Una donna che è contemporaneamente colei che parla e colei che ascolta, in cerca di un luogo sicuro dentro e fuori del suo proprio io. Questa è solo una delle molteplici chiavi di lettura offerte da questo romanzo, dove le parole si dissolvono, sfumando nel lirismo, come lirica è la sua autrice, la poetessa imagista Hirma Doolittle. Di lei si sa che era bisessuale, ha cresciuto la figlia insieme alla compagna, ha avuto una storia con Ezra Pound, e la sua identità di genere è quella che oggi definiamo non binaria.
Scritto nel 1927 e pubblicato postumo nel 1981, pensato come un memoir, la narrazione conserva intatta la moderna vividezza di quelle capaci di sottrarsi al tempo, in bilico tra un passato fatto di dominio patriarcale, e un futuro incentrato su libertà femminile emotiva e sessuale. Hilda intuisce il mondo al di là da venire e ridisegna ante litteram, attraverso la sua storia privata, i cambiamenti delle percezioni relazionali figlia/famiglia, desiderio/sesso, matrimonio/amore. La stessa scelta di utilizzare le iniziali, che realizza il bisogno di mettere distanza sul genere di chi scrive, mi dice molto di lei.
Perché infatti il genere di chi scrive sembra suggerire che le persone di genere femminile possano rivolgersi solo a un pubblico di lettrici, H.D. ha preferito lasciare che la bellezza della sua scrittura veicolasse il suo messaggio. L’ho letto con la contemplazione estatica con la quale leggo la poesia, il senso del ritmo delle frasi fuse a creare una sorta di melodia.
Scritto con la tecnica del flusso di coscienza, il romanzo ha la capacità di proiettarti nell’anima e nella vita di una ragazza alta e forse non molto aggraziata nella prima metà del secolo scorso, cresciuta tra pesanti tende di broccato, libri considerati appannaggio di uomini, e composizioni floreali da sistemare nel modo corretto. La sua ribellione silenziosa e poi urlata, imposta, è nel rifiutarsi di essere solo un grazioso oggetto decorativo, come le dice il fidanzato, George, un ornamento che soddisfi la vanità altrui. La prima parte del libro è incentrata sul ritorno a casa della protagonista, dopo la bocciatura in trigonometria al Bryn Mawr College, ossessionata dal fallimento accademico, e del suo fidanzamento con George, della loro altalenante relazione divisa tra passione e sottomissione. La seconda, invece, è incentrata sul suo innamoramento verso Fayne Rabb, l’accettazione del legame amoroso tra donne che valica i confini dell’amicizia.
HERmione parla a sé stessa alternando l’assertività della prima persona, alla distanza liquida della terza, come se si stesse pacificamente osservando attraverso un vetro. Hermione è Hermione ma è anche HER, Lei, una ragazza che vive le emozioni in maniera riflessiva e speculare, divisa tra l’omologazione e il tentativo di compiacere la famiglia, la società, su quello che doveva (o deve?) essere il posto riservato a una donna e la sua personale ricerca di Risposte. Il libro ci racconta del suo desiderio diviso tra uomini e donne, lealtà feroce e al contempo, l’incontenibile bisogno di trasgredire. La trasgressione, ci suggerisce HER, non è una posa, ma semplicemente le modalità di arrivare all’essenza del sé più nascosto. Non si può essere davvero vivi finché non si accettano le ambivalenze del desiderio e della sua pallida sorellastra: la paura di non essere compresi, o amati per quello che si è davvero. HERmione mangia una mela o tocca il pistillo di un fiore e la dolcezza del succo le ricorda la sua caducità, mentre il polline che le si deposita sui polpastrelli è il sicuro indizio che tutto sta per iniziare ancora di nuovo e sempre. La connessione della protagonista è totale e assoluta non solo con le persone che sfiora, ma anche con gli oggetti, che evocano in lei tracce di una memoria perduta, di come quegli stessi oggetti siano capaci di proiettare le immagini dei cambiamenti di HERmione nel tempo, la sua anima che cerca il ruolo non conforme a quello che il suo genere di nascita sembra imporle.
“Uno io amo, due io amo, tre io amo…”. Lo dice spesso HERmione, nel modo tenero di una bambina che reciti una frase per vincere le paure, e nel dirlo rende visibile al mondo che Innocenza e Responsabilità non sono necessariamente due stati della vita opposti. Siamo responsabili del nostro sentire e del modo in cui decidiamo di usarlo, senza esercitare potere perché possiamo. Accettare le contraddizioni insite nella natura umana è la migliore possibilità che abbiamo per rivendicare l’identità.
Questa per me è la ricchezza più intensa che ho trovato scavando tra le Sue parole. Parole di cui ho sentito quasi il sapore, fermarsi tra la gola e il plesso solare, indugiare sulla lingua come un boccone amato che lascia una traccia di nostalgia.
“Il caldo stillava su, sgocciolava giù, turbinava intorno a loro con il verde dei rami che era torrida acqua tropicale. Verde torrida acqua tropicale dove non cadeva mai neve, dove neanche un accenno di freddi ruscelli sgorganti da alte montagne scrosciava verso il basso, veniva succhiata dentro e sotto rami che facevano curiosi cerchi e semicerchi e cerchi interi…cerchio concentrico di alberi sopra la sua testa (come si possono mai disegnare gli alberi?) semicerchio di un (lei lo vide) ramo di faggio che si inarcava verso terra. Albero su albero su albero. ALBERO. Io sono l’Albero della Vita. Albero. Io sono un albero piantato lungo corsi d’acqua. Io sono…io sono… esattamente HER.
Her strinse a sé Her, turbinò dinamicamente sui tacchi piatti e se ne andò lungo il canaletto color terra che era il sentiero che diluiva il suo color terra attraverso verde acqua pellucida.”