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I vagabondi del Dharma. Solo i giovani hanno di questi momenti

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Mille anni fa, avevo sedici anni, inciampai nei beat. Non fu un inciampo casuale, me lo ero cercato. Già dall’infanzia sentivo parlare di “musica beat” e mi piaceva quella musica, ma ancora non sapevo, non sapevo nulla di niente. Non che oggi sappia molto di più, intendiamoci, qualche lampo all’orizzonte ogni tanto m’illumina il cuore, un tuono nel Cielo mi scuote dal torpore. Intravedo il satori, là in fondo all’orizzonte, poi la nebbia riavvolge tutto, l’allegro samsara torna a scorrere gioioso e io torno placidamente a dormire. E a sognare.

L’estate dell’anno precedente feci, insieme ad un amico, il mio primo viaggio in autostop. Partii solo con zaino con un po’ di biancheria di ricambio, sacco a pelo, niente tenda, niente fornello da campo. Nulla, a parte 80mila Lire in tasca. Ci eravamo prefissati una meta, la Sardegna: la scusa era di andare a trovare un’amica ad Alghero. Poi, non sappiamo perché, da lì ripartimmo e fu un lungo e ininterrotto vagabondare fino al centro Italia, dormendo dove capitava, spesso nelle stazioni. I viaggi seguenti, insieme ad altri, furono molto più impegnativi, anche oltre frontiera, parte in autostop e parte in treno: quando eravamo più stanchi prendevamo i treni notturni per dormire più comodi. All’imbocco delle autostrade c’erano grossi cartelli con scritto “no autostop”. Non avevamo una meta precisa, né uno scopo ma avevamo delle carte stradali. Si viaggiava e basta. Ho conosciuto tanti altri ragazzi come me, di tutta Europa e oltre. Una volta ho conosciuto due giovani giapponesi. Ho conosciuto l’hashish e ho sperimentato i miei primi baci con le ragazze. Quando i soldi stavano per finire si tornava a casa. Poi, improvvisamente tutto cambiò. Credo di essere appartenuto all’ultima leva di autostoppisti.

Oggi i giovani hanno i trolley, prenotano, soggiornano nei B&B, pianificano prima, limitano le loro permanenze per un fine settimana e al più per una manciata di giorni. Non viaggiano, si spostano. Spostano il corpo da un luogo ad un altro luogo anzi, da un posto ad un altro posto. Usano gli aerei e fanno uso di droghe chimiche e violente. Hanno gli smartphone e i GPS.

Quando lessi “I vagabondi del dharma” non capii molto, era pieno di termini buddisti, era pieno, inzuppato di buddismo, non conoscevo le parole che leggevo e non me ne importava niente di capirne il significato. Vedevo solo me stesso in giro a bighellonare con zaino e sacco a pelo, nient’altro. Stolto che ero, perché tutto mi si sarebbe disvelato a seguire nel tempo. Poco dopo i vent’anni cominciai a praticare arti marziali giapponesi, kendo per precisione, e da qui mi si aprì un mondo, una galassia, un universo. Dovrei ringraziare Kerouac per questo e tutti i beat, senza dimenticare Nanda Pivano naturalmente, perché da qui prese le mosse tutta la mia arte e quindi la vita. Da quel buddismo elementare, tenero e naif iniziai un lungo viaggio verso un Oriente mezzo vero e mezzo immaginato, sperimentato nelle mie stravaganti ricerche, nei miei poco metodici ma disciplinati studi, nella mia pittura gestuale fino allo shodo, solo per rispondere ad un richiamo atavico e ancestrale ad un viaggio che non trova riposo. La cerca dell’illuminazione, del Graal, risalendo un fiume che si inerpica in una foresta cupa e fitta che affascina e seduce.

Jack non ce l’ha fatta. Il satori era lì ad un passo, ma gli è mancato il coraggio e il samsara, in forma di abbondanti dosi di whisky, l’ha reclamato a sé.

Jack Kerouac 

Stessa sorte per la figlia Jane, scrittrice anch’essa. Io non sono mai diventato buddista, però ho scoperto il Tao, ho letto Han Shan e ho conosciuto lo Shinto con tutti i suoi kami e più in là, fino alla Mongolia, fino a quando un Tengu si è palesato alla mia porta ed è divenuto mio ospite. Non sono mai diventato un montanaro, non ho mai cercato la solitudine delle alte vette, però ho solcato i mari e ho assaporato le lunghe notti di guardia nei mari tropicali, ho attraccato in porti africani e ho saggiato il pericolo e la paura.

In verità non ho mai apprezzato molto la letteratura beat, l’ho sempre avvertita come americana, troppo americana. Come avrei potuto io, figlio dell’ultramillenario mare nostrum con tutta la sua storia, come avrei potuto lasciarmi trascinare in un mondo di pionieri nell’eterno viaggio verso la frontiera? Il “mio” Oriente, il “mio” Giappone non è il loro, ma senza “I vagabondi del dharma” non sarei quello che sono diventato, quello in cui mi sono trasformato. Non solo: oggi, rileggendolo per la seconda volta dopo quarantasette (47!) anni, sento che in fondo sono ancora quel ragazzo di allora. Sento salire con prepotenza una irrefrenabile voglia di riprendere zaino e sacco a pelo e rimettermi sulla strada. Si potrebbe trattare di vocazione al viaggio, di vocazione al nomadismo. Un arcaico richiamo ad un invito al viaggio, un viaggio iniziatico s’intende. Del resto, la letteratura mediterranea non comincia forse con un viaggio, un lungo viaggio della durata di dieci anni? Un viaggio per mare, ma questo è argomento di un altro racconto. Che nostalgia.

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Non leggete “I vagabondi del dharma”, oggi potrebbe rivelarsi una trappola. Ray Smith e Japhy Ryder in cammino sulle vette della Sierra Nevada sono un velo letterario che cela un’esca. San Francisco non è più “Frisco”, la montagna è diventata un ottimo asset finanziario che pesca ogni estate turisti inesperti e impreparati. Nel saggio di Kerouac il dharma era la ricerca randagia dell’Assoluto, la qualità dell’Essere vissuta nell’attrito dell’isolamento montano, fuori dalle maglie della società disciplinare. Non sognate California, nel 2026 A.D. la California è divenuta la fortezza visibile dei guru dell’intelligenza artificiale. Non sognate, a meno che non abbiate la determinazione a ergervi e associarvi ad una umanità differenziata.

Giorgio Bulzi

Milano, 29 agosto 2026

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N.F. (Nota Finale) Chi volesse potrebbe dilettarsi a trovare tutte le citazioni letterarie utilizzate per la stesura di questo scritto. Sono previsti ricchi premi.

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