«Ciò che auspico è la chiarezza espressiva indicata da Albert Camus per i momenti difficili». Chiarezza, ovvero la rivelazione dell’imponderabilità di certe esistenze al sollevarsi del tappeto che le ammanta. Addirittura, di certi mondi.
Quale? Il nostro, anzitutto. Perché chi guarda e racconta lo fa da un secolo più avanti: è il 2110 quando l’accademico Thomas Metcalfe si mette sulle tracce del Secondo Immortal Convivio, una cena-evento in onore dei 54 anni di Vivien, moglie di Francis Blundy, a quei tempi – i nostri – il poeta di lingua inglese più importante del secolo (o poco meno). È la serata al centro dell’ultimo romanzo di Ian McEwan, “Quello che possiamo sapere”, edito da Einaudi: da lì si parte, lì si ritorna; sempre lì, persino, si tenta di andare a distanza di un secolo, scavando, con forcone e vanga, come in una sorta di caccia al tesoro di stevensoniana memoria.
Ebbe luogo nel 2014, durante un ottobre insolitamente caldo, nel casale dei Blundy, Gloucestershire, Inghilterra. E divenne celebre per via di un componimento, “Una corona per Vivien”, regalo in versi che il vate di Oxford avrebbe svelato alla moglie e ai pochi, fortunatissimi astanti – più o meno intellettuali, più o meno amici. Forse, a detta di Harry Kitchener – cognato e massimo esegeta del poeta – la sua opera più straordinaria.
Il problema, però, è che la Corona è andata perduta.
Già, perché da allora ne sono accadute di cose. Prima il Grande Disastro, poi l’Inondazione hanno stravolto completamente la civiltà umana, ridisegnando, anzi sommergendo, parti di pianeta. E così la Gran Bretagna dove opera Thomas è ormai un arcipelago dalle acque turbolente, dove ci si sposta quasi esclusivamente su bici elettriche e traghetti; l’America, da par suo, una terra di nessuno alla mercé di gruppi armati; la Nigeria, più o meno misteriosamente, la nuova potenza mondiale. McEwan, per bocca di Metcalfe, racconta dei prossimi umani, «i discendenti dei sopravvissuti», quelli che l’hanno scampata: un’umanità che guarda con astio misto a pietà a quella che l’ha preceduta, così bramosa di distruggere per accumulare, tuttavia beneficiando di uno strano intreccio vitale: «quando la curva ascendente del riscaldamento globale incrociava quella discendente della decrescita demografica e industriale, la natura approfittava del momento propizio e si faceva largo tra le rovine. Distruzione costante, costante ricostruzione».
“Quello che possiamo sapere” indaga il futuro interrogando il presente e lo fa all’incontrario, non senza genio, grazie alla voce del suo vulnerabile protagonista. Thomas è un uomo del domani, di un mondo che ha smarrito terre ed esseri umani, fuoriuscito ammaccato ma ancora in orbita dopo un paio di crisi nucleari, un’inondazione atlantica senza precedenti, deprivato di certi odori, certe materie prime, certi esemplari di farfalle di cui si può solo leggere e imprecare, cercare in rete e ammirare – e Thomas, da buon terrestre, ne ha impossibile nostalgia – “anemoia”, è così che si chiama quel sentimento di mancanza per un tempo che non si è mai conosciuto: la malattia del protagonista.
Scritta a mano su pergamena, la Corona non è mai stata edita. Le sue tracce, sin da quella lontana serata del 2014, si perdono nel mistero di alcuni riferimenti indiretti, e-mail scambiate, messaggi o biglietti che non portano a nulla. Thomas però cerca, la cerca – è un accademico, vuole scrivere della Corona, di Francis Blundy, di quello che è passato alla storia come Secondo Immortal Convivio – il primo fu nel 1817 e c’erano i grandi, Keats, Wordsworth.
Vuole quel mondo: questo mondo.
Solo, non ha fatto i conti con Vivien, la moglie del grande poeta, la destinataria dell’introvabile dono srotolato e letto durante una sola, introvabile notte. La sua vita è quasi un’altra storia, un altro romanzo – persino fisicamente, appuntato prima sui diari e poi in una sorta di resoconto finale riemerso direttamente dalla terra, sepolto a suo tempo e rinvangato – è il caso di dire – un secolo dopo. Vivien e Blundy; Vivien e Percy, il primo marito liutaio, musicista; Vivien ed Harry, il critico e cognato di Blundy, marito di Jane, sorella del poeta. “Quello che possiamo sapere” è quello che Vivien ammette: la menzogna come ragione di vita e la letteratura, al solito, quale suo caleidoscopico riflesso – la cena-evento del 2014, per dire, non fu così memorabile, alle undici di sera erano andati via tutti e Blundy ci aveva messo una vita solo a srotolare la pergamena.
È lei quella della chiarezza di Camus, colei che solleva il tappeto e rivela chi sono stati davvero i personaggi di quel mondo sommerso. Forse, chi siamo e chi saremo sempre.
Alessandro Galano