Honoré de Balzac, A Parigi!

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“Il paradiso delle donne./ Il purgatorio degli uomini./ L’inferno dei cavalli.” Parigi secondo Honoré de Balzac, 1831. Nel mentre va componendo il gigantesco affresco della “Comedie Humaine”, Balzac sparge tracce del suo talento in articoli e scritti minori che convergono, però, nel disegno fondamentale di tutta l’opera dello scrittore nato a Tours e “rinato” a Parigi: comporre un grande mosaico, il più possibile esauriente, della società del suo tempo. Inchiodata memorabilmente alla tela, sulle pagine della rivista “La caricature”, la Parigi del 1831 diventa la città delle contraddizioni. La più immorale e la più zeppa di moralisti; la più criminale e la meglio protetta dalla polizia; la più accogliente e tuttavia la più debordante di sventurati. Il colpo d’occhio antropologico è incredibilmente moderno: tutti a dirsi religiosi e chiese vuote, più giornali che abbonati, ministri che mancano di senso civico e ottimi cittadini che però non sono ministri. Ognuno vi accorre col legittimo desiderio di trovare quello che cerca e davvero, per lo più, lo trova.  A Parigi si diventa ciò che si vuole e ci si trasforma in se stessi, si ritrova – sempre – la propria identità. Dal disordine, dalla contraddizione, dallo scontro nasce il fermento e il progresso della città. Due le parole d’ordine del suo corpo enorme e brulicante: viva il lusso e viva il presente! Tutto si deve godere e consumare; e dunque viva il denaro, sommo bene! E viva gli umili che lavorano e il cui lavoro si può comprare: a loro si deve la più squisita gentilezza, dacché sono il motore invisibile dell’opulenza. “Denaro” è anche la qualità più richiesta a un uomo che voglia installarsi a Parigi: il denaro e l’egoismo per conservarlo, per vivere la città come merita, fluttuando tra le delizie.
Balzac è in fase evidentemente sperimentale. Suona a tratti un po’ troppo didascalico, moralistico (pur senza volerlo), caricaturale per un eccesso di ironia (che pure fiotta generosa e salace), già smaschera con arguzia l’ipocrisia e l’assurdità dei costumi ma sta ancora prendendo piena confidenza col suo genio. E però la “prosa versificata” e il tripudio di reiterazioni sciorinati in “Parigi nel 1831” sono un’autentica perla nell’ostrica. Una delle tante che invoglia alla lettura di “A Parigi!”, l’ennesimo gioiellino della casa editrice Passigli, a cura di Maurizio Ferrara. Quando, a metà libro, la scena passa nel 1944, l’autore magnifica la bellezza dei “boulevard”, le prime larghe vie alberate che cambiano e rendono più elegante il volto di Parigi. Più di quello di Londra, Pietroburgo,Vienna, Berlino, Venezia, Madrid. Perché nei boulevard risalta la vita impareggiabile della Ville Lumière: “calda”, “comunicativa”, “divertente” e fatta di contrasti. Questa vita è da Balzac scandita ora per ora, dal deserto mattutino allo scintillio del pomeriggio, che è spettacolo teatrale e pirotecnico, gratuito. L’acume dello scrittore si esercita, per amore dei boulevard, anche in consigli di urbanistica (sulla pavimentazione stradale e la regolazione del traffico) e di architettura (sulla ristrutturazione delle case a margine della strada, che dovrebbero, con balconi sporgenti e continui, consentire riparo dal sole e dalla pioggia). Balzac suggerisce di dirottare strade, sopprimere palazzi, spostare ministeri, “seminare centomila franchi” per raccoglierne milioni. Tutta la sua Parigi ideale è fatta di costruzioni “strane e meravigliose”, da “Mille e una notte”. “Se gli edifici belli e singolari che ornano i boulevard, come la Maison Dorée, o come la Maison du Grand Balcon, non fossero frammischiati di sudicie e ignobili costruzioni gessose, senza gusto, senza decoro, i boulevard potrebbero lottare, come fantasia architettonica, con il Canal Grande di Venezia”. Nei boulevard, tra Rue Richelieu e Rue de la Paix, è raccolta tutta la mercanzia più sfavillante di Parigi: gioielli stoffe, incisioni, libri; splendono i club e i caffè; troneggia l’Opéra e si aggira ogni sorta di artisti: gente di spirito che trasmette spirito al solo sfiorarla… Lo spirito – il fluido immateriale che percorre le zone elette, come aree sacre, della città – è il valore aggiunto di Parigi, irreplicabile altrove. Pure finisce. Una svolta d’angolo, in una strada parallela, la fine di un viale, e dall’incanto si passa a scenari più ordinari, modesti perfino, raffazzonati. Ma Balzac riesce a catturare brillantezza e vivacità anche di questo versante umile, periferico e sgraziato della città. Il fervore si assottiglia man mano nel quartiere Saint-Denis, lo splendore si offusca inesorabilmente fino a ricomparire, inatteso, in una veste sorprendente. “Boulevard Boudon non è più Parigi: è la campagna, è il sobborgo, è la strada maestra, è la maestà del nulla; ma è uno dei luoghi più stupendi di Parigi […] È uno splendore romano  senza spettatori! Il ponte di Austerlitz, la Senna nella sua massima larghezza, Notre-Dame, il Giardino Botanico, La halle aux Vins, l’isola Saint-Louis, i granai di riserva, la Colonna di Luglio, i fossati della Bastiglia, La Salpetrière, il Pantheon, tutto è grandioso. La fine del dramma parigino è veramente degna del suo inizio”. Tra l’orgoglio e una specie di risentimento per quanto l’uomo ha lasciato incompleto, Balzac sceglie l’ironia. Già prevede che il fulcro della vita cittadina si sposterà sugli enormi Champs Elysées e consiglia, per una riuscita più grandiosa dell’immagine di fasto che Parigi vuole inviare all’esterno, maggiori e migliori accorgimenti contro la pioggia, vera piaga della “capitale estetica” del mondo.
L’ironia, dispiegata verso la città quasi da uomo a uomo (o a donna), dimostra quanto l’amore di Balzac per Parigi diventi quasi fascinazione verso un corpo umano. La minuzia della descrizione, coi pilastri di les Halles che diventano arti e le crepe muscose di muri e marciapiedi quasi pori della pelle, si trasfigura in introspezione psicologica. Accostando l’orecchio al petto della città, seguendone i mutamenti che si vogliono in nome della funzionalità, dei “lumi”, perfino della democrazia, Balzac si scopre nostalgico del tempo andato, dei mestieri che scompaiono, del “pittoresco” che si consuma, della grandezza che cade abbattuta sotto i colpi di un’uguaglianza insidiosa, che puzza di mediocrità e fa della materia senza spirito, della ricchezza senza gusto, dell’intrigo senza slancio il nuovo idolo di una società massificata. È la Commedia Umana del primo Ottocento?