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Il colore del melograno

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Un capolavoro absoluto.

Sergej Paradžanov con “Il colore del melograno” indica un nuovo modo di vedere, non è “solo” cinema, ma cerimonia rituale, iconografia armena, non è un film su Sayat-Nova il poeta-trovatore, se per “film su” intendiamo una banale cronologica ricostruzione biografica. No, Paradžanov non racconta il trovatore, rappresenta la sua vita come un’opera di poesia. È un film, d’accordo, ma al tempo stesso una rarità “assoluta” – fuori dal cinema, una volta con Zanzotto si scherzava, “Il colore del melograno” è l’anagramma del cimena – non uso a caso la parola, absolutus in latino significa libero da vincoli, indica, oltre ciò che è del tutto indipendente, ciò che non ha bisogno di nient’altro per esistere. Daney scrisse che sembra mostrarsi come se nessuno avesse mai fatto cinema prima, ma io vorrei aggiungere che è anche un monito rivolto a chi farà cinema dopo.

Dopo Paradžanov molta parte del cinema sembra chiacchiera convenzionale, banalità illustrativa, ciarpame in definitiva, tutto quello che passa il convento delle piattaforme, ovvero la volgare e nefasta nientità (che lascia il tempo che trova). Basterebbero il rito, la miniatura, il teatro sacro, il colore (un colore che diventa pensiero, come forse soltanto in Piero della Francesca) per fare de “Il colore del melograno” un’opera irripetibile. Paradžanov va ancora oltre: porta l’immagine fino al limite in cui non rappresenta più qualcosa, non allude, non spiega, e sembra invece dare forma a ciò che non può essere detto. È lì che il film entra… detta così mi sembra una volgarizzazione da gazzetta, non so dirlo meglio, conduce il visibile fino alla soglia dell’indicibile. L’immagine non è mai servile presso una trama, Paradžanov se ne fotte della trama, non traduce un significato già dato come fanno tanti inutili “litterati” insulsi dell’autofiction, Paradžanov genera da sé le proprie leggi, autodetermina una grammatica della visione: l’acqua, la lana, il pane, i libri, i corpi non sono simboli da decifrare (quella semmai è la prima lettura, incantevole, ma è la lettura da principianti che ne ha fatto Godard e Antonioni), sono presenze che “pensano” attraverso la loro forma, la loro disposizione nello spazio del tempo, per la cronaca lo ha realizzato dopo anni nel 1969 dopo censure sovietiche – che li maledica il dio della fatica – che mi viene l’orticaria solo a pensarci. L’unico erede (forse) è Tarkovskij, mi pare che proprio lui disse che i film vengono consegnati alla visione chiavi in mano, ma davanti a Paradžanov, invece, dobbiamo noi diventare fabbri e costruirci la nostra chiave. In definitiva non chiede a chi guarda di comprendere (cum e prehendere), evoca il desiderio di imparare uno sguardo nuovo, un nuovo modo di vedere.

Luca Sossella 

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