Tenderenda, Il sognatore di Hugo Ball, pubblicato da Jouvence nella preziosa tarduzione di Lidiia Astapenko, è un cadavre exquis composto da mutazioni linguistiche, citazioni, neologismi, latinismi e francesismi, espressioni dialettali, cellule fonosimboliche. Tradotto per la prima volta in italiano, il romanzo (pubblicato per la prima volta nel 1967) dello scrittore e poeta dadaista prevede al suo interno un espediente – conenuto nel primo capitolo – necessario a decifrare il testo-foresta e messo a disposizione del lettore. Nel testo Ball fece confluire gli orrori delle trincee della prima guerra mondiale e la decadenza dell’intellighenzia tedesca ma anche dell’espressione artistica, dando vita a un’opera d’arte totale e, quindi, “monumentale”, in aperta opposizione alla dispersione propria dell’uomo moderno, sempre più frammentato come la stessa realtà che lo circonda. Tenderenda è quindi un dispositivo che promana dal Cabaret Voltaire per contribuire alla sovversione dell’arte tradizionale, nel tentativo di porre le fondamenta a una nuova via espressiva.
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In un ascensore di tulipani e giacinti, Allattalà si recò alla terrazza del Grand Hotel Metafisica. Lassù, la attendevano: il maestro di cerimonie che era incaricato di predisporre gli strumenti astronomici, l’asino giubilante che si rimpinzava avidamente da un secchio pieno di succo di lampone e la nostra cara signora Musikon formata interamente da passacaglie e fughe.
La gamba snella di Allattalà era completamente avvolta da crisantemi, tanto che riusciva a malapena a camminare a piccoli passi. La sua lingua di petali di rosa sporgeva tremolante un po’ sopra i denti. Una pioggia d’oro lescendeva dall’occhio e la coperta nera del letto a baldacchino che le era stata preparata era dipinta con cani d’argento.
L’Hotel era poroso ed era costruito in gomma. I piani superiori con creste e spigoli sporgevano molto.
Quando Allattalà si spogliò e il bagliore dei suoi occhi colorò i cieli, opplà, allora l’asino giubilante aveva bevuto a sazietà. Opplà, ragliò il suo benvenuto con una voce che poteva essere udita da lontano. Il maestro di cerimonie si inchinò più volte e avvicinò il telescopio al parapetto per studiare la celestografia. 
Ma Musikon, senza aver mai smesso di danzare intorno al letto a baldacchino come una fiamma d’oro, alzò
improvvisamente le braccia, ed ecco che i violini ombreggiarono la città.
Gli occhi di Allattalà si infiammarono. Il suo corpo si riempì di grano, incenso e mirra, tanto che le coperte del letto si sollevarono gonfiandosi a volta. Con ogni sorta di seme e di frutto aumentò il peso del suo grembo, a tal punto che i bendaggi con cui era avvolta si ruppero con un suono secco.
Allora tutto il popolo rachitico dei dintorni si mise in cammino per impedire la nascita che avrebbe minacciato di fertilità la terra desolata.
P. T. Bridet, con il fiore di morte sul cappello, cresceva urlando sulla sua gamba di legno. Una voglia velenosa si impresse sulla sua guancia. Dalla stanza dei defunti si affrettò, furioso, ad affrontare l’inaudito.
Ed ecco Mollaccione con la sua testa avvitabile. I timpani gli pendevano accartocciati da entrambe le orecchie. Indossava una fascia di aurora boreale all’ultima moda. Era il tipo di becchino da trincea coperto di fango dalla testa ai piedi che, incipriato di vaniglia, lanciava dalle gelosie esalazioni mefitiche per salvare l’onore.
E lì c’era Toto, che a parte il nome non aveva altro.
Il suo pomo d’Adamo di ferro faceva le fusa ben oliate al vento, correndo contro la bise. Si era annodato intorno al corpo la fascia di Gerico per evitare che i lembi fluttuanti delle sue viscere si disperdessero. La Marsigliese, il suo shibboleth, gli illuminava di rosso il petto.
E circondarono i giardini, disposero le guardie e cannoneggiarono la terrazza a colpi di pellicole da film. Tuonava giorno e notte. Come pallone sonda levarono al cielo l’«Anima di rapa» che irradiava raggi violetti. Sui razzi luminosi c’era scritto: «God save the King» oppure «Veniamo a pregare». Ma il loro megafono proclamava in direzione della terrazza: «La paura del presente ci consuma».