Il Cinema italiano e gli “anni di piombo”

Home / Davide Steccanella / Il Cinema italiano e gli “anni di piombo”

Prodotto in Francia con la presenza nel cast di due attori che vanno per la maggiore in Italia quali Giuseppe Battiston e Barbora Bobulova, Dopo la guerra è stato presentato al Festival di Cannes 2018 dall’esordiente romana Annarita Zambrano. Il film affronta il tema del conflitto interno agli affetti familiari per la scelta di intraprendere la lotta armata.

Lo stesso tema contrassegnava il celebre film di Margarethe Von Trotta, datato 1981, tradotto in Italia con Anni di piombo, titolo successivamente mutuato dai media per definire quel capitolo di storia nostrana, anche se nelle intenzioni della regista tedesca assumeva un significato tutto diverso.

Nel 2016 la casa editrice Pagina Uno ha pubblicato il saggio Cinema e Terrorismo di Carmine Mezzacappa, che analizza compiutamente le numerose pellicole uscite in oltre quarant’anni sul tema e che, a mio parere, registrano tutte, chi più chi meno, un sostanziale fallimento. Del resto, una storia italiana che per un insieme di ragioni non si è mai saputo (o voluto) davvero raccontare, non poteva certo essere filmata.

Il filone familiare era stato ripreso anche dal primo film d’argomento, realizzato nel 1982 da un quasi debuttante Gianni Amelio, Colpire al cuore, quindi nel 1984 da Giuseppe Bertolucci con Segreti, segreti.

Se nell’ultimo film della Zambrano lo scontro nasce tra la figlia sedicenne di un ex lotta-armatista riparato da anni in Francia per sfuggire alla cattura, nel film di Amelio era il figlio quindicenne a denunciare il padre, l’attore francese Trintignant, stimato professore a Brera, mentre in quello di Bertolucci era addirittura l’anziana governante, una intensa Alida Valli, ad abbandonare sdegnata l’adorata ex piccina di casa, Lina Sastri, una volta scoperto il suo “segreto”.

In seguito, e sempre sul vissuto famigliare, arriveranno due pellicole di notevole successo degli anni duemila, La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana (2003) e Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti (2007).

Nuovamente, a interessare i registi, sono la faticosa riconciliazione con la madre, Sonia Bergamasco, della figlia in procinto di matrimonio nel primo caso, e la drammatica lacerazione tra i due fratelli, Riccardo Scamarcio e Elio Germano, nel secondo. Punto comune a tutte le pellicole è la provenienza rigorosamente alto borghese della famiglia del “terrorista”. Il che non rappresenta troppo fedelmente quel decennio di diffusa guerriglia urbana, in larga parte determinato da un gigantesco conflitto sociale.

Nel 1986 Giuseppe Ferrara aveva aperto la serie dedicata al Caso Moro con l’omonimo film che, nonostante la consolidata presenza di Gian Maria Volonté – che pure aveva egregiamente impersonato Aldo Moro nell’assai più riuscito Todo Modo – risulta molto datato non solo nel ritmo, ma anche nella sceneggiatura pesantemente condizionata dalle tesi complottiste del PCI di allora, partito in cui militava il regista. Non molto meglio farà lo stesso Ferrara quasi dieci anni dopo con Guido che sfidò le Brigate rosse (2005), dove si racconta l’uccisione dell’operaio genovese Guido Rossa, interpretato da Massimo Ghini, anche se la sceneggiatura appare lievemente più rifinita rispetto al precedente.

Al filone Moro si attingerà a più riprese anche nei successivi anni Duemila. Prima con il delirante Piazza delle cinque lune (2003) del controverso Renzo Martinelli, che affoga nella più caotica dietrologia (senza contare un Donald Sutherland palesemente fuori parte), quindi con Buongiorno notte di Marco Bellocchio, presentato a Venezia nel 2003 e liberamente tratto dal libro autobiografico Il prigioniero, scritto dalla “carceriera” di via Montalcini, Anna Laura Braghetti.

Dal punto di vista strettamente cinematografico va riconosciuto a Bellocchio il consueto mestiere, anche se oltre non si va. Pessimo infine il velleitario e autoreferenziale Se sarà luce sarà bellissimo, firmato nel 2008 del noto “regista-contro” Aurelio Grimaldi e che peraltro “storpia” nel titolo la frase di chiusura (“Se ci fosse luce sarebbe bellissimo”) che si leggeva nell’ultima lettera di Moro alla moglie Nora.

All’uccisione del giornalista Walter Tobagi è dedicato il mediocre Una fredda mattina di maggio di Vittorio Sindoni (1990), con protagonista un giovane Castellitto, mentre sulle diverse esperienze armate è uscito nel 2009 La Prima Linea di Renato De Maria, liberamente tratto dal libro autobiografico Miccia corta, di Sergio Segio. Il film, che pure risulta tutt’altro che immune da lacune, – soprattutto in alcuni dialoghi poco credibili con il senno di allora – si segnala per la notevole recitazione di Giovanna Mezzogiorno nel ruolo di Susanna Ronconi.

Tra il 1993 e il 1996 escono un po’ alla chetichella tre pellicole minori non a caso oggi di difficile reperimento perché fuori catalogo, che tornano ad analizzare, seppure in modo diverso, alcuni aspetti più intimistici e personali di quegli anni. Parlo di La fine è nota di una giovane Cristina Comencini (1993), di La seconda volta di Mimmo Calopresti (1995) e de La mia generazione della brava Wilma Labate, che anni dopo firmerà Signorina Effe sulla marcia dei 40.000 a Torino del 1980.

Il tristissimo e amaro film di Calopresti, ambientato in una Torino a sua volta grigia e cupa, ispirato a un carteggio avvenuto tra una detenuta ex militante di Prima Linea e l’ingegner Lenci, tratta l’impossibilità di trovare una qualsivoglia forma di comunicazione, anche a distanza di anni, tra la vittima e l’attentatore, superbamente interpretati entrambi, e va ricordato, da un Nanni Moretti e da una Valeria Bruni Tedeschi entrambi in stato di grazia.

Il film della Labate affronta il tema della delazione, concentrandosi in particolare sul rapporto che non si sviluppa tra il mellifluo carabiniere della scorta, un bravo Alessio Olando, e il detenuto Claudio Amendola. Quest’ultimo rifiuta di fare il nome di un compagno anche a costo di rinunciare a rivedere la fidanzata, la bella Francesca Neri, che lo attende a Milano.

Nel 2006 il regista Michele Soavi propone due pellicole che rappresentano tuttavia, entrambe, due “occasioni mancate”. Arrivederci amore ciao tratta, un po’ come il citato Dopo la guerra, dell’impossibile reinserimento in Italia di un rifugiato anni prima all’estero. Peccato mescoli un po’ troppi accadimenti e sfoggi una ben poco assemblata accoppiata, formata da un acerbo Alessio Boni e da un troppo caricaturale Michele Placido. Invece Attacco allo Stato, se è vero che è l’unico film ad avere descritto le nuove Brigate rosse, quelle degli omicidi D’Antona e Biagi, risente di una tipica sceneggiatura da fiction televisiva, dove il protagonista Raul Bova sembra ricalcare il classico poliziotto seriale buono per tutte le stagioni che da anni intrattengono le serate casalinghe delle brave famiglie italiane.

Nato fin dalla sua origine come mero prodotto televisivo è il successivo Il sorteggio (2009), di Giacomo Campitoti. Qui Giuseppe Fiorello interpreta il ruolo di un operaio chiamato come giurato in uno dei tanti maxi-processi di allora. Vero e proprio documentario è invece Il sol dell’avvenire, realizzato a due mani nel 2007 dal giornalista Roberto Fasanella e dal regista Marco Pannone. La pellicola, dopo la sua presentazione al festival di Locarno nel 2008, subì un pesante boicottaggio da parte del Ministro Bondi. Nel film, interamente girato a Reggio Emilia, si riprende l’incontro, a quarant’anni di distanza, tra gli ex brigatisti Alberto Franceschini, Tonino Paroli e Roberto Ognibene. I tre si ritrovano presso il medesimo ristorante (da Gianni) dove nell’agosto del 1970 si era tenuto un convegno di tre giorni, sulle colline reggiane di Costaferrata.

Sempre a Locarno, ma nel 2013, è stato presentato Sangue, di Pippo del Bono. Ha addirittura vinto un premio, ma poi in Italia non è stato neppure mai distribuito perché si vede l’ex brigatista Giovanni Senzani raccontare l’omicidio di Roberto Peci, fratello del noto pentito Patrizio.

Ho tenuto per ultimo il film che è riuscito, a mio parere, a rendere meglio il “clima” non solo politico ma anche umano di quel periodo. Mi riferisco a Gli Invisibili di Pasquale Squitieri, uscito nel 1988, merito forse anche di Nanni Balestrini che ha partecipato alla sceneggiatura. Ma in conclusione mi sento di dire che, se davvero qualcuno è interessato a capire cosa accadde in quel periodo, è meglio che si rivolga ai documentari oggi visibili anche su Youtube, dove alcuni diretti protagonisti di allora raccontano la propria storia.

Davide Steccanella

Leggi anche gli anni Gli anni Settanta – prima parteGli anni Settanta – seconda parte.