che non a una persona reale. È un archetipo del dolore: lavora nel fango, nella solitudine, nel gelo, in un gesto ripetuto, quasi rituale, senza un fine visibile.

Anche la capra torna, già simbolo del secondo capitolo, e stavolta accompagna la donna come un’ombra: un segno ulteriore del suo essere al margine, fuori dalla “normalità” del villaggio.

D’Arzo gioca con la ripetizione per evidenziare struttura e senso

Il parroco la vede per cinque sere di fila, alla stessa ora, nello stesso luogo. Questa ripetizione crea un’atmosfera rituale, ipnotica, simboleggia l’ossessione nascente: nonostante voglia evitarla, torna sempre lì riflettendo la condizione esistenziale ciclica, senza scampo, di tutti i personaggi di Montelice

Pare quasi un eco kafkiana o beckettiana: l’uomo che ogni giorno osserva una figura statica, come un mistero irrisolvibile.

 L’episodio del rospo, metafora del sentire del parroco, è illuminante:

 «Ogni sera lo vanno a vedere (i ragazzi del paese i quali l’hanno introdotto in fondo a un tunnel n.d.r), e ogni sera trovandolo lì, sempre fermo in quel punto preciso, sono contenti e scontenti, e non sanno nemmeno il perché.»

È esattamente quello che prova lui per la donna: una miscela di attrazione e fastidio, compassione e rabbia, che non può spiegarsi, ma che lo coinvolge a livello profondo, quasi infantile. 

La crisi interiore e il desiderio di “farle male”

Uno dei passaggi più densi e disturbanti del capitolo è questo:

 «E poi adesso mi sarebbe piaciuto poter farle anche un po’ male. Appena appena così, si capisce.»

Affiora un conflitto interiore dirompente. Il desiderio di farle del male è irrazionale, inconfessabile, e quindi ancora più vero. Non si tratta di violenza, ma di una reazione disperata a un turbamento troppo grande. La donna è diventata uno specchio del suo stesso dolore, e come accade spesso, il dolore proiettato sugli altri genera rifiuto, aggressività, autodifesa.

Lui stesso ne è consapevole:

 «Naturalmente non riuscivo a spiegarmelo; solo capivo benissimo che non c’era neanche un grammo di senso e che venivo per giunta in questo modo a far male anche a me.»

Questa frase, rivela l’estrema coscienza del parroco del proprio disagio, del proprio essere inadeguato, e ormai sull’orlo di un crollo emotivo. 

Infatti, una delle frasi-chiave dell’intero romanzo:

 «Perché ormai io ero un prete da sagre: ero un prete da sagre e nient’altro.»

 Il prete: immobilità e funzione svuotata

 “un prete da sagre e nient’altro” 

D’Arzo opera una riduzione severa della figura religiosa. Non è un mediatore del sacro, ma una presenza sociale minimale, quasi burocratica.

L’immobilità del prete non è solo fisica o psicologica: è una forma di disincanto istituzionalizzato. È qualcuno che ha mantenuto il ruolo, ma ha perso la tensione spirituale che quel ruolo dovrebbe contenere.

In questa ammissione si cristallizza la sua crisi identitaria: non è più guida spirituale, non è più mediatore del divino, non è più consolatore. Non è più il dotto medico “Dottor Ironicus”. È diventato una figura decorativa, funzionale, da cerimonie. Un burocrate della fede. Un uomo svuotato di ogni autorità e di ogni senso.

Il confronto con la donna, che invece continua a portare avanti il proprio dolore in silenzio, senza mai alzare la testa, lo mette davanti a una realtà insopportabile: lei sembra avere un mistero e uno scopo, lui no.

Il controaltare: chiudere gli occhi

«Qualche volta gli occhi son fatti anche per chiuderli.»

Questa frase torna più volte, come tentativo di auto-difesa, ma ogni volta fallisce. Chiudere gli occhi non basta più. Il mondo non si può ignorare per sempre. La donna nel canale è lì a dimostrarglielo: il dolore è reale, è vivo, ed esige attenzione.

Questo capitolo rappresenta il momento in cui il parroco, che fino a quel punto sembrava immune al pathos, comincia a sentire. Il dolore altrui lo colpisce, lo interroga, lo muove. Ma lo fa senza parole, senza discorsi morali, senza clamori.

La donna è ancora una presenza muta, ma lo ha già profondamente cambiato. Ha fatto saltare la scorza di disillusione e cinismo. Ha riaperto una porta verso la compassione, anche se inizialmente questa prende la forma del fastidio, della rabbia e della fuga.

Francesca Mezzadri 

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