Guido Piovene, Le furie

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C’è un dipinto, nella mia casa vicentina, che eterna il volto di una bambina triste, il sorriso smorzato, i lineamenti sbozzati da tratti verdiviolacei che le fanno velo sugli occhi neri come tunnel: l’anticipazione tragica dei suoi pochi anni. È la sorellina della nonna: sua la colpa di averla persa tra le rotaie di un tram di una cittadina marittima, vestitino ormai grumo di sangue. Eppure quella bambina è qui, aleggia ancora entrando e uscendo dal suo ritratto. È così che sono venuta in contatto con Angela Porta, una delle Furie del libro di Guido Piovene, che torna in libreria grazie a Bompiani (Le Furie, 2019, pp. 349, euro 13, introduzione di Guido Ceronetti).

“Sarà un confronto con i molti fantasmi che, da lontano, un po’ per volta, ho seminato in questi luoghi, come la vespa brasiliana introduce le uova nella pancia di un animale vivo e va via”, dichiara lo scrittore nelle prime pagine del libro pubblicato nel 1963, dopo quattordici anni di silenzio narrativo. Un confronto e un pretesto, la sua visita in città, la passeggiata nei luoghi natii: dal centro di Vicenza, da corso Palladio, dov’era il palazzo dell’amato nonno, alla via che custodisce il ritratto della mia bambina, fino ad Arcugnano, passando per villa Margherita, ora casa di cura privata che conserva il reparto di psichiatria per cui era stata originariamente fondata, e un tempo dimora di una zia di Piovene, Ersilia Valmarana. Villa Margherita e le figure che l’hanno abitata, vere o di finzione non importa più, è uno dei teatri dove agiscono quei personaggi che, avendo preso vita propria, sfuggono totalmente all’autore, come orrendi fantocci, “interamente stranieri. Caduti qui, nati e vissuti qui, coi miei stessi atavismi e con gli stessi retroscena, sangue, terra, memoria. Come le bestie che vediamo appena spento il lume prima di addormentarci, quando la mente eccitata dalla stanchezza si svuota prima di annullarsi in un turbine di figure come faville: così evidenti e così estranee che temiamo di averle create nel senso biblico e che ci assaltino nel sonno”.

È la descrizione di una città estenuata dai riti della sua nevrastenia, in grado di conciliare la carità con l’avarizia, dove l’osceno si nasconde in una grinza, mentre il paesaggio, così come l’arredo urbano, ha un’armonia intrinseca che è sbagliato definire teatrale perché la sua sostanza sta nel mistero della perfezione, di cui sembra di cogliere qualcosa, sotto la superficie, che non si coglie mai. È dunque un’aria vischiosa a innescare il ragionare a vuoto che ne deriva, un’attitudine alla contemplazione che si inceppa nel cerebralismo, tentando di afferrare qualcosa che infinitamente si modula, come fanno le colline del circondario che sfumano l’una sull’altra o i colori dei palazzi cittadini che si rincorrono nelle pur minime variazioni. Non essendoci stacco, frattura, non si riesce a sentire l’appartenenza, la coincidenza. E il cervello si interroga, tenta il metafisico e si perde, si bea dell’elevazione che sfugge, si distende tra i colli a sorseggiare un calice di vino a dosi omeopatiche, così com’è il carattere veneto, “che elude finché può le scelte e non vuole rinunciare a nulla”, circondandosi dai piaceri del vivere e sentendo la voragine sotto i piedi, accompagnandosi a quei poveri e cialtroneschi arlecchini che recitano ogni giorno e ogni sera la loro parte per non sentire la puntura crudele del nulla, dell’estraneità al mondo. Bellezza, contemplazione ed estraneità, così come sente acutamente Piovene:

“D’improvviso, mentre rimanevo immobile, mi pareva che gli occhi fossero invece alla finestra come uno di quei granchi che hanno gli occhi in punta alle chele, su un immenso baratro d’aria nella luce di una notte bianca. Vedevo sotto molto in fondo, la terra tonda, morta, coperta di una lanugine verde, bella ma interamente stupida. Lontano ma coincidente con la mia pelle. Capivo che quella figura era sempre il me stesso della rivelazione, proiettato fuori di me sopra quello schermo spazioso perché la mia visione diventando grande ed esterna mi fornisse meglio la prova della propria oggettività”.

Un pretesto, questo di Piovene, avvertito come metafora e dunque poesia, resa dei conti con le sue stelle fredde. Puro sguardo che getta la sua occhiata senza pietà sul mondo e lo trova aberrante, asfittico, mancante d’anima. L’anima è morta, sì, non la si può trovare in una religiosità fatta di sangue e mostri, bigotta, quella che ammala il sacro e ne fa decoro. È necessario liberarsi dai camuffamenti, è questo che si accinge a fare lo scrittore e che porta a termine per suppurazione, una catarsi che immette nel regno dell’opera. Perché creare bisogna, per uscire dall’ebetudine di quelle ombre vive e coscienti di sé solo per via del vuoto che alimentano, una sensazione fisica e una rivelazione.

“Il mio vero bisogno era d’una chiarezza così intera da morirci dentro”, dice Piovene, ma indagandola prima con quell’occhio estraneo che sente solo “cosificando” la realtà, con una spinta a penetrare e possedere le cose che si difendono (con il sogno o generando la volontà vacua di possesso), ma sono compresenti e tramite l’esperienza, in qualche modo asettica, si rendono evidenti. È anche un pretesto, il libro, per fare il punto sulla vita passata, gli errori commessi, l’adesione al fascismo, la scelta di campo nella guerra di Spagna, l’appoggio dato a Franco, le amicizie perse; quella con Colorni, ad esempio, qui chiamato Ernesto, che parla di una società misantropa: “proprio la guerra sorda degli animali in uno stagno”, dice. Quella che mi ha fatto venire in mente la poesia di Seamus Heaney, Morte di un naturalista, qui nella traduzione di Marco Sonzogni (Mondadori, 2014):

Poi un giorno di calura in cui i campi puzzavano

di letame nell’erba, le rane inferocite

invasero la fossa del lino; mi infilai tra le siepi

sentendo uno sguaiato gracidio che mai

avevo udito. L’aria era ispessita da un coro di bassi.

Giù in fondo alla fossa, rane dal ventre greve se ne stavano impettite

sopra le zolle; le gole flaccide pulsavano come vele. Qualcuna saltava:

i tonfi e i plop erano oscene minacce. Altre stavano ferme

come bombe di fango innescate, le tozze teste scoreggianti.

Ebbi nausea, voltai le spalle e corsi via. I grandi re della melma

si erano radunati là per vendicarsi, e sapevo

che se avessi immerso la mano le uova me l’avrebbero afferrata.

In questa società che incita alla paura e all’odio, ma un odio svuotato che non è un freno ma un incentivo a uccidere, un mondo che “è alle demonologie totalitarie, quelle a cui tutti, con rare eccezioni che costavano sangue, si piegavano al tempo della giovinezza di Piovene, quelle che seguitano a tenere il campo, a crescere, a riprodursi, praticando con precisa cadenza il crurifragio mentale, l’aggressione infinita sulle anime” – scrive Ceronetti nell’introduzione -, in questo scenario la spinta fondamentale per ritrovare anima è proprio quella del creare, come dicevamo e come, pur sapendo che non è mai una conquista stabile, giunge a ribadire Piovene al termine della sua passeggiata:

“L’anima è l’opera perché al di fuori di essa non esiste nessuna sicurezza di verità. Tutto diventa più libero, chiaro e facile dopo che lo abbiamo appreso. La frase religiosa che mantengo mia dice che Dio gode della sua creazione. Bisogna creare per essere, l’alternativa sono le Furie o il niente, e i modi di creare sono molti, ciascuno ha il suo. Solo nella creazione gli uomini possono incontrarsi, cioè diventare anime. Il mondo umano è un ammasso crescente d’opere e non d’anime regalate. Ogni altra pretesa è schiavitù o violenza, e chi vuole intendere, intenda”.

Così, mi sono decisa anch’io a guardare quel quadro e a permettere alla Furia che rappresenta di sfogare la sua carica, quel tormento che sempre mi guarda e mi chiede, puntando gli occhi alla scrivania da cui batto al computer, per darle una consistenza intrisa d’inchiostro, accostandola a Angela Porta, innestandola tra le pagine di Guido Piovene, e liberando la nonna dall’ombra della sua colpa, quella donna di cui conservo i manoscritti che un giorno tirerò fuori dalla scatola dove sono riposti e che leggerò, chissà… magari dando aria anche ai polmoni sfiatati di queste altre Furie.