I pionieri

La prima volta che sono andato al cinema fu a Padova, era il 1965.

Avevo poco più di tre anni e i miei portarono a vedere Mary Poppins di Walt Disney.

Da allora ci sarei tornato molte volte.

Penso che non mi stancherò mai di andare al cinema.

Dicono che il primo lungometraggio sia stato Nascita di una Nazione dell’americano David Griffith, uscito l’8 febbraio del 1915.

Sono passati più di cent’anni, sono usciti migliaia di film e si continua ad andare al cinema.

In questa rubrica ogni settimana vi aspetto per raccontarvi 260 titoli italiani e stranieri in ordine cronologico dedicando, al termine di ogni decade, un approfondimento a registi, attori o a particolari “filoni”.

Ovviamente sono scelte soggettive che non metteranno d’accordo tutti, ma l’importante è continuare ad andare al cinema.

Perché nessuno schermo televisivo saprà mai restituire la magia di un grande schermo che si illumina nel buio di una sala gremita di spettatori vocianti che improvvisamente si zittiscono, come davanti a un’apparizione divina.

La fase pionieristica del cinema, che vede il passaggio al sonoro e al colore, si chiude allo scoccare della Seconda Guerra mondiale con il film più famoso e costoso

Nascita di una nazione di David Wark Griffith (1915)

Proiettato per la prima volta nelle sale l’8 febbraio del 1915, è considerato il primo lungometraggio della storia del cinema. Ambientato al tempo della guerra di secessione e dalla incredibile durata per l’epoca, 190 minuti, il film è composto da due parti. La prima descrive l’America prima della Guerra civile con due famiglie in contrapposizione, i nordisti Stoneman e i sudisti Cameron, mentre nella seconda vengono mostrati gli effetti della Ricostruzione.

La corazzata Potemkin di Sergej Ejzenstejn (1925)

La più sconvolgente ricostruzione della grande Rivoluzione russa del 1905 da non confondersi con quella di 12 anni dopo, nota come quella di ottobre, anche se secondo il calendario nostrano era novembre, nel più celebre film muto del maestro sovietico nato a Riga. Conosciuto ai più per la scena della carrozzina che precipita lungo lo scalone, genialmente presa a prototipo della noia dei cosiddetti cinema d’essai dal primo Fantozzi che lo definiva “una boiata pazzesca”, è un film che rimane ancora oggi la più straordinaria testimonianza di un pezzo fondamentale di Storia del “secolo breve” e di un certo modo pionieristico eppur grandioso di fare cinema con la C maiuscola.

Luci della città di Charlie Chaplin (1931)

La struggente storia d’amore del povero Charlot per la cieca fioraia, Virginia Cherrill, che lo crede un milionario, ha fatto piangere milioni di persone di tutto il mondo. Il finale, quando, dopo un anno lui esce dal carcere e la fanciulla, tornata vedente grazie al suo sacrificio ed ora proprietaria di un negozio, lo riconosce, toccandogli la mano per fargli quell’elemosina da cui ebbe inizio, a ruoli invertiti, l’intera vicenda, è ancora oggi uno dei momenti più emozionanti della storia del cinema. Anche la scelta di lasciarlo muto con il solo accompagnamento musicale ha contribuito alla creazione del mito.

Grand Hotel di Edmund Goulding (1932)

“Gente che va, gente che viene” è la frase cult che dice il dott. Otternschlag e che ancora oggi identifica questa indimenticabile pellicola che allora riunì il meglio assoluto del cinema Hollywoodiano. Ad una sensazionale Greta Garbo, già diva del muto ed alle prese con il per lei poco aduso sonoro, si contrappone, in un ideale passaggio delle consegne, una giovane ed emergente Joan Crawford, che di lì a poco le soffierà lo scettro di regina della MGM. Altrettanto straordinario l’intero cast maschile con i fratelli John e Lionel Barrymore e Wallace Berry e che rende questo film un capolavoro imperdibile e ancora modernissimo.

L’Atlante di Jean Vigo (1934)

Una delle storie d’amore più intense della storia del cinema. Si tratta dell’unico lungometraggio del regista che la tubercolosi (aggravata dalla lavorazione ambientata sui canali della Francia settentrionale) non gli permetterà di finire. E’ considerato tra i massimi capolavori del cinema francese dagli esponenti della Nouvelle Vague e resta indimenticabile la sequenza in cui Jean si tuffa nel fiume dove “vede” la sua amata, come pure la fantastica fotografia di Boris Kaufman.

Biancaneve e i 7 nani di Walt Disney (1937)

Si tratta del primo lungometraggio animato della storia del cinema, il che basta a collocarlo in una dimensione storica. Il film è composto di oltre 250.000 disegni con un sottofondo musicale eseguito da un’orchestra di 80 elementi. Quello che sorprende è che ancora oggi a distanza di ottant’anni la genialata dei sette nani con i nomi che evocano le rispettive caratteristiche caratteriali conquista grandi e piccini. Fu anche l’inizio di una serie di memorabili colonne sonore che continuano a divertire i bambini di tutti i monti e di tutte le valli, “risolvendola” agli adulti a corto di ispirazione.

Il mago di Oz di Victor Fleming (1939)

Ha il grande merito di essere stato il primo film girato in cinemascope e tra i primi a colori, oltre a quello di avere rivelato il talento musicale e attoriale della sfortunata Judy Garland che qui interpreta la parte della giovane Dorothy Gale che vive con gli zii in una fattoria del Kansas. Pioggia di Oscar e film ancora oggi indimenticabile, non solo per la superba colonna sonora, tra cui la celeberrima Over The Raimbow, ma anche perché è stato il primo grande esempio di quel misto tra realtà e finzione che condurrà ai più moderni Signore degli Anelli e ai maghetti di Harry Potter.


Via col vento di Victor Fleming (1939)

Si tratta del film più lungo, costoso, visto, commentato e copiato della storia del cinema. In pratica è una sorta di avvento di Cristo cinematografico, nel senso che una delle prime annotazioni che in seguito si dovranno fare per ogni film sarà se prima o dopo Via col vento. Vivian Leigh è una Rossella talmente brava che oscura persino un mostro sacro come Olivia De Havilland e Clark Gable, già famoso per il celebre Accadde una notte di Frank Capra, che nel 1934 fece incetta di Oscar, vedrà cucito addosso per tutta la vita il ruolo di Rhett Butler, quello del “francamente me ne infischio”. L’inglese Leslie Howard morirà di lì a poco combattendo per il proprio Paese nella seconda Guerra e la Mami di colore, Attie McDaniel, conquisterà un Oscar da non protagonista che per quei tempi costituì una sorta di anticipazione del futuro “sogno” americano di Martin Luther King.