“Tempo” di Ida Travi (Vallecchi Firenze, 2026 pp. 80 € 8.00), Collana Le parole della poesia, diretta da Isabella Leardini, esce nelle librerie il 24 aprile. Il libro è un dono iniziatico che lascia distillare in sé il passaggio rituale della parola, la vibrazione originaria del mondo, l’accento misterico del pensiero poetico. Ida Travi riversa nell’incantesimo sensitivo dello stupore la consapevolezza profetica del tempo, riveste la frammentazione dell’inquietudine in pulviscoli lucenti di immaginazione, esplora il percorso guidato del contesto sapienziale in itinerario trasformativo di conoscenza, nella dottrina esplorativa della vita interiore, nella trasmissione orale dell’influenza comunicativa umana, della memoria e della visione. Proietta la sfumatura del sogno e la sensazione della realtà attraverso la consacrazione di una ricerca esegetica oltre la contingenza della storia, concentra l’intuizione e la rappresentazione dell’evoluzione linguistica e del valore tematico dell’esistenza lungo il mitologico e collettivo principio di generazione culturale. Il libro riconosce uno spazio immacolato in cui la proprietà spirituale e consistente degli oggetti, reliquie di una comunità secolare sorgiva, l’autentica tangibilità del quotidiano, i simboli universali e immutabili, animano gli argomenti ricorrenti della coscienza, la spontaneità sensibile delle espressioni del sentiero creativo.
La riflessione colta e illuminata di Ida Travi focalizza l’attenzione sulla percezione, sull’affascinante e magnetica dimensione temporale, indaga l’abisso vertiginoso della circolarità, svincola la distensione del divenire dalla rilevazione tradizionale delle epoche, lasciando la personificazione del linguaggio all’opportunità interpretativa dei “tolki”, figure coniate dall’autrice a motivo d’ispirazione, interlocutori speciali e imperscrutabili, i parlanti, che ripercorrono il tratto distintivo della sua opera. “Tempo” permette al lettore di rivisitare il viaggio allegorico intorno alla provvisorietà umana, alla rielaborazione di una sequenza descrittiva in cui ogni capitolo illustra il sortilegio di una materia contemplativa e allo stesso tempo razionale, non identificata ma impressa nel luogo dove si rappresenta la parola come un transito, oltre la residenza del presente. L’evocazione parallela di ogni scenario chimerico libera la sostanza ontologica del dire, nell’inquadratura performativa di una segreta, enigmatica, mirabile trama di un lessico che dischiude il suono e il ritmo, unendo l’accuratezza e la cognizione delle rivelazioni. La poesia di Ida Travi sfiora la cristallizzazione inaccessibile dell’altrove, rendendo la residenza della poesia una dimora suggestiva e primitiva di una voce che ascolta la necessità di una redenzione presente, emerge dal passato e svela il futuro. L’osservazione di Ida Travi rispecchia l’oscillazione sospesa della singolarità degli accadimenti, la concezione arcaica delle metafore evidenti e dei presagi impenetrabili, la responsabilità dell’inesplorato, circonda il disarmo delle attese, ne rinnova la dissolvenza. Il libro calibra il contenuto di ogni andamento semiotico laddove il recupero di un segno o di un’azione assimila un senso, tramutando i requisiti tangibili in soggetti speculativi. Ida Travi riconosce una ermeneutica della poesia, avverte la premonizione della realtà come emblema allusivo del barlume, l’indizio e la traccia efficace, il pertugio trasversale, la prospettiva inclinata, in tutto ciò che congiunge nel richiamo artistico, l’entità mitopoietica della scrittura.
Rita Bompadre
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L’opera rimasta aperta 
La poesia, per sua natura, si consegna alla comprensione degli umani come opera aperta, forma sempre sul farsi, opera che non contempla la parola fine. Su questa pietra dell’inizio senza fine ho costruito un microcosmo trasparente, invisibile qui e su scala planetaria. Sono per questo riconoscente all’antico orologio, eterno dispositivo muto.
In questa micro-epica ogni porzione d’opera, ogni parola fa irruzione come un piccolo colpo di scena ma – contemporaneamente – rientra tranquilla nel suo ritmo temporale: è la più quieta delle sfide umane, è l’antico avvolgimento della spola. Nell’avvolgimento della spola c’è uno strano scrollare del tempo nell’oscurità, un’ostinazione, forse una coazione a ripetere.
Nel buio non è mai tutto qui, qualcosa resterà irrisolto e la parola sarà “impresentabile”: il tempo monstro – il tempo prodigio, tiene aperto l’inizio e la fine, lavora, va bisbigliando all’orecchio: fai attenzione, ogni volta che inventi un tuo simile lo getti nel tempo, forse un giorno vedrai un antico teatro greco, sorgere dal futuro, fermo e misterioso nella luce del tramonto.
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Le cose cercano il loro poeta
Non veniamo al mondo solo per incontrare ciò che già esisteva quando ancora noi non eravamo: tut-
to ci attende – alles wartet auf uns – le cose cercano il loro poeta, le cose vogliono essere portate a noi.
Eppure ciò che è accaduto è accaduto a metà, la mezza forza che fece accadere il mondo continua a
operare in noi, ma solo in parte. Solo in parte getta il suo bagliore: gesti futuri giacciono in noi, aspettano che passato e futuro irrompano nella stanza mentre noi restiamo lì seduti, inquieti, intenti a raccontarci favole.
Negli scritti di Ernst Bloch ho trovato riflessioni sorprendenti sulle favole. “In breve, è bene pensare
anche affabulando” (kurz, es ist gut, auch fabelnd zu denken).
La favola reinventa il tempo e, col tempo tratta le condizioni della nostra attesa, del nostro desiderio – il che vuol dire resistere, trasformare l’attesa in speranza, così come fece Sheherazade nelle sue mille e una notte – ma certo vuol dire anche trasformare la speranza – l’attesa – in un desiderio politico.